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Virus Hiv, l’infettivologa: “Fare il test deve diventare una routine”. Categorie più esposte? “Non esistono, i comportamenti a rischio sì”

Alessandra Prozzo, a capo del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Campobasso, è la dottoressa che comunica la sieropositività a tutti i contagiati dal virus Hiv della regione. Dallo stigma dell’Aids alle buone pratiche nelle scuole superiori, l’infettivologa del Cardarelli ribadisce: “La trasmissione è sessuale, usate il condom e non abbiate paura di chi è infetto, vivrà a lungo quanto tutti gli altri grazie ai farmaci antivirali che abbiamo oggi a disposizione”

Questa domenica, 1° dicembre, è la Giornata mondiale per la lotta all’Aids: in piazza Vittorio Emanuele II, a Campobasso, dalle 9 alle 13, sarà possibile effettuare un test anonimo e gratuito per il virus dell’Hiv.  Una buona pratica che consiste in un prelievo di sangue col quale si testa la presenza degli anticorpi diretti contro il virus. Se il primo screening risulta positivo, cioè ha rilevato la presenza degli anticorpi,si viene ricontattati dall’Asrem per un test di conferma.

Di questo e altro ancora abbiamo parlato con la dottoressa  Alessandra Prozzo che dirige la Divisione di Malattie infettive all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

Dottoressa, iniziamo da qualche dato sulla situazione del Molise: quante diagnosi si fanno in un anno e quanti sono già i contagiati?

“Prima di tutto vorrei fare una premessa: dobbiamo iniziare col dire che il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità gestisce il sistema di sorveglianzanazionale delle nuove infezioni di Hiv e ogni regione, ogni anno, invia al Coa le segnalazioni dei nuovi casi di infezione di Hiv. Per nuovi casi intendiamo il paziente per la prima volta scopre di avere l’infezione. Il bollettino diffuso a ridosso della Giornata mondiale per la lotta all’Aids, quello a cui tutti stanno facendo riferimento inquesti giorni spaventati dall’idea che siano raddoppiati i casi in Molise, non deve, in realtà, preoccuparci in maniera eccessiva. Stiamoparlando di 13 casi rispetto ai 6 dell’anno precedente, ma dobbiamo anche dire che ci sono stati anni in cui neabbiamo anche diagnosticati 27, quindi non è un numero che, di per sé, dovrebbe destarepreoccupazione”.

Ma si tratta di un dato coerente con il trend nazionale?

“Direi di sì perché comunque il trend nazionale, così comequello mondiale, vede infezioni con la tendenza ad aumentare. In Italia è così dal 2022″.

E in Molise quanti sono i casi attualmente?

“In Molise sono13 le nuove diagnosi di infezioni a fronte di 150 pazienti già trattati nel nostro centro, l’unico della regione e pubblico che può gestire soggetti con Hiv”.

E cosa succede una volta che l’infezione viene diagnosticata?

“Si segue un percorso che dura tuttala vita. C’è una presa in carico del soggetto che farà quello che si fa in tutto il mondo: esami di controllo che, a seconda della situazione clinica e immunovirologica,possono essere disposti ogni 2 mesi, ogni 3 piuttosto che ogni 6 mesi”.

Certo che non dev’essere semplice dire a una persona che ha contratto l’infezione…

“Non lo è mai e bisogno avere una preparazione e un’attitudinespecifica per fare il counseling nel momento in cui bisogna dare la risposta di un testpositivo. Personalmentelavoro con queste infezioni dagli anni Novanta e credo di aver acquisito una esperienza tale che mi consente di fare il counseling come va fatto”.

Che prospettiva di vita ha un soggetto con Hiv?

“La prospettiva di vita oggi per i pazienti con infezioni di Hiv è più o meno sovrapponibilea quella della popolazione generale che l’infezione non ce l’ha, a patto che facciano in manieracorretta e costante la terapia antivirale. Dal 1996 abbiamo a disposizione dei potentissimi farmaci antivirali che riescono a tenere ferma l’infezione. E’ un trattamentoche non eradica l’infezione, l’infezione non se ne va mai, però consente di tenere il virus fermo, non lo fa avanzare, non provoca danni tali che portano il paziente verso l’Aids con le manifestazioni cliniche legate alla sindromeda immunodeficienza acquisita. In più, tenendo il virus a riposo con la terapia antivirale (in una condizione, si dice, di undetectable, cioè non è valutabile con le metodiche dibiologia molecolare), il paziente non è contagioso. Quindi si ottengono due risultati contemporaneamente”.

Ma allora non bisogna avere assolutamente timori ad avere rapporti sociali con una persona con Hiv?  

“La convivenza non ha mai creato nessun tipo di problema neppure quando non esisteva la terapia antivirale, perché, ribadiamolo, questa è un’infezionea trasmissione sessuale (o verticale, cioè dalla madre infetta al figlio al momento del concepimento, ma sempre a patto che la mamma non faccia la terapia antivirale  perché in quel caso il rischio è pari a zero). Negli anni Ottanta abbiamo avuto il dilagare dell’infezione tra i tossicodipendenti perché si scambiavanola siringa, cosa che adesso non fanno più. Qualcuno si è contagiato con le trasfusioni perché ilvirus non si conosceva e quindi le sacche non potevano essere testate per questotipo di virus, ma la trasmissione è quasi esclusivamente sessuale, significa fare sesso non sicuro, nonutilizzare il condom quando si hanno rapporti con persone di cui non si conosce lostato sierologico”.

Di conseguenza l’unico modo per capire se si è infetti è il test che farete domenica in piazza.

“Esatto. Il messaggio che vogliamo rilanciare domenica è proprio questo: fate il test, sarebbe già dovuto diventare da tempo un test routinario, però se noi non contrastiamolo stigma che c’è attorno alla malattia questo test routinario non lo diventerà mai e noi continueremo avedere  nuove infezioni e soprattutto continueremo ad avere diagnosi tardive (i cosiddetti late presenters). Va considerato che abbiamo di fronte a noi una infezione lenta che può cominciare in maniera totalmente asintomatica e anche quando èsintomatica si può confondere con una qualunque delle virosi in circolazione (tra i sintomi più comuni ci sono febbre, mal di gola, linfonodiingrossati, mal di testa, esantema ecc…) Se non si fa ladiagnosi l’infezione andrà avanti, il virus tenderà a occupare tutti i distretti fino a erodere il sistema immunitario che non funzionerà più. Se il virus ha il sopravvento il paziente sarà totalmente immunodeficiente e sarà esposto auna serie di infezioni (le cosiddette infezioni opportuniste così chiamate perché approfittano dello stato diimmunodeficienza per prendere il sopravvento). Quindi lei capisce bene che un conto è fare la diagnosiall’inizio, quando il virus ha cominciato a diffondersi nell’organismo ma non ha creato danni, un conto è intervenire quando sei in fase avanzata di malattia e magari hai, oltre alla diagnosi di Hiv, anche gravi infezioni correlate allo stato di immunodeficienza”.

Eppure di Aids se ne parla poco, non pensa che sarebbe opportuno discuterne coi ragazzi, nelle scuole?

“Lo stiamo facendo, assieme all’Ufficio scolastico regionale lavoriamo su un progetto che da poche settimane è stato avviato nelle scuole superiori per spiegare agli studenti cosa è l’Hiv, l’Aids e le malattie a trasmissione sessuale. E gli diciamo anche che il vaccino per il papilloma virus, sul quale so sta facendo unagrande campagna di comunicazione a livello nazionale, non ti copre rispetto alle altre infezioni. Senza trascurare il fatto che il sesso sicuro e consapevole è proprio una questione di educazione”. 

Eppure, nonostante questo impegno, c’è ancora uno stigma attorno alla malattia. Si fa fatica a uscire dal significato che è stato dato all’inizio quando l’Aids faceva paura pur sembrando qualcosa che riguardasse esclusivamente determinate categorie di persone. Ma come è possibile nel 2024?
“Bisogna diffondere quelle che sono leinformazioni corrette, non è pensabile che la gente abbia ancora l’idea che chi ha Hiv abbia anche quel famigerato alone violetto intorno come ci mostravano in una famosa pubblicità di tanto tempo fa. Io che quel periodo l’ho vissuto in prima persona, mi sono appassionata a questo argomento proprioin quel momento. Quando questa epidemia è cominciata si è visto che i contagiati erano quasi sempre giovani maschi con un grave stato di immunodeficienza appartenenti a comunità gay. In quella fase, quando i primi studi sono partiti, l’infezione è stata ghettizzata. Si è pensato che riguardasse solo gli omosessuali maschi,i tossicodipendenti, gli africani giovani e le prostitute e lei capisce bene che una caccia alle streghe ha fatto felici anche molti governi all’epoca. Gli scienziati si sono sgolati per cercare di far capire che non era così,che la malattia non era una malattia di categorie a rischio, era un’infezione legata a comportamenti arischio, sono due concetti completamente differenti”.
Poi, in piena espansione della pandemia, arrivò il libretto di Lupo Alberto che spiegava come indossare un preservativo e anche lì, apriti cielo, con le critiche dell’allora ministro della sanità Carlo Donat Cattin”
“Lo ricordo bene e ricordo anche che questa cosa gli tornò in faccia come un boomerang. Eppure ci portiamo dietro ancora tuttoquesto vissuto…”