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Fiat, la battaglia di Termoli che sfidò il sabato lavorativo e scosse l’Italia. Gli autori della ricerca: “Una storia che ci parla ancora”

A trent’anni dal dicembre 1994, gli autori Roberto De Lena e Francesco De Lellis riportano alla luce una pagina dimenticata della storia operaia italiana. La vicenda degli operai FIAT di Termoli, che dissero “No” al sabato lavorativo in cambio di investimenti e nuovi posti di lavoro, rappresenta ancora oggi una lezione sul rapporto tra lavoro, diritti e vita sociale. Una battaglia che divise la città, scosse il Paese e continua a far riflettere sul presente. Ne parlano in questa intervista, mentre PRIMONUMERO pubblicherà il loro lavoro integrale domenica 15 dicembre

Esattamente 30 anni fa, il 5 dicembre 1994, gli operai e le operaie FIAT di Termoli inaspettatamente votarono a grande maggioranza contro la proposta-ricatto voluta dall’azienda e caldeggiata dai sindacati: un cambio del ritmo di lavoro con l’introduzione del sabato lavorativo obbligatorio in cambio di 400 nuovi posti di lavoro per la produzione di un nuovo motore.
Termoli finì su tutti i giornali nazionali per un mese intero. Ministri, vescovi, segretari sindacali e dirigenti aziendali si mobilitarono. In città si alzò un polverone. Lo scontro aprì una frattura sociale incredibile.
Era un’altra Italia, l’alba di Berlusconi. Un altro Molise, forse.
Qualcuno si ricorda quella storia? Volete sapere come andò a finire?

Primonumero pubblicherà a breve la storia (dimenticata) di quando gli operai Fiat sfidarono l’azienda dicendo no al sabato, ma furono fondamentalmente zittiti. Un articolo che è anche un saggio storico, che ricostruisce quei giorni di tensione e mobilitazione, analizzando le ragioni degli operai, il contesto sociale e politico che li vide isolati e demonizzati, e le conseguenze di quella battaglia che cambiò per sempre il rapporto tra lavoro e vita in Italia. Roberto De Lena e Francesco De Lellis sono gli autori di un lavoro che scava nelle radici dell’attivismo civico termolese e hanno deciso di riaccendere i riflettori su una pagina di storia spesso dimenticata: la battaglia degli operai Fiat contro l’introduzione del sabato lavorativo nel 1994.

Fiat 1994 - giornali Fiat 1994 - giornali Fiat 1994 - giornali

Il loro percorso di ricerca, iniziato cinque anni fa con l’intento di ricostruire storie di lotte locali – contro le industrie chimiche, la turbogas, per l’acqua pubblica –, li ha portati a imbattersi in questa vicenda, considerata un punto di svolta per la fabbrica e per la città. Non è solo la cronaca di una vertenza, ma il racconto di un momento spartiacque nella storia del lavoro italiano, in cui Termoli, per un breve ma intenso periodo, si trovò al centro di un dibattito nazionale sui diritti, sulla dignità del lavoro e sulle priorità della società.

La ricorrenza del trentennale ha offerto l’occasione per trasformare i risultati del loro lavoro in una riflessione collettiva, non solo per preservare la memoria, ma anche per risvegliare il dibattito pubblico su questioni oggi più che mai attuali. Attraverso testimonianze, fatti e riflessioni, questo approfondimento getta luce su una vicenda spesso dimenticata ma di straordinaria attualità, soprattutto alla luce delle incertezze che oggi avvolgono il futuro dello stabilimento Stellantis di Termoli e del territorio che per decenni ha ruotato attorno alla grande fabbrica.

Roberto De Lena Francesco De Lellis

Abbiamo intervistato Francesco De Lellis e Roberto De Lena, che qui raccontano cosa li ha spinti a ripercorrere questa vicenda, l’importanza del rapporto tra fabbrica e città, e il valore simbolico di quella protesta, che fu al contempo un gesto di ribellione e una lezione per il futuro.

Come è nata l’idea di raccontare questa storia?

“L’idea iniziale era parte di un progetto più ampio, mirato a ricostruire pezzi di storia dell’attivismo civico e dei movimenti locali. Avevamo intrapreso vari filoni: lotte contro le industrie chimiche, la turbogas, per l’acqua pubblica. Volevamo riportare alla memoria battaglie che oggi sembrano quasi impossibili. Poi ci siamo imbattuti nella storia della Fiat del 1994, di cui inizialmente sapevamo poco, sia per ragioni anagrafiche sia perché è una vicenda che sembra essere stata completamente archiviata. Eppure, scavando, abbiamo capito quanto fosse stata importante, non solo per la fabbrica, ma anche per il tessuto sociale di Termoli.”

Come è stata accolta l’idea di scrivere su questa vicenda?

“Quando abbiamo iniziato a lavorare su questa storia, soprattutto in contatto con l’USB e alcuni lavoratori, abbiamo trovato un grande entusiasmo, quasi meraviglia, per il fatto che qualcuno si interessasse ancora a quella vicenda. I lavoratori che c’erano, o che hanno vissuto le fasi successive, ci hanno spronato a riprendere il ragionamento. Si tratta di una storia ancora viva, una ferita aperta per molti”.

Perché questa vicenda è ancora rilevante oggi?

“È rilevante perché mostra il rapporto ambiguo tra la fabbrica e la città. La presenza della Fiat è sempre stata un po’ marginale nella vita sociale di Termoli, eppure è centrale per l’economia locale e regionale. Oggi, con Stellantis e il progetto della Gigafactory sospeso, il rischio di un ulteriore impoverimento del tessuto sociale ed economico è altissimo. La questione non riguarda solo i lavoratori in fabbrica, ma tutta la città. Ieri come oggi”.

Come mai questa città è così poco reattiva rispetto alla presenza di una fabbrica così importante? E che tipo di collegamento c’è stato tra la città e la fabbrica?
“Forse questa ricerca, riletta prima di consegnarla, evidenzia un processo di isolamento della fabbrica rispetto al resto della città. Lo abbiamo riscontrato anche nelle mobilitazioni più recenti, indette da tutti i sindacati, che tuttavia hanno visto una partecipazione cittadina marginale. Detto questo, è innegabile che l’attuale Stellantis rappresenti la maggiore realtà industriale di tutta la regione. E ciò che si dice spesso, forse con un po’ di banalità, ovvero che se crolla la Fiat di Termoli, crolla l’economia del territorio, ha un fondo di verità. Questo significa che, anche guardando alla semplice economia locale, la presenza della fabbrica è cruciale. Proprio per questo siamo molto preoccupati, come operatori sociali, rispetto alle ricadute sociali che una crisi dello stabilimento potrebbe avere. Parliamo di un aumento delle persone che scivolano sempre di più verso la povertà, un’ulteriore emigrazione dal territorio e un impoverimento generale del tessuto locale. A questo si aggiungono le conseguenze sulla salute mentale dei lavoratori e delle loro famiglie. Su questo punto siamo certi che già l’attuale fase di incertezza stia provocando più di una sofferenza all’interno delle famiglie legate alla fabbrica”.

Che lezione si può trarre dal 1994 per il presente?

“Quella protesta non era solo contro l’introduzione del sabato lavorativo, ma contro un modello che metteva il profitto sopra la vita delle persone. Gli operai, accusati allora di egoismo, stavano in realtà combattendo per tutti, per difendere un equilibrio tra lavoro e vita. È una lezione preziosa anche oggi, quando il tempo di lavoro continua a invadere quello della vita, e il dibattito pubblico sembra aver perso di vista il valore delle battaglie collettive.”

Qual è il valore di questo lavoro di ricostruzione?

“Non si tratta solo di rivedere il passato, ma di riattivarlo per il presente. Quella battaglia, anche se persa, ci insegna che è importante avere il coraggio di lottare per ciò che conta, indipendentemente dall’esito. Speriamo che questo lavoro possa essere un invito a ripensare il rapporto tra fabbrica, città e diritti dei lavoratori”.

Roberto De Lena e Francesco De Lellis concludono con un ringraziamento a chi ha condiviso con loro ricordi e testimonianze, sottolineando che questa è una storia collettiva: “Ci hanno raccontato e trasmesso un pezzo di memoria che vogliamo restituire alla città. Perché il destino della fabbrica, oggi come allora, riguarda tutti noi.”