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Giovani e anziani alle prese con l’ecoansia. La psicologa dell’emergenza: “Atteggiamento più diffuso è però negazione della realtà”

Emergono anche nella attività clinica sempre più disturbi d’ansia legati al cambiamento climatico, ma allo stesso tempo si nota un atteggiamento di distanza psicologica, quando non di vera e propria negazione del problema. Il contributo sul tema della dottoressa termolese Federica Buri, psicoterapeuta psicanalitica e psicologa dell’emergenza

Dottoressa Buri, si parla sempre più di ecoansia, e in effetti appare difficile restare indifferenti di fronte ad un pianeta che brucia, annega, sprofonda. I disastri ambientali si fanno vieppiù frequenti e tangibili e molti di noi vivono con un senso di disastro imminente che minaccia la propria stessa sopravvivenza.
Nella sua esperienza clinica, con i singoli pazienti, iniziano ad emergere sintomi legati a questo tipo di disagio?

«Nella pratica clinica sicuramente si assiste ad un incremento dei disturbi d’ansia e dell’umore. L’Ecoansia è diversa dai Disturbi d’Ansia perché non riguarda, in maniera stringente, solamente la dimensione intrapsichica dell’individuo. Non è una risposta sintomatica, o reattiva, ad una situazione esterna o un vissuto interno, data esclusivamente dalla percezione dell’individuo. Con i disturbi d’ansia condivide la paura di non riuscire a fronteggiare una situazione ma, in questo caso, non è una personale percezione, perchè ci sono elementi del contesto che danno vita ad un vissuto di impotenza oggettiva (come nel caso, ad esempio, di una inondazione o uno tsunami).
Alcuni studi longitudinali, condotti sulla popolazione travolta dall’uragano Katrina, hanno evidenziato l’inefficacia di benzodiazepine ed ansiolitici nel trattamento psicofarmacologico dell’ansia indotta da evento climatico estremo.

Nella mia esperienza di psicoterapeuta, che è radicata nel territorio, non ho incontrato problematiche di questo tipo, ma ho ravvisato un crescente senso di insicurezza nei più giovani rispetto al futuro. Di smarrimento rispetto alla progettazione della propria vita nel lungo termine, anche per la perdita di punti di riferimento socio-economici stabili.

I cambiamenti climatici sono la spia ultima di un sistema che parte dall’inquinamento ambientale e coinvolge, a risalire, le produzioni industriali, agroalimentari, lo smaltimento dei rifiuti, l’uso di combustibili fossili. Scelte politiche basate su interessi puramente economici in una catena di sfruttamento del territori e delle risorse.
Un esempio che possa rendere l’idea di come la salute mentale venga influenzata dai cambiamenti climatici, che abbiamo sperimentato tutti in prima persona, riguarda l’innalzamento delle temperature. È stato visto come questa variazione, apparentemente “innocua”, provochi in un’alta percentuale della popolazione sbalzi dell’umore, difficoltà di attenzione, irritabilità, apatia, irrequietezza e aggressività, disturbi del sonno».

federica buri psicologa

L’emergenza si è fatta cronica nella vita di tutti noi: è possibile, e se sì come, accettare questa condizione?

«Da recenti studi emerge come sia difficile, per la maggior parte delle persone, mantenere un interesse vigile e duraturo sul problema dei cambiamenti climatici o di riconoscerli effettivamente come tali. Ci sono diverse tendenze e modi di porsi di fronte al problema. Accade diffusamente che i cambiamenti climatici vengano percepiti come qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio, appannaggio di alcune zone del pianeta. O come qualcosa che “forse potrebbe accadere in un remoto futuro”. C’è quindi una negazione del problema o una svalutazione di possibili conseguenze. È una apatia indotta che funge da meccanismo di difesa per prendere le distanze dalla questione. Poiché i pericoli e gli esiti del cambiamento climatico estremo non sono immediati, o di forte impatto nella vita quotidiana, le persone tendono a procrastinare la ricerca di soluzioni concrete.

Le risposte psicologiche di fronte ad eventi estremi possono essere molte, in ragione di fattori cognitivi, emotivi, di fragilità psicologiche pregresse, di ambiente e supporto sociale presente o carente: due modalità antitetiche sono quella del “salvataggio plastico” per cui il comportamento cambia in ragione del contesto, con adozione di nuove strategie, finchè l’ambiente torna stabile. O, d’altra parte, la totale inerzia, cioè un blocco della capacità di pensare e agire.

Gli psicologi devono intervenire prima della crisi, sulla scorta della possibilità che un evento estremo possa verificarsi in una data area geografica con caratteristiche più o meno prevedibili, in ragione della morfologia del territorio e della conoscenza di eventi passati.
Necessario lavorare in équipe multidisciplinari che possano preparare la popolazione alla conoscenza del territorio, di possibili eventi climatici, di strategie adattive da mettere in atto. Questo lavoro ha il vantaggio di stemperare i livelli di ansia, dovuti alla imprevedibilità dell’evento, che diventa familiare, e dunque, più gestibile.
Creare “gruppo” e “senso di comunità”, in modo da promuovere sentimenti di collaborazione reciproca. Formare gli operatori socio-sanitari sulle conseguenze psicologiche che possono insorgere nel medio-lungo termine.

Sarebbe auspicabile sollecitare una maggiore coscienza politica rispetto all’importanza della salute mentale nella vita di ciascuno, che migliori l’accesso ed i finanziamenti all’assistenza psicologica territoriale; al monitoraggio della popolazione attraverso indagini epidemiologiche, a seguito di eventi climatici estremi».

Di pari passo con gli eventi estremi, spesso con conseguenze disastrose, c’è ovviamente l’aspetto mediatico che rischia, nonostante non sia quello l’intento, di generare un’ecoansia informativa. Come può il singolo preservare il suo benessere senza però negare la realtà?

«Le informazioni che arrivano attraverso i media hanno il compito di informare non solo sulle conseguenze, ma auspicabilmente anche rispetto alla eziologia del cambiamento climatico. Purtroppo delle cause si parla poco, come anche delle possibili soluzioni. Le notizie oscillano tra il sensazionalismo che paventa scenari apocalittici al tentativo di sminuire la questione.
Un atteggiamento diffuso tra le persone è quello della “distanza psicologica” dalle emozioni negative che la questione può suscitare come: paura, smarrimento, rabbia, frustrazione. Questo distanziamento porta ad una inerzia passiva e appiattimento del pensiero. Il problema viene ignorato.

La comunicazione dei rischi legati ai cambiamenti climatici estremi è particolarmente delicata perchè non crei allarmismo, ma neppure un distanziamento dal problema, negandolo o sminuendolo. È necessario comunicare in modo che la questione sia percepita come saliente per tutti, promuovendo attivismo e collaborazione. Un atteggiamento funzionale al benessere psicologico è quello di avere contezza della situazione, essere informati sulle cause e le dinamiche dei cambiamenti climatici e, contestualmente, agire attraverso una partecipazione attiva per la salvaguardia dell’ambiente. Le notizie possano essere così accolte e integrate in modo consapevole e critico».

Una realtà inevitabilmente trasformata, e in tempi rapidi, che forse sfugge alla capacità di comprensione di molti, penso in particolare agli anziani. Ecco, come affrontano l’emergenza le varie fasce d’età?

«L’impatto dei cambiamenenti climatici sulla salute mentale degli individui è condizionato da molte variabili, non solo quella anagrafica, per cui l’età è certamente una discriminante importante ma deve essere considerata all’interno del contesto socio-economico ed in relazione ad altri fattori, come il livello di esposizione all’evento climatico estremo.
Un altro elemento è la vulnerabilità di alcune fasce della popolazione, che non è omogenea: le donne in stato interessante, i bambini, gli anziani, i disabili, persone con malattie psichiatriche o fisiche, le persone con basso reddito o rete sociale/familiare inesistenti, i migranti, i senza fissa dimora, le comunità indigene, i nativi.

I cambiamenti climatici vanno ad esacerbare le disuguaglianze sociali ed economiche che rendono queste frange della popolazione maggiormente esposte al rischio di sviluppare psicopatologie. Inoltre la carenza di risorse, a seguito di calamità naturali estreme, comporta l’incremento di fattori di rischio come l’aumento della criminalità, sfollamento, violenza, minando il senso collettivo di sicurezza. Alla luce di queste complessità è necessario modulare diverse tipologie di intervento.

Lei ha menzionato gli anziani e mi è venuto in mente l’episodio della tempesta di Vaia del 2018 che colpì ampie zone dell’Italia settentrionale, causando un disastroso disboscamento senza precedenti. Il cambiamento della morfologia del territorio creò nella popolazione, soprattutto negli anziani, un’inedita ed inspiegabile sensazione di smarrimento e di perdita di familiarità con l’ambiente circostante. Il senso di estraneità “a casa propria” provocò spaesamento, angoscia ed una forte dissonanza cognitiva per la coesistenza di emozioni contrastanti e inconciliabili. Questo vissuto prende il nome di Solastalgia: “la nostalgia del conforto”.

Le persone anziane sono maggiormente colpite da inflessioni dell’umore in senso depressivo. Vivono un lutto rispetto a qualcosa che non si è realmente perso ma che è diventato estraneo. Le generazioni dei più giovani, invece, sono vulnerabili a forti stati di ansia (dunque paura) a causa della impossibilità di vedersi proiettati nel futuro, che appare sempre più incerto e mutevole».