Logo
Il baratro dell’odio

Simon Wiesenthal che il Male lo aveva conosciuto e combattuto diceva “Il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasti l’Umanità. E non mi riferisco alla sola grande tecnologia della bomba atomica, mi riferisco anche alla piccola tecnologia della vita di ogni giorno”.

C’è un film francese del 1995 che probabilmente molti ricordano, il regista era Mathieu Kassovitz, c’era un Vincent Cassel che si affacciava all’Olimpo dei grandi, il film vinse la Palma d’oro per la miglior regia al Festival di Cannes, quel film era “la Haine”, in italiano “L’odio” e narrava la storia di tre ragazzi della disagiata banlieue parigina tra violenza di strada e odio razziale.
C’è una frase di quel film che mi rimase impressa e a cui ripenso spesso: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio si ripete -Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene- il problema non è la caduta ma l’atterraggio”.

Ecco, ci sono momenti della Storia in cui l’Umanità sembra essere quel tizio del palazzo, si ripete che fin qui va tutto bene, ma è sempre più vicina all’atterraggio.
Non bastano i conflitti su larga scala e le vittime innocenti degli stessi, i presidenti delle due superpotenze che ci fanno rimpiangere ogni giorno, non dico Reagan e Gorbaciov, ma persino Andropov e Breznev.
No, non bastano i conflitti, c’è un odio strisciante, un fiume carsico che si autoalimenta col diffuso utilizzo della tecnologia e dei social, viviamo un’epoca in cui tutto è divenuto pubblico, tutto è alla luce del sole, qualunque notizia viene rilanciata e spesso manipolata per alimentare propaganda e conflittualità.

Ogni utente che utilizza le reti sociali commenta compulsivamente, non si pone quesiti sulla fonte della notizia, sulla veridicità della stessa, sulla possibilità che una immagine sia manipolata dall’Intelligenza Artificiale; ogni commento parte dal piccolo mondo del singolo, dalle sue convinzioni etiche e politiche spesso alimentate e infuse ad arte dai professionisti della propaganda, del resto chi non legge e chi non conosce, chi non è guidato dal Dubbio, ne diviene la vittima più appetibile.

Si parte dal banalissimo “Juve merda” spalmato sotto qualunque notizia sportiva, al “Sinner crucco ed evasore fiscale” dopo i trionfi del nostro più grande tennista, discutere col commentatore compulsivo è come giocare a scacchi con un piccione, non è mai in grado di interagire e, quando si stanca, riempie la scacchiera di guano e va via tutto soddisfatto e tronfio, convinto della sua vittoria.

Un evento come il Gay Pride nella nostra città scatena una marea social di giudizi negativi, a chi potrebbe mai dare fastidio una festa colorata in cui si rivendica la libertà sessuale ed il desiderio di non nascondersi? Il Gay Pride termolese aveva un tema importante: si ricordavano le persecuzioni subite dagli omosessuali durante il regime fascista, gli “invertiti”, come li chiamava il regime, venivano spediti al confino nella vicina isola di San Domino insieme agli oppositori politici del Duce, polvere sotto il tappeto che non doveva sporcare l’immagine di un’Italia forte e virile.
E invece… odio e fango social… “invece di pensare alle cose importanti e ai problemi di questa Regione”, “una carnevalata”, “una pagliacciata”, “un pessimo esempio per le generazioni a venire” – il sunto di alcuni dei commenti più sobri, quelli che non oltrepassavano il limite della decenza, esiste la libertà di pensiero e di manifestazione, la libertà di partecipare ad un evento o di prenderne le distanze, non esiste né esisterà, mai, finchè ci sarà la nostra Costituzione, il diritto di denigrare o peggio ancora di vietare.

La propaganda alimenta l’odio sui social e l’odio alimenta la propaganda in una spirale senza fine, si può prendere una posizione sulla guerra a Gaza, si può restare neutrali, si può persino restarne indifferenti o semplicemente analizzarne le ragioni o i torti, quello che non si può accettare e che ci spinge sempre più verso il baratro, è il veder comparire, anche nella nostra piccola città, cartelli che vietano l’ingresso agli israeliani in un pubblico esercizio, dimenticando che quei cartelli, che i nostri nonni ricordavano bene, sono stati il prologo della più grande tragedia e del più grande sterminio di massa vissuto dall’Umanità.

Il fiume carsico cresce e tracima, l’odio social spinge ad osare, due turisti francesi di religione ebraica, padre e figlio di sei anni, vengono aggrediti e picchiati in un autogrill alle porte di Milano da persone che li invitano a tornarsene a casa, da persone che ripetono “a pappagallo” gli slogan ripresi dai social e al grido di quel “Free Palestine” che va tanto di moda, persone che ovviamente non sanno della distruzione del Tempio di Gerusalemme, dei ghetti delle città europee, della cacciata degli Ebrei dalla “cattolicissima” Spagna, della Guerra dei sei giorni o dello Yom Kippur, dell’Intifada.

Più del cartello che vieta l’ingresso agli israeliani, ma varrebbe per chiunque, mi preoccupa il fatto che, chi lo ha messo, sembrava essere fiero della maggioranza dei commenti social che approvavano il suo operato; ragionando così sarebbe legittimo picchiare e cacciare i russi perchè invasori in Ucraina, gli americani per le guerre in Iraq e Afghanistan, gli spagnoli per lo sterminio degli Indios, gli stessi italiani per i massacri in Etiopia e Somalia durante il fascismo, si giustificherebbero persino coloro che non affittavano ai meridionali nel boom della Torino industriale.

E’ impossibile tentare di fermare il progresso o la tecnologia, ma spesso, di fronte al vomito telematico, viene voglia di disintossicarsi, di abbandonare i social e di armarsi di libri e di Conoscenza, di interagire il meno possibile, e solo vis-a-vis, in quelle lunghe, accese ed interminabili discussioni politiche tra una sigaretta ed un bicchiere di Cognac.
Saudade di un tempo che fu.

Simon Wiesenthal che il Male lo aveva conosciuto e combattuto diceva “Il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasti l’Umanità. E non mi riferisco alla sola grande tecnologia della bomba atomica, mi riferisco anche alla piccola tecnologia della vita di ogni giorno”.
Wiesenthal si riferiva in particolare alla televisione, parafrasando il tizio che cade dal palazzo, era forse fermo al primo piano e non tutto andava bene, noi, col baratro dell’odio social, siamo vicini all’atterraggio.