Furti nelle chiese: mancano fedeli e sacerdoti, così i parroci devono tenerle chiuse
Le chiese non sono sempre aperte perché se restano incustodite c’è il rischio che entrino malintenzionati a rubare. Si tratta di un problema sentito tra i preti e diffusissimo in tutte le parrocchie che non deve mettere in discussione l’azione educativa e le attività caritatevoli fatte quotidianamente all’esterno degli edifici di culto.
“La nostra Repubblica è fondata sul lavoro, ma quante persone non ce l’hanno? E quando la disperazione spinge qualcuno a imbrogliare o peggio, ci meravigliamo. O meglio, fingiamo di meravigliarci”.
E’ una frase estrapolata da un più ampio discorso pronunciato da don Maurizio Patriciello, il parroco anticamorra noto per il suo impegno nella cosiddetta Terra dei Fuochi che ieri, 21 novembre, è intervenuto in un importante convegno sulla legalità organizzato dal Lions Club di Termoli.
Il suo ragionamento riaccende i riflettori sul tema della sicurezza anche nelle chiese che sono, ormai un po’ dappertutto, non più luoghi sempre aperti, ma accessibili esclusivamente in determinate fasce orarie. Davanti alle parrocchie ci sono le telecamere di videosorveglianza: non ci si può più permettere di lasciarle incustodite come ci diceva qualche giorno fa il parroco della Cattedrale di Campobasso don Michele Tartaglia il quale ci aveva spiegato che è obbligato a chiudere la chiesa quando non c’è nessuno che la sorvegli.
Purtroppo c’è il pericolo che qualche malintenzionato porti via oggetti di valore o le ostie benedette, che vengano derubati i fedeli. Si rischiano atti vandalici o il danneggiamento del patrimonio artistico di chiese come Cattedrale (o Ss. Trinità) che ha riaperto al culto pochi mesi fa dopo sei anni di lavori e interventi che l’hanno resa più sicura.
Resta, purtroppo, il problema della sorveglianza. Vale per la centralissima chiesa di Campobasso come per gran parte delle parrocchie molisane e italiane. Nei piccoli centri, poi, va anche peggio perché i sacerdoti hanno quasi esclusivamente laici anziani su cui poter contare per rafforzare una presenza che scoraggi i malintenzionati ad introdursi in parrocchia.
E’ per queste ragioni, e solo per queste, che le chiese oggi hanno orari di apertura e chiusura. La contrapposizione con il monito di Papa Francesco di qualche anno fa a tenerle sempre aperte e a non trasformarle in musei a cui abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo (leggi qui il caso Cattedrale) non intendeva, nella maniera più assoluta, escludere l’azione educativa e le attività caritatevoli portate avanti da don Michele diventato, suo malgrado, anche un custode in quel luogo di culto. Il personale (che si tratti di volontari laici o di altri sacerdoti) per garantire orari più flessibili è purtroppo ridotto, ma la sua Chiesa, intesa come luogo di accoglienza, non chiude mai (tra l’altro se non c’è la Cattedrale disponibile, c’è sempre la parrocchia della Libera aperta per raccogliersi in preghiera visto che lì ci sono le suore quindi non è mai incustodita).
Insomma, nessuno voleva mettere in discussione la capacità di don Michele di predicare il cristianesimo anche fuori dai luoghi di culto ufficiali. Sappiamo che lo fa e conosciamo il suo pragmatismo. Quello che volevamo raccontare, prendendo il caso della Cattedrale a esempio, è il cambiamento (in negativo) della società contemporanea dove neppure più le chiese sono posti estranei a certi fenomeni criminali.
Gli uomini di chiesa come don Patriciello o don Tartaglia, però, si interrogano anche sulle cause, c’è una ragione altra se si ruba in chiesa, se non c’è rispetto neppure per un edificio sacro. Ma non per questo possiamo aspettarci che i preti facciano i cani da guardia. E neppure augurarci che si inaspriscano le pene perché sarebbe controproducente (specie se non c’è chi le farà rispettare). Se ai diritti non corrispondono i doveri, se il compito educativo della famiglia (non per forza o comunque non esclusivamente quella tradizionale) è venuto meno, occorrono ancora più restrizioni, divieti, regolamenti? O, come predicano questi uomini del clero, vale di più l’educazione alla convivenza pacifica e rispettosa? Vale di più, in un solo termine, la prevenzione che può essere messa in atto ovunque. Anche – naturalmente – giù dal pulpito. (AD)


