Sfrattato e con un tumore, la burocrazia lo inchioda: “Non posso avere casa popolare ma non posso permettermi un affitto”
Renato vive in un monolocale del centro storico del capoluogo, ma dovrà lasciarlo entro un mese poiché non è abitabile ed è stato classificato cantina. Senza risorse economiche e mai avendo fatto domanda per un alloggio popolare “anche a causa della malattia”, rischia di non trovare nulla compatibile con le sue possibilità. Nonostante abbia cercato aiuto dai servizi sociali, la sua situazione resta critica
Renato ha 66 anni e vive da tempo in un monolocale situato nel centro storico di Campobasso. Un affitto che – racconta in uno sfogo al telefono – ha sempre pagato regolarmente, nonostante le difficoltà che la vita gli ha imposto. La sua battaglia quotidiana contro un tumore alla vescica e ai polmoni lo ha provato nel fisico e nella mente, con terapie debilitanti e controlli medici continui. In tutto questo, però, non è mai riuscito a fare richiesta per un alloggio popolare: “Con la malattia non ho avuto modo di pensare a scadenze che non fossero quelle dettate dalla chemioterapia o dai controlli mensili”, racconta.
Ma ora, con il tempo che scorre implacabile, si trova ad affrontare una nuova e imminente emergenza: tra un mese dovrà lasciare l’appartamento. I vigili urbani, infatti, hanno accertato che si tratta di una cantina, non adibita a uso abitativo.
Renato ha un solo mese per trovarsi un nuovo alloggio, ma le sue possibilità economiche non glielo permettono. “Non ho le disponibilità per affrontare un affitto da trecento euro o più”, spiega con voce stanca. Ha cercato aiuto presso i servizi sociali del Comune di Campobasso, ma anche qui la risposta è stata chiara: non essendo riuscito a presentare la domanda per l’assegnazione di una casa popolare, le soluzioni sembrano scarseggiare.
“Non capisco perché certi casi non si possano valutare volta per volta”, lamenta. “Non ho mai fatto domanda non perché non volessi farla, ma perché mi sono ritrovato improvvisamente la vita stravolta dalla paura e dalla malattia”.
Ora, la paura più grande di Renato è quella di finire in strada. “Tra un mese dovrò adattarmi a dormire per strada. Non so dove andare. So soltanto che non ho più le forze di lottare per far capire che anche io, come altri, sono un essere umano”.
La sua storia mette in luce il dramma di chi, seppure colpito da una malattia devastante, si trova a combattere anche contro l’indifferenza e la burocrazia. Un appello accorato il suo, perché “io – conclude – non vedo nessuna luce che illumini il buio della mia vita”.



