“Nell’interesse del buon costume e della sanità della razza”. La deportazione degli omosessuali sull’isola di San Domino da parte del fascismo
Dopo i galeotti napoletani nel 1792, i libici nel 1911 e gli antifascisti a partire dal 1926, le Isole Tremiti, oggi paradiso dei vacanzieri, diventarono prigione anche per gli omosessuali e i Testimoni di Geova. Pagine di italica vergogna riesumate per descrivere la disumanità di un potere sempre uguale dai Borboni al fascismo mussoliniano. Una lezione di storia da assumere come impegno affinché tutto ciò non si ripeta.
Il 28 maggio del 1940, pochi giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, il capo della polizia fascista Bocchino emette l’ordine di commutazione della pena del confino in ammonizione per «cinquantasei pederasti, quasi tutti della Provincia di Catania» reclusi sull’isola di San Domino, nell’arcipelago delle Tremiti.
Per essi è la liberazione, il ritorno a casa, ma c’è poco da festeggiare, sapendo quanto poco lieto sarà, rimettere piede in un ambiente che giudica l’omosessualità una vergogna e una malattia, con in più sulle spalle lo stigma di “arrusi” allontanati dal consorzio umano per il proprio orientamento sessuale.
Il forzoso soggiorno alle Diomedee per una ventina di essi era iniziato un anno prima. Prima di giungere alle Tremiti, erano stati dirottati chi a Ustica, chi a Favignana e a Lampedusa. E prima ancora avere subito il carcere fin dal mese di gennaio. Senza avere commesso nulla, «immuni da precedenti politici», scrive Bocchino nel provvedimento di “clemenza”.
Erano stati tolti dalla circolazione solo perché il loro comportamento destava scandalo nell’ambiente perbenista della città etnea. Non solo. Le circostanze hanno voluto che proprio lì a quel tempo, a rappresentare il volto peggiore del regime si erano ritrovati un prefetto e un questore accomunati da una visione dell’omofobia come grave malattia da sradicare.
Così, per il prefetto conte Cesare Vittorello, era indispensabile «nell’interesse del buon costume e della sanità della razza intervenire con provvedimenti energici perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai». Non meno severo si dimostrava il questore, Molina il suo nome, che già aveva dato prova in precedenza a Salerno delle stesse pulsioni maniaco-repressive.

La consegna della posta ai confinati
La «sanità della razza» da salvaguardare e proteggere dal morbo, ecco la colpa, al punto da deportare per anni su uno scoglio sperduto in mezzo all’Adriatico decine di persone sanissime, in gran parte di modesta condizione economica e culturale.
Ma più che la convinzione di essere in presenza di una patologia, l’omosessualità per i fascisti era qualcosa che colpiva al cuore la narrazione della esaltata virilità fascista, del mito “dell’uomo maschio riproduttore” spesso individuato nella stessa persona di Mussolini.
Una visione e un concetto che spingerà le autorità fasciste catanesi fino a distinguere, previo visita medica, immaginate di quale parte del corpo, tra “attivi” e “passivi”, per condannare solo i secondi all’esilio.
Molto più tardi, sollecitati da chi aveva interesse a riportare a galla la loro triste storia, alcuni racconteranno di un viaggio interminabile: prima in nave, poi treno e soste in luride prigioni di transito. Infine Manfredonia e poi ancora nave fino alle Tremiti. Ammanettati come i peggiori criminali.
Una volta giunti, altro trasbordo da San Nicola a San Domino, allora quasi del tutto deserta, e alloggio in due disadorni capannoni. Un secondo confino nell’ambito di quello riservato ai politici. Un intento chiaramente segregazionista, sostengono Goretti e Giartosio nella loro interessante pubblicazione “La città e l’isola”.
A piccoli gruppi nel corso del mese di giugno del ’43 ne arriveranno altri, quasi tutti da Catania, fino a raggiungere il numero di cinquantasei. Qui, tra assurde e inique disposizioni e sorveglianza stretta dei carabinieri trascorreranno un anno di separazione dalla vita civile comune.

Foto con i libici deportati
Una vita durissima, senza libertà, isolati dal mondo e dagli affetti più cari, perennemente vessati anche in quelle condizioni. Questa è stata a quel tempo la loro esistenza alle Tremiti, non quella, che nel settembre 2003 è stata descritta a due giornalisti inglesi da Berlusconi, allora presidente del Consiglio, secondo il quale «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno.Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino».
Ecco cosa scrive invece uno di quei “vacanzieri” intervistato da Giovanni Dell’Orto: «Noi eravamo separati dagli altri confinati politici. Lì, poi, non c’era niente, solo i nostri cameroni, la casa del comandante, lo spaccio dove lavorava uno di noi, il faro, dove c’erano i marinai e poi c’erano gli isolani a cui io tenevo le mucche, così giravo un po’ l’isola, andavo, coglievo i fichi per venderli agli “errusi” e così mi facevo anche un po’ di soldi oltre alle 5 lire dello Stato […]».
Non migliore la visione di quel desolato luogo da parte del confinato politico Mario Magri, inviato a Tremiti nel 1939 e successivamente trucidato alle Fosse Ardeatine: «Non si può immaginare uno scoglio più desolato. Non un albero. Non un po’ di verde. Solo la roccia nuda e qualche camerone cadente».

Quanto ai residenti «vivevano in baracche e nei locali sottostanti ai cameroni in uno stato di miseria, di sporcizia e di promiscuità veramente spaventosa». «Non esistevano fognature o gabinetti. Tutti i rifiuti erano lasciati in mezzo alla strada o gettati in mare dall’alto del muraglione». Persino i loro carcerieri si consideravano reclusi quasi allo stesso modo. Insomma Tremiti era la più dura delle colonie di confino.
La scelta a fare delle Tremiti, soprattutto di San Nicola, isola di ideale deportazione per quanti erano sgraditi al potere risaliva al passato. Si dice già al tempo di Augusto. Nel 1792 vi aveva sicuramente pensato Ferdinando I di Borbone delle due Sicilie, detto re nasone. Nel tentativo di popolare quell’arcipelago disabitato vi fece tradurre «quelle persone che si sono rese, o per reiterazione di furti, o per vita vagabonda, sospette, o per la frequenza di piccoli delitti incorreggibili[…]». Ad essi venivano concessi anche piccoli appezzamenti di terra da coltivare.

manifestazione fascista a San Nicola
Giolitti nel 1911 vi tradusse «tra 1215 e 1315» prigionieri libici rei di avere difeso la propria terra dalla brutale aggressione del colonialismo italiano. A partire dal 1926 all’estate del 1943 il fascismo le aveva prescelte per allontanarvi a centinaia i suoi avversari politici.
Poco nota, ma ugualmente patita, la deportazione alle isole Tremiti di una minoranza religiosa come i Testimoni di Geova, in gran parte contadini abruzzesi, qualcuno originario del Trentino, quasi tutti di modesta condizione sociale e culturale. Uno di essi, l’operaio Battisti Albino, dopo Tremiti fu inviato a Ventotene, dove strinse amicizia con Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. La colpa? Erano contro la guerra, pacifisti.
Alla lista dei perseguitati dal fascismo da inviare a Tremiti, sono mancati solo gli zingari, ma anche per essi vi furono provvedimenti analoghi in altre parti d’Italia. Tra i campi di concentramento allestiti dai fascisti in Italia per rom e sinti ve ne è stato uno anche qui, nel Molise, e precisamente ad Agnone, presso il convento di San Berardino. Alcuni di essi vennero impiegati a scavare buche e fossati nel tentativo di ritardare l’avanzata delle truppe alleate.



