Maxi-inchiesta DDA, 70.000 pagine di atti: gli avvocati al lavoro, non è esclusa una richiesta di proroga
Un fascicolo giudiziario senza precedenti in Molise: 60 faldoni, ciascuno con oltre mille pagine, per un totale di quasi 70.000 pagine da analizzare. Gli avvocati degli indagati nella maxi-inchiesta della DDA di Campobasso stanno acquisendo la documentazione, un lavoro mastodontico che potrebbe rendere necessaria una richiesta di proroga rispetto ai 20 giorni previsti per le memorie difensive. In procura è iniziata la distribuzione digitale degli atti su chiavette USB e hard disk contenenti intercettazioni, e il confronto con la magistratura – che il Governatore ha anticipato di voler fare al più presto – diventa una corsa contro il tempo.
Un fascicolo giudiziario senza precedenti in Molise. Gli avvocati degli indagati nella maxi-inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso stanno iniziando ad acquisire la documentazione integrale, un’operazione che si sta rivelando particolarmente complessa a causa dell’enorme mole di atti da esaminare. Si tratta di ben 60 faldoni, ciascuno contenente più di mille pagine, per un totale che sfiora le 70mila pagine. Un lavoro di analisi, studio e selezione che si presenta immane e che rappresenta un ostacolo concreto per la preparazione delle difese. Un avvocato, osservando il materiale, ha commentato: “Un fascicolo così in Molise non si è mai visto”.
Secondo quanto stabilito dall’articolo 415-bis del codice di procedura penale, gli indagati hanno 20 giorni di tempo per chiedere di essere ascoltati dal pubblico ministero, depositare memorie difensive o proporre istanze e richieste di nuove indagini difensive. Tuttavia, il tempo stringe e, considerando la mole di documenti, non è escluso che alcuni avvocati possano richiedere una proroga, la cui concessione dipenderà dalla discrezionalità dei magistrati.
Infatti non esiste un obbligo per la magistratura di concedere la proroga: la decisione è discrezionale e può dipendere da diversi fattori. In alcuni casi, la Procura può accettare di allungare i tempi per favorire il contraddittorio, mentre in altri può decidere di respingere la richiesta e procedere con la formulazione dell’accusa o la richiesta di rinvio a giudizio.
Via vai stamattina in Procura a Campobasso, dove è iniziata l’assegnazione dei documenti ai singoli penalisti, che hanno dovuto fornire chiavette USB da almeno 16 GB per ottenere copia digitale degli atti. Oltre ai faldoni cartacei, ci sono anche quattro hard disk contenenti intercettazioni telefoniche relative al 2020 e al 2021, che gli avvocati possono richiedere di ascoltare, con un ulteriore carico di lavoro da gestire. La priorità, però, resta l’analisi delle carte, senza la quale il confronto con la Procura sarebbe impossibile.
Tra i penalisti che hanno acquisito gli atti figura Mariano Prencipe, avvocato del governatore del Molise, Francesco Roberti, il quale ha già manifestato la volontà di essere ascoltato quanto prima dal pubblico ministero per chiarire la sua posizione.
Per altri indagati invece, in particolare quelli del filone principale legato alle estorsioni, verosimilmente non sarà chiesto il confronto con il pm e di conseguenza il lavoro di studio delle carte potrà essere fatto con più calma. Sicuramente però una mole così importante e voluminosa di atti, in ogni caso, implica un grande lavoro, come spiega il penalista Pino Sciarretta, che difende una decina di indagati collegati ai reati con metodo mafioso.
L’inchiesta della DDA di Campobasso ipotizza un sistema criminale che spazia dal traffico illecito di rifiuti alla corruzione, fino alle infiltrazioni mafiose nel Basso Molise. Gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari sono stati notificati a 45 persone, tra cui il presidente Roberti e la moglie Elvira Gasbarro, e a due società, la Energia Pulita e la Servizi Ambientali Molise, entrambe ubicate nel Nucleo Industriale di Termoli, tra mercoledì e giovedì scorso. I 20 giorni di tempo scadono, in teoria, nella seconda settimana di marzo. Ed è davvero una corsa contro il tempo.
La posizione di Roberti è sganciata dai reati di stampo mafioso e riguarda un filone separato dell’indagine, legato a presunti favori a imprese e assunzioni fittizie in cambio di autorizzazioni.
Gli avvocati hanno iniziato e stanno iniziando, non senza difficoltà, la lettura di un fascicolo “che occupa letteralmente tre pareti di una stanza, se fossero stampati”, come commenta un penalista. Nel frattempo, la Procura attende le eventuali istanze degli indagati.
L’INCHIESTA DDA
La DDA ha scoperchiato un sistema criminale radicato tra il Molise e la Puglia, con collegamenti diretti alla Società Foggiana. Tra i reati contestati, traffico di rifiuti, corruzione, estorsioni, spaccio di droga, usura, riciclaggio, gestione illecita dei rifiuti, appalti pilotati e condizionamento dell’economia locale.
Gli inquirenti ipotizzano un sistema criminale che avrebbe controllato settori strategici del Basso Molise, con forti legami con la Società Foggiana. L’inchiesta ha evidenziato collegamenti diretti tra alcuni indagati molisani e la mafia foggiana, con episodi di estorsioni e intimidazioni. Tra i presunti referenti figurano Michele Lamedica e Vincenzo Macera, accusati di aver esercitato pressioni su imprenditori molisani per ottenere il controllo di attività economiche. Le indagini hanno rivelato che il narcotraffico era uno strumento di pressione per acquisire attività commerciali. Alcuni imprenditori e commercianti, non riuscendo a saldare debiti contratti per l’acquisto di droga, sarebbero stati costretti a cedere quote delle proprie aziende o beni immobili agli affiliati della criminalità organizzata. Tra i casi più eclatanti quello di un imprenditore termolese del settore edile che avrebbe ceduto la sua azienda per ripianare un debito di droga, o di un ristoratore del Basso Molise ha dovuto dare la gestione del suo locale per coprire 40mila euro di debiti legati alla cocaina. O ancora: un meccanico di Termoli che ha perso la sua officina, finita sotto il controllo di un affiliato alla mafia foggiana, per un debito di 15mila euro.
Secondo la Procura, queste dinamiche dimostrano il condizionamento del tessuto economico locale da parte della criminalità organizzata, con metodi di stampo mafioso.
Tra i reati più gravi emerge la gestione illecita dei rifiuti, con un traffico di scarti pericolosi come amianto, plastiche industriali e pneumatici fuori uso, che sarebbero stati movimentati e trattati attraverso documenti falsificati e il supporto di funzionari pubblici compiacenti, che avrebbero agevolato il rilascio delle autorizzazioni ambientali in cambio di favori personali.
Tra gli indagati principali figurano Nicola Ianiro, amministratore di fatto della Energia Pulita Srl, e Giuseppe Di Geronimo, direttore tecnico della stessa azienda, entrambi accusati di aver orchestrato il traffico illecito di rifiuti. Con loro, Alessia Bellisario e Attilio Ferrazzano, dipendenti della società, accusati di aver falsificato documenti di trasporto e registrato in modo fittizio il materiale trattato.
Sul fronte della pubblica amministrazione, emergono le posizioni di Domenico Bonifacio, ex funzionario del Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Valle del Biferno (COSIB), e Alessandro Fierro, impiegato della Regione Molise, entrambi accusati di aver favorito il rilascio di autorizzazioni ambientali in cambio di benefici personali. Fierro, in particolare, avrebbe ottenuto la rimozione gratuita di amianto dall’abitazione del suocero, con un risparmio di 2.250 euro, in cambio di un trattamento di favore.
Tra i 47 indagati, figura anche il governatore del Molise, Francesco Roberti, accusato di corruzione per presunti episodi risalenti al periodo in cui era sindaco di Termoli, presidente della Provincia di Campobasso e membro del Consiglio Generale del COSIB, tra il 2020 e il 2023. Secondo l’accusa, avrebbe favorito la società Energia Pulita Srl e altre imprese attraverso autorizzazioni agevolate, assunzioni fittizie e incarichi professionali per la moglie, Elvira Gasbarro.
Gli inquirenti contestano a Roberti la corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318 c.p.), il concorso in corruzione (art. 110 c.p.) e la corruzione del privato corruttore (art. 321 c.p.), con l’aggravante dell’abuso di relazioni d’ufficio (art. 61 n. 2 c.p.).
L’inchiesta della DDA di Campobasso ha sollevato un terremoto giudiziario, con implicazioni che toccano istituzioni, pubblica amministrazione e imprenditoria locale. Il presunto intreccio tra criminalità organizzata, corruzione e gestione illecita dei rifiuti getta ombre sulle dinamiche economiche e politiche della regione, e il procedimento giudiziario entra ora in una fase cruciale.







