L'intervista
Matteo Patavino e Donato Arcano tornano con Transcode, concept album su caos, memoria, ricerca di umanità. E Molise
Il nuovo, sorprendente lavoro del duo molisano L’Arcano Patavino su tutte le piattaforme digitali. Dieci brani inediti per una narrazione musicale che intreccia suoni elettronici, strumenti acustici e riferimenti letterari. La voce di Donato Arcano, la scrittura di Matteo Patavino e una storia, quella di Johnny, che parla anche di noi. L’intervista al compositore su un lavoro intenso, interamente autoprodotto, che intreccia ricerca sonora e narrazione poetica. Tra le collaborazioni Ferruccio Spinetti, e le opere visive di Luigi Mastrangelo.
Un disco che attraversa il dolore, la memoria e l’identità, in equilibrio tra suoni elettronici e strumenti suonati, suggestioni visionarie e riferimenti concreti a una terra di appartenenza: il Basso Molise. “Transcode”, il nuovo lavoro de L’Arcano Patavino – duo composto da Donato Arcano e Matteo Patavino – è uscito ieri, venerdì 11 luglio, su tutte le piattaforme digitali. Dieci brani inediti per un concept album che unisce la narrazione a una ricerca sonora colta, stratificata, personale.
La voce è quella profonda e teatrale di Donato Arcano, la scrittura e la tessitura musicale di Matteo Patavino, musicologo, compositore e sperimentatore di suoni che ha curato anche registrazione e missaggio dell’album. L’opera è interamente autoprodotta, ma vanta collaborazioni importanti: Ferruccio Spinetti (Avion Travel, Musica Nuda) al basso in due brani, Maurizio Liguori e Christian Nasillo alle chitarre elettriche, Simone Tamaro al sax. Alla parte visiva contribuiscono le opere pittoriche di Luigi Mastrangelo, artista della “pittura Mediale”, in un dialogo costante tra musica, parola e immagine.
L’album si muove tra rock, elettronica e canzone d’autore, ed è attraversato da una storia: quella di Johnny, figura allegorica che, travolta da un potere disumanizzante e da un mondo indecifrabile, affronta il precipizio e i propri demoni interiori per ritrovare, forse, la propria umanità. Una narrazione che riecheggia riferimenti al Novecento letterario e musicale – da Calvino a De André – e che si intreccia con temi collettivi e personali: perdita, disillusione, attaccamento alla propria terra. Come in Il corvo, dove si legge: “Fissare il grano a lungo stanca, capita anche a dio di non conoscerne il valore”.
Abbiamo raccolto le parole di Matteo Patavino, autore e interprete del progetto, per farci raccontare la genesi, i significati e le scelte artistiche che hanno dato forma a Transcode.
Partiamo da voi: Donato Arcano e Matteo Patavino. Siete entrambi molisani, ma artisticamente dove vi siete incontrati e come è nato il progetto L’Arcano Patavino?
“Non solo siamo entrambi molisani, siamo della stessa area (Santa Croce di Magliano-Colletorto). Praticamente la stessa comunità, assieme a San Giuliano di Puglia e Bonefro, che condivide parentele, scuola, disagi storici. Prima de L’Arcano Patavino abbiamo condiviso altre esperienze artistico-culturali, tra l’altro siamo entrambi musicologi. Ci conoscevamo già bene, non solo culturalmente, tra le nostre famiglie si è consolidato un legame affettivo profondo. È nato e si è sviluppato tutto spontaneamente. La voce di Donato è stato il nucleo dal quale creare un universo sonoro che ci facesse sentire liberi di esprimerci”.
L’album si intitola Transcode e contiene dieci brani inediti. Come nasce questo disco e cosa significa per voi il titolo?
“Transcode è nato dalla necessità di raccontare un tempo di difficile decodificazione, composito e velocemente mutevole. Il suo ambito narrativo tocca anche vicende personali, abbiamo vissuto entrambi fasi della vita laceranti nello stesso periodo, anche questo ci accomuna; così come la condivisione di gioie. L’intera realizzazione è arrivata a coprire un arco decennale”.
È un album molto particolare, ricco di sonorità ibride: elettronica, suggestioni folk, strumenti non convenzionali, atmosfere che evocano mondi lontani. Come avete lavorato alla costruzione di questo universo sonoro?
“Di fondo c’è il nostro universo musicale che abbraccia l’intera storia della musica occidentale, dal canto gregoriano passando per il madrigale fino a L. Berio. Ma, benché appartenenti a generazioni differenti, siamo figli della cultura pop e di quel mondo comunicativo, anch’esso sterminato, che gira intorno alla forma canzone e all’uso dell’elettronica. Non ultima la nostra esperienza di ricerca profonda sulla cultura musicale popolare di tradizione orale del Basso Molise. Su questo bagaglio, ciascuno con i propri gusti e con i nostri campi di studio personale, abbiamo costruito la nostra poetica. Ho scritto le canzoni partendo dalla melodia e dalla parte del basso, così come sono solito comporre, abbozzando già i testi e ideando, dunque, le suggestioni timbrico-narrative. È un approccio consapevole alla creazione totale”.
Alcuni brani sembrano attingere alla musica popolare, ma rielaborata in una chiave contemporanea e visionaria. Qual è il vostro rapporto con la tradizione e con le radici musicali del territorio?
“Per convinzioni ideologiche e per conoscenze maturate, siamo ben piantati nella nostra terra. Il nostro primo disco, D’amore e di devozione (2010), è una riscrittura della nostra tradizione musicale. Un atto d’amore totale verso la nostra terra, della quale abbiamo voluto raccontare la forza culturale ancestrale e il potenziale produttivo-economico contemporaneo. L’album è stato accolto da entusiasmanti recensioni dalla stampa specializzata e non nazionale. Con quel progetto siamo arrivati tra i semifinalisti di Musicultura (2013), ottenendo il prestigioso premio per la miglior performance. È stata, tuttavia, un’operazione artistico-mediatica che le regole della discografia consigliano di realizzare al terzo/quarto disco. Ma noi, indipendenti, pur sapendo che l’operazione poteva contenere alcuni rischi, come poi si è manifestato, abbiamo seguito il nostro cammino. In Transcode c’è un brano, Il corvo, che parla anche della nostra terra – “Fissare il grano a lungo stanca, capita anche a dio di non conoscerne il valore…” – agricoltura deprezzata, territorio trascurato, nuclei industriali dismessi”.
Transcode è definito un “album concept”. Potete raccontarci il filo narrativo che lega le tracce, e chi è il personaggio di Johnny che attraversa questa storia?
“Transcode è la storia di Johnny il quale, finendo sull’orlo del precipizio, capisce di essere governato da un potere che ostentatamente agisce senza principi e senza scrupoli. Johnny è l’uomo disilluso anche rispetto alle proprie certezze, travolto da un caos ideale e socio-politico a causa del quale fa fatica a decodificare segni e contenuti di questo mondo. Solo dopo aver affrontato dure prove, combattendo contro alcuni dei suoi inconsci, grazie a punti di riferimento del Novecento (Calvino, che aleggia frequentemente nei testi; De André, Montale, Berlinguer), ai propri affetti, compreso il dolore, e alle proprie radici, Johnny recupera la memoria e quell’umanità che forse gli permetterà di sopravvivere”.
C’è un equilibrio sorprendente tra strumenti suonati e suoni elettronici. È stato un processo istintivo o molto studiato? Qual è stato il vostro approccio alla produzione?
“Per Transcode abbiamo lavorato sulle canzoni, già definite dal punto di vista compositivo-formale (melodia, testi, parti strumentali), che ho scritto nei dettagli, sapendo da dove partivamo. Poi il processo, però, ha seguito la parte istintiva, in studio, di fronte al potenziale combinatorio delle macchine. È una parte irrinunciabile, ci piace particolarmente sperimentare, altrimenti si ridurrebbe tutto a standard preconfezionato. È la libertà interpretativa che conta, una musica scritta non ha nessun valore se non come promemoria, e nella nostra opera è la voce che suggella l’insieme. Poi, naturalmente, c’è stato un meticoloso lavoro di cesellatura nei particolari nel quale il confronto tra me e Donato è dialettico e costante. L’album è stato un lungo lavoro dinamico, ne ho curato anche la registrazione e il missaggio, ma ultimato dalla masterizzazione, precisa e rispettosa, di Alessandro Guasconi presso il Virus Recording Studio, anche lui antica conoscenza”.
Il disco è autoprodotto, ma vi siete avvalsi di collaborazioni importanti, da Ferruccio Spinetti a Christian Nasillo. Come sono nate queste collaborazioni e quanto hanno influenzato il risultato finale?
“A Ferruccio (Spinetti, basso) mi lega un rapporto affettivo speciale e profondo che va oltre la musica. La collaborazione è nata spontaneamente, dopo scambi di idee sulla musica, sotto l’ombrellone a Termoli o per il corso di Colletorto. Così come con Christian Nasillo (chitarra elettrica). Analogamente con Maurizio Liguori (chitarra elettrica) e Simone Tamaro (sax). Il comune denominatore musicale è stato quel loro particolare modo di essere interpreti che ha arricchito i nostri brani. Per noi collaborare vuol dire essere inclusivi in un processo di significazione collettivo. Gli stessi principi che adottammo per D’amore e di devozione”.
Anche la componente visiva è molto curata: le immagini si accompagnano alle opere dell’artista Luigi Mastrangelo. Che ruolo ha per voi l’estetica visiva in un progetto musicale?
“Per noi la parte visiva è di vitale importanza. Di fatto, naturalmente, abbiamo un’idea teatrale della musica e della parola. L’immagine ci aiuta a completare l’ideale unitario di suono-parola-gesto. Con Luigi (Mastrangelo, artista della “pittura Mediale”) Donato nutre un legame personale solido, di antica frequentazione. Casa di Donato è piena di opere pittoriche di Luigi. È un’arte che ho imparato ad amare profondamente anch’io. È sorprendente quanto sia stretto il senso tra i contenuti delle canzoni e le opere di Mastrangelo, tutte realizzate molto precedentemente, che abbiamo scelto per Transcode. Difficilmente avremmo raggiunto un così stretto legame, anche se avessimo commissionato le immagini. Anche in questo caso, è una parte di vita che ritorna”.
L’album è uscito l’11 luglio. Avete in programma presentazioni dal vivo o altri progetti collegati a Transcode?
“Transcode è uscito l’11 luglio sulle più utilizzate piattaforme streaming. L’ascolto è gratuito, basta accedere. Con le dovute condizioni, è prevista una pubblicazione in formato CD e vinile, nelle quali anche le immagini avranno una più coinvolgente definizione. Stiamo preparando il live, con relative date, dove presenteremo Transcode, e la storia di Johnny, da un punto di vista teatrale, come ci caratterizza”.
Ultima domanda: se doveste raccontare questo disco a chi non ha mai ascoltato nulla di voi, quali tre parole usereste?
“Umanità, amore, memoria”.




