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Khaled, italo-palestinese prigioniero politico di Israele. Il carcere senza motivo, gli interrogatori fino a 16 ore, le torture

Lo studente con doppia cittadinanza, co-fondatore del Centro documentazione palestinese di Roma, ospitato dall’Università di Campobasso per raccontare la sua incredibile vicenda giudiziaria e parlare agli studenti della condizione carceraria in Israele. Le torture, la lunga agonia per la liberazione, l’assenza del governo italiano e la mobilitazione internazionale seguita alla denuncia di quanto accadeva durante la prigionia: “Il mio caso giudiziario è chiuso, ma la guerra non è così lontana”

C’è un sottile filo rosso che lega i violenti scontri avvenuti tra i manifestanti pro Palestina e quelli pro Israele all’Università della California, a Los Angeles, e la testimonianza, a tratti incredibile, di Khaled El Qaisi, il cittadino italo-palestinese incarcerato dalle autorità dello stato ebraico e ancora oggi all’oscuro dei motivi del suo arresto.

Quella linea di congiunzione è la protesta, ormai mondiale, dentro e fuori gli atenei, contro la guerra nella Striscia di Gaza dove sono morte 35 mila persone, forse anche 10 mila di più secondo fonti palestinesi, come risposta del governo di Netanyahu all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

incontro khaledincontro khaled e di sabatoincontro khaled

Ieri, giovedì 2 maggio, l’Università degli Studi del Molise ha ospitato l’incontro promosso da Osservatorio Repressione con lo studente della Sapienza (Dipartimento studi orientali) e co-fondatore del Centro documentazione palestinese di Roma Khaled El Qaisi. La sua vicenda, che Primonumero ha raccontato fin dalle primissime settimane seguite alla sua incarcerazione seguendone le evoluzioni fino alla liberazione, ha generato tra i tanti studenti presenti (ma non solo) un comprensibile choc per le torture subite. Ma anche un certo sdegno contro il governo Meloni che poco o nulla ha fatto per  riportare a casa un suo cittadino italiano privato di diritti e libertà “senza che nulla sia stato trovato contro di me”.

Le privazioni patite durante la detenzione iniziata il 31 agosto e terminata il 1 ottobre dell’anno scorso (“freddo costante e nulla per coprirti neppure di notte, cibo scarso, interrogatori con mani e piedi legati che duravano anche 16 ore”); l’impossibilità di comprendere un sistema giudiziario diverso dal nostro che ha impedito a Khaled di incontrare, nelle prime due settimane, persino il suo avvocato (“per i detenuti politici si fa eccezione e l’aspetto grottesco è che in questi 15 giorni ci sono state udienze davanti a un giudice in cui se io entravo in aula il mio difensore doveva uscire e viceversa”). L’ancora più assurda detenzione amministrativa che permette alle autorità di condannarti d’ufficio con un pena di sei mesi rinnovabile all’infinito anche se la Procura non formalizza accuse contro di te. Tutto sulla base di un fascicolo segreto che l’imputato non potrà mai leggere. E poi l’atteggiamento ambiguo dell’Italia: “Ho ricevuto due visite dal console italiano a Tel Aviv e neppure i farmaci per le mie debilitanti emicranie. Immagino, però, che essere cittadino italiano abbia esercitato un qualche genere di pressione, assieme alla mobilitazione che c’è stata, evitandomi, così, la detenzione amministrativa”.

Dopo l’ultima udienza nel cuore della notte l’esercito lo ha portato a Betlemme in attesa dei documenti per il ritorno a Roma. Sette giorni di attesa durati una infinità. La sua casa in Palestina è stata perquisita e alcuni familiari di Khaled hanno subito conseguenze pesantissime. Dopo la sua scarcerazione (ma non la sua liberazione perché il passaporto è stato nella mani del governo israeliano fino all’11 dicembre quando finalmente ha potuto far ritorno in Italia da suo figlio e sua moglie, la campobassana Francesca Antinucci che ha contribuito moltissimo alla mobilitazione per liberarlo) due cugini di Khaled e un fratello sono stati arrestati “ma solamente come atto di ritorsione, volevano spingermi ad autoaccusarmi di qualcosa o indurre loro ad accusarmi”.

Purtroppo l’attacco del 7 ottobre ha complicato le cose perché i cugini di Khaled a pochi giorni dall’udienza di liberazione assieme a migliaia di altri prigionieri sono stati trasferiti in regime di detenzione amministrativa, “Oggi si stima ce ne siano 10 mila e da quando è iniziata questa guerra almeno 40 sono deceduti durante la detenzione”.

Quello di El Qaisi è un caso giudiziario chiuso? Lui è convinto di sì, sebbene la faccenda continui a generare dibattito “perché la guerra non è così lontana” e il governo italiano collabora sul piano militare con quello di Israele: “I simulatori con i quali si esercitano i soldati li ha forniti l’azienda italiana Leonardo”.

Quella stessa ‘attaccata’ recentemente da tre palermitani accusati di terrorismo – come ha ricordato Italo di Sabato, moderatore dell’incontro e referente dell’Osservatorio – per una scritta sul muro contro chi produce armi. “Anche in questa città gli studenti si sono mobilitati. Sono loro, con la loro azione, a difendere i valori antifascisti della nostra Costituzione. Vogliono impedirci di indignarci di fronte alla morte di migliaia di bambini, vogliono che non usiamo la parola genocidio anche se di quello si tratta. Ormai se dici di essere contro Israele vieni tacciato di antisemitismo e questo è profondamente ingiusto sul piano della storia visto che nei campi di concentramento sono stati mandati anche i comunisti, i socialisti, gli zingari, gli omosessuali e chiunque dissentiva dal pensiero unico.

E’ in questo senso che il caso politico di El Qaisi non è chiuso. E ci riguarda tutti.

Intanto l’11 maggio prossimo nella Bibliomediateca comunale ci sarà un nuovo incontro promosso, questa volta, dal Municipio di Campobasso.