Termoli, porta pulita per affari sporchi. E il ‘cavillo’ di Facciolla che ha salvato il depuratore consortile
L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso svela l’infiltrazione silenziosa della criminalità foggiana nell’economia molisana, attraverso la società Energia Pulita S.r.l. Il piano: aggirare interdittive, ottenere appalti e smaltire rifiuti in modo opaco. Ma un “cavillo” normativo introdotto anni fa da Vittorino Facciolla, allora assessore regionale, impedisce l’uso del depuratore consortile del COSIB, evitando che l’impianto pubblico finisca nel sistema. Un freno che oggi si rivela decisivo, mentre sul futuro della gestione dell’impianto – tra fondi PNRR e ipotesi di esternalizzazione – resta aperto il rischio di privatizzazioni.
Per anni Termoli è stata considerata una terra al riparo, una periferia dimenticata dai grandi circuiti della criminalità organizzata. Ma a sfogliare le carte dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso, la città molisana appare oggi sotto una luce diversa: una zona franca in cui la mafia non ha avuto bisogno di minacciare o sparare per entrare nei flussi economici legali. Le è bastato investire, costruire relazioni, usare volti rassicuranti per affari sporchi.
Al centro dell’indagine c’è Energia Pulita S.r.l., azienda molisana operante nel settore dei rifiuti che proprio in questi giorni e dopo che il caso è esploso anche a livello nazionale sembra in fase di ‘dismissione’. Secondo la Procura, è il cavallo di Troia usato dalla criminalità foggiana – in particolare la batteria Moretti-Pellegrino-Lanza – per riciclare denaro, aggirare interdittive antimafia e pilotare appalti. L’uomo chiave è Giuseppe Di Geronimo, formalmente esterno alla società, ma ritenuto il regista occulto delle operazioni. Vicina a lui la moglie del presidente della Regione, Elvira Gasbarro (che all’epoca dei fatti era sindaco di Termoli e presidente della Provincia di Campobasso), descritta dagli inquirenti come “cerniera” tra imprenditori, tecnici e politica. E sullo sfondo lo studio tecnico di Roberti e Bove, destinatario – sempre secondo gli atti – di incarichi ben retribuiti collegati alle autorizzazioni ambientali.
Il piano, ricostruiscono gli investigatori della DDA, era chiaro: usare una società molisana “pulita” per aprire canali in Puglia e in Molise. “Energia Pulita è la nostra risorsa”, dicono gli indagati. Ma a un certo punto qualcosa si inceppa. Serve smaltire in fretta una quantità importante di rifiuti. E torna in scena il depuratore del Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Valle del Biferno (COSIB): un impianto interno all’area industriale, gestito in house, dotato di laboratorio ambientale d’eccellenza, e – soprattutto – soggetto a regole rigide.
Quelle regole erano state introdotte negli anni precedenti da Vittorino Facciolla, quando era assessore regionale nella giunta Frattura. Un “cavillo”, lo definiscono gli intercettati, lamentando che non possono usare il depuratore consortile per lo sversamento dei loro rifiuti. Troppo restrittive le norme. E per fortuna, viene oggi da aggiungere: quel vincolo tecnico, che all’epoca aveva ristretto la possibilità di accogliere rifiuti da fuori regione – dopo un periodo di apertura nel decennio 2000-2010 – oggi si rivela una diga. Un punto fermo che ha impedito che l’impianto finisse dentro una rete opaca. Per questo, quando il COSIB diventa inutilizzabile, gli indagati cercano un’alternativa ed entra in gioco la discarica di Giovanni Foglia a Guglionesi.
Dove, per un periodo di tempo limitato, gli ingressi dei camion da Energia Pulita si moltiplicano. E questo accade dopo che il gestore, sempre secondo le carte giudiziarie, viene messo in contatto diretto con l’allora presidente della Provincia. Seguono visite, accordi, contatti, nomine. Poi anche questo processo, che chiama fuori Giovanni Foglia (il quale difatti non è indagato ma considerato una ‘vittima’ del sistema, e comunque emerge come un uomo che segue le regole), si arresta. Ma il quadro che emerge dall’intera vicenda è quello di un sistema di favori, relazioni e scambi, dove Energia Pulita diventa veicolo di interessi criminali mascherati da iniziativa imprenditoriale. Subappalti, incarichi tecnici, autorizzazioni in tempi record: tutto ruota intorno a una struttura che – scrivono i magistrati – ha agito “in silenzio, senza rumore”.
Eppure, un argine c’è stato. Il depuratore del COSIB, oggi al centro di lavori di ampliamento con fondi PNRR, è rimasto fuori dal gioco. E ora il dubbio è sul futuro: resterà pubblico, sotto controllo del Consorzio, o sarà esternalizzato? Una scelta che potrebbe riaprire rischi già sfiorati.
Un pericolo che si evidenzia dalla ricostruzione di quanto già accaduto. Proprio con Energia Pulita (QUA LA NOSTRA INCHIESTA SULLA SOCIETÀ ). Perché mentre in Molise si sistemano i documenti, in Puglia si aprono nuove rotte. Grazie alla “copertura” offerta da Energia Pulita, aziende colpite da interdittive antimafia – come Ricicla Srl di Torremaggiore – riescono a rientrare nel giro. I rifiuti partono da comuni come Apricena, passano per subappalti opachi e vengono gestiti da imprese scelte direttamente dagli uomini vicini ai clan, intermediari privilegiati che operano proprio in basso Molise.
Il vantaggio è evidente: Energia Pulita non solo consente alla criminalità di operare “coperta”, ma moltiplica il guadagno grazie alla capacità di muoversi su due fronti. Da un lato, la collaborazione con imprese per eseguire i lavori e dall’altro la protezione mafiosa che garantisce ordine, silenzio e controllo del territorio.
Tutto questo, è bene dirlo e ripeterlo, dovrà essere dimostrato in dibattimento. Le carte della Procura raccontano una storia precisa, ma sarà il processo a stabilire chi ha fatto cosa, con quali responsabilità e con quale consapevolezza. La ricostruzione degli inquirenti in ogni caso descrive l’ingresso della criminalità organizzata in Molise non con i modi eclatanti della violenza, ma con le forme moderne dell’infiltrazione economica: aziende di facciata, relazioni personali, incarichi ben distribuiti.
È un passaggio di fase. Un salto di qualità. La mafia – dicono le carte – non ha invaso, ha investito. Ha scelto il settore giusto, quello dei rifiuti, dove ogni autorizzazione è una porta che può restare chiusa per mesi o spalancarsi in una settimana, dove la burocrazia è un’arma e le connivenze una scorciatoia. E ha scelto un luogo come Termoli, punto di passaggio tra due regioni, ponte tra Nord e Sud, città di confine ma anche di opportunità.




