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Le intercettazioni choc della madre di Ialongo, condannato per femminicidio: “Lei era una cagna, se l’è cercata”

I genitori del 39enne condannato a 24 anni di carcere per il delitto di Romina De Cesare sono stati intercettati in auto durante i viaggi tra il carcere di Frosinone e il Molise. Le microspie hanno registrato parole raccapriccianti, che oggi in aula per la prima volta l’avvocato Danilo Leva, difensore del papà della vittima, ha deciso di riferire nel corso dell’ultima udienza del processo per restituire anche un contesto. “In quale contesto culturale è maturata questa modalità di immaginare i rapporti interpersonali, di costruire un legame che viene chiamato amore?”

Papà Mario sapeva già di quelle intercettazioni ambientali. Parole e concetti terribili, altre coltellate usate per descrivere sua figlia nel tentativo di giustificare le azioni di chi le aveva tolto la vita.
La sua Romina, gli occhi chiari e lo sguardo dolce. Determinata e sicura, abituata dalla vita a risolvere le questioni da sola. Indipendente e coraggiosa. Che, seppure consapevole delle difficoltà delle scelte, sapeva bene la vita che voleva vivere. Anche se le decisioni erano dolorose, come quella di mettere fine ad una lunga storia che era stata – un tempo – d’amore.
Perdere troppo presto la mamma, salutarla per sempre, era stato un colpo basso che la vita le aveva riservato. Romina lo aveva incassato, accusato, ne era stata sopraffatta e ora forse, dopo tanto dolore, non aveva più paura.
Una forza che forse Pietro Ialongo – il suo carnefice, pienamente capace di intendere e di volere – non conosceva e non le riconosceva. Era l’origine delle scelte che, nei fatti, la stavano allontanando da lui.

Era già successo, si erano già lasciati. Ma stavolta era diverso. Romina aveva detto basta al suo controllo maniacale, alle sue ossessioni di possesso, alla gelosia morbosa e accecante.
Quando, nell’aula della Corte d’Assise, nel corso dell’ultima udienza del processo per il femminicidio di Romina, quelle parole ‘sporche’ sono risuonate forti e chiare nell’articolata arringa finale dell’avvocato Danilo Leva – che mai ne aveva fatto cenno prima – per papà Mario il colpo è stato ugualmente difficile da incassare. Nonostante le conoscesse, nonostante ci avesse già fatto i conti. Nonostante fosse stato preparato.
È rimasto impassibile mentre gli occhi si velavano di lacrime e il dolore scoppiava nel cuore. Accanto a lui Anthony, il figlio che ha condiviso con lui l’orrore, la violenza e il peso dell’addio.

Romina De Cesare

Le intercettazioni ambientali disposte nell’auto della famiglia Ialongo raccontano il contesto nel quale questo omicidio è maturato, la radice che ha nutrito l’uomo che di fronte ad un addio ha scelto di uccidere.
Subito dopo l’arresto, Pietro Ialongo ha trascorso qualche giorno nel carcere di Latina, in regime di isolamento. Erano i tempi del Covid, una precauzione dovuta per evitare contagi. In quelle settimane, Ialongo era anche monitorato dai medici per quel tentativo di suicidio di cui aveva parlato agli inquirenti. Perché, sosteneva Ialongo allora, dopo aver ucciso Romina il suo intento era quello di farla finita. Motivo per il quale aveva con sé quel biglietto.
“Non volevo. Io la amo”.
Uccidere non è amore. Non accettare la fine di un rapporto non è amore. Controllare ossessivamente la propria compagna non è amore. Impedirle di scegliere non è amore.

Dal carcere di Latina, Ialongo viene poi trasferito a Frosinone. Un modo per consentirgli di vedere più frequentemente la sua famiglia. E così inizia ad avere colloqui con i genitori. Che lo raggiungono spesso, gli portano sostegno e affetto, abiti puliti e biancheria.
La coppia viene intercettata in auto, nei viaggi verso e da Frosinone.
Romina era una cagna in calore”. Parole raccapriccianti quelle che le microspie hanno registrato in quell’auto. Parole pronunciate dalla mamma di Pietro Ialongo, che non mostrano alcuna pietà.
Se l’è cercata” si confidano i due durante il tragitto verso Frosinone, ignari di essere ascoltati e registrati. Parole che giovedì 21 marzo l’avvocato Danilo Leva ha deciso di pronunciare nel corso dell’ultima udienza del processo.

“Ho avvertito con chiarezza, nell’affrontare il fascicolo, come Romina fosse considerata una cosa di proprietà. Mi chiedo come sia possibile pensare di potersi rapportare con una persona, per la quale nutri dei sentimenti di amore, con questo approccio. In quale contesto culturale è maturata questa modalità di immaginare i rapporti interpersonali, di costruire un legame che viene chiamato amore?” si domandava l’avvocato Danilo Leva quando preparava il processo, affrontava quelle 4mila pagine di atti, leggeva di una donna uccisa da un uomo che imputava al troppo amore quelle 14 coltellate.

“Romina è stata vittima di un delitto di potere – il suo commento a caldo, dopo la lettura del dispositivo della sentenza -, di una relazione di dominio di un uomo su una donna”.
All’Ansa, poi, l’avvocato Leva ha argomentato che “il risultato ha confermato l’impianto accusatorio così come formulato dall’Ufficio di Procura e che noi abbiamo sostenuto anche oggi in discussione: confermato non solo l’omicidio, ma anche aggravato dallo stalking, dalla convivenza e dalla relazione affettiva. Poi, prendiamo atto della richiesta che la Procura ha avanzato per il riconoscimento delle attenuanti generiche all’imputato che la Corte d’Assise ha accolto in regime di equivalenza con le contestate aggravanti. Sono soddisfatto del lavoro svolto, poi di fronte a fatti così gravi, crimini così efferati, non ci sono vincitori o vinti. Credo che Romina, così come tutte le vittime di femminicidio, non può essere considerate una delle tante, il rischio è che cali il sipario dell’indifferenza su una vicenda di questo tipo, e questo non è giusto. Va fatta una riflessione collettiva: 150 vittime di femminicidio all’anno, un dato che pone tutti di fronte alla necessità impellente di fare qualcosa. Non essere indifferenti perché Romina poteva essere la figlia o la sorella di ciascuno di noi”.

Entro 90 giorni le motivazioni della sentenza. Il cerchio si è chiuso, con una condanna a 24 anni di carcere.

Mario e Anthony hanno ascoltato la lettura del dispositivo, non cercavano vendetta. Visibilmente commossi, si sono stretti in un abbraccio. “Giustizia è stata fatta” ed entrambi volevano solo giustizia per Romina, per la donna che era e per quella che avrebbe voluto essere.

Indipendente, consapevole dei propri sentimenti, curiosa verso il mondo e gentile con gli altri. Pronta ad un nuovo amore, ad una vita diversa. Una donna lontana anni luce da chi ne ha profanato il ricordo, da chi ha trasformato in colpa la sua voglia di libertà. Da chi ha giustificato l’orrore.