Per capire il conflitto israeliano-palestinese: Nasser e la guerra dei 6 giorni
Dopo la proclamazione dello stato di Israele le cose si misero decisamente male per la parte palestinese.
La Lega araba subì perdite nelle battaglie contro l’esercito israeliano, la cosa più dolorosa da registrare è l’esodo dei palestinesi dalle proprie terre. Tra luglio del 1948 e febbraio del 1949 più di 50mila palestinesi furono costretti a lasciare le città di Lydda e Ramle.
Dopo il 1948 i gruppi militari (Haganah, Irgun, Lehi) si riunirono un’unica forza di difesa: Tzahal traslitterato in Tzva HaHagana LeYisra’el, conosciuta con la sigla IDF (Israel Defense Forces).
Nel marzo del 1949 l’esercito israeliano aveva conquistato tutto il Neghev (fino a dove sarebbe sorta la città di Eilat) e la Galilea respingendo l’esercito arabo in Libano.
Persa la guerra la Lega araba e palestinesi firmarono gli armistizi: i patti confermarono la vittoria di Israele e la ridefinizione dei nuovi confini che comprendeva il 78% dei territori palestinesi.
Alla fine del 1950 le Nazioni Unite stimarono un esodo della popolazione palestinese in circa 800mila unità.
La gravità della situazione è che l’esodo interessò buona parte della fascia medio alta della società palestinese, tra cui tecnici, ingegneri, politici, insomma la parte buona del tessuto sociale. Di conseguenza negli anni avvenire la società palestinese avvertiva la carenza di élites.
Nel tempo crebbe una situazione paradossale: da una parte ci fu una immigrazione sostenuta di ebrei, dall’altra l’esodo dei palestinesi che cacciati dai loro villaggi (tra il 1947 e il 1949 si calcola che 500 villaggi arabi sono stati cancellati dalla mappa della Palestina) assumono sempre più lo status di profughi, con l’aggravante che da parte dei paesi arabi vicini pochi furono ad accoglierli. Si conferma così la categoria di rifugiato palestinese, problema fondamentale del conflitto.

Le Nazioni Unite definiscono “rifugiato palestinese” colui “il cui normale luogo di residenza è stata la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che ha perso sia l’abitazione che i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948”.
Attualmente per l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, istituita nel 1949, i profughi palestinesi sono circa 5,4 milioni.
Nonostante tentativi di accordo la situazione giuridica dei palestinesi si complicò sempre di più al punto tale che alla fine degli anni ’50 i palestinesi della Cisgiordania ricevettero il passaporto giordano e quelli di Gaza, sotto il controllo egiziano, rimasero apolidi.
Gerusalemme su cui non si arrivò a nessun compromesso fu divisa in due parti con due distinte amministrazioni. Nel 1950 gli ebrei dichiararono Gerusalemme capitale dello stato di Israele trasferendovi i ministeri e il parlamento (knesset) da Tel Aviv; nel 1960 i giordani proclamarono Gerusalemme loro seconda capitale.
Al destino dei profughi è legata l’altra questione: il riconoscimento da parte degli stati arabi dello stato di Israele, ossia il diritto ad esistere. Dello stato di Israele se ne parlava definendolo una entità sionista, mai riconoscendolo come stato sovrano.

Nel luglio del 1952 un colpo di stato destituì il re dell’Egitto Faruk portando al potere il generale Muhammad Naguib insieme al colonnello Nasser.
Nato nell’anonimato, Gamal Abd al-Nasir Husayn, detto Nasser, era il modello ideale dello statista arabo: un giovane ufficiale ferito durante l’accerchiamento israeliano del 1948 e intenzionato a far risorgere l’orgoglio degli arabi, di cui divenne il leader più popolare. Lo chiamavano il “Rais” (il capo, il presidente), Nasser promulgò un panarabismo socialista che spinse il suo popolo a sfidare la dominazione occidentale e la vittoria sionista, nella speranza che le sconfitte venissero vendicate.

Il 20 luglio del 1951 sulla spianata delle moschee a Gerusalemme, mentre stava entrando nella moschea di Al-Aqsa per la preghiera, il re di Giordania, Abd Allah venne ucciso, gli succedette il figlio Talal, malato abdicò in favore del figlio Hussein appena diciassettenne.
Nel 1956 Nasser nazionalizzò il canale di Suez e appoggiò il ribelli algerini contro la Francia.
Già nel 1953 la striscia di Gaza abitata dai palestinesi, sotto il controllo egiziano, era ritenuta dagli israeliani base logistica dei fedayyin per cui l’esercito israeliano aveva lanciato una serie di raid contro gli insediamenti palestinesi a Gaza, ritenuti dei veri santuari della lotta armata protetti dagli egiziani e finanziati dall’Arabia Saudita.

Il 28 febbraio 1955 le forze armate israeliane colpirono duramente Gaza, uccidendo una quarantina di soldati egiziani.
Il 26 luglio del 1956 Nasser nazionalizza il canale di Suez, facendosi risentire per mancato finanziamento della diga di Assuan da parte della banca mondiale. Di fatto l’Egitto precluse ad Israele lo sbocco sul mare in particolare Eilat, strategico per Israele, è l’inizio della guerra.
Fra il 29 ottobre e il 5 novembre 1956, l’esercito israeliano, appoggiato anche dai britannici, sbaraglia l’esercito di Nasser arrivando a governare la penisola del Sinai fino a Sharm-el-Sheik al comando del generale Moshe Dayan. Bilancio finale: mille caduti e 6 mila prigionieri egiziani; 180 morti e 4 prigionieri israeliani.
Durante e dopo la crisi di Suez peraltro non mancarono le ritorsioni contro la comunità ebraica egiziana, con l’espulsione di 25 mila dei suoi componenti e la detenzione di un altro migliaio. Se nel 1948 gli ebrei egiziani erano 75 mila, nel 2004 erano ridotti a meno di un centinaio.
Dal 1956 in poi l’esodo dei palestinesi non diminuì anzi in alcuni casi i profughi non ebbero l’accoglienza dovuta negli stati arabi.
Sono stati tre i centri che hanno visto la presenza massiccia dei palestinesi: Gaza, il Cairo e il Kuwait. A Gaza era concentrato il 27% dei palestinesi nel 1% di territorio, crebbe il nazionalismo con i suoi estremismi. Non dobbiamo allora meravigliarci che già a partire dalla seconda metà degli anni ’50 da Gaza partivano i primi commando dei fedayyin e nei mesi della crisi di Suez circa un migliaio di palestinesi morì combattendo contro l’”occupazione sionista”.
Era all’interno dei campi profughi di Jabalya, Rafah e Khan Yunis che andò affermandosi una nuova idea di militanza intesa come contrapposizione diretta, senza la mediazione degli Stati arabi, agli israeliani. Tra coloro che esprimevano questo cambiamento d’animo emerse un giovane di nome Yasser Arafat.
Arafat aveva fatto l’esperienza dell’esilio. Buona parte della sua gioventù l’aveva trascorsa al Cairo, per gli studi, dove aveva aderito alla Fratellanza musulmana per poi divenire presidente, nel 1952, dell’Unione degli studenti palestinesi, la fucina di una nuova generazione politica.
Arafat nutriva una scarsa fiducia nei paesi arabi ritenendo che il popolo palestinese avrebbe ottenuto qualcosa solo se avrebbe operato per sé.
Nel 1959 da queste persone e idee si originò in Kuwait al Fatah acronimo di “Movimento di liberazione palestinese”, termine che demanda anche all’idea di “conquista”.
In questo contesto di fermento di idee nel gennaio del 1964, la Lega araba decise di dare vita ad una organizzazione politica dei palestinesi in grado di rappresentarne l’unità.
Sulla scorta di questa deliberazione, il 29 maggio dello stesso anno, più di 400 esponenti della comunità araba palestinese si riunirono per dar vita all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
Queste sono le premesse per la guerra che ha cambiato totalmente il volto della Palestina e di Israele. È stata chiamata la guerra dei 6 giorni per la rapidità con cui si è combattuta dove Egitto, Siria e Palestina subirono una pesante sconfitta.
A metà maggio del 1967, Nasser venne a sapere dall’Unione Sovietica (uno dei suoi principali alleati) che Israele stava ammassando le sue truppe al confine con la Siria. Più avanti l’informazione si rivelò falsa, ma Nasser aveva già dato al suo esercito ordine di disporsi nel deserto del Sinai, nella porzione di territorio che confinava con Israele.
Fra la metà e la fine di maggio, l’Egitto contribuì ad aumentare la pressione ordinando alle forze di pace dell’ONU di abbandonare il Sinai e chiudendo alle navi israeliane gli stretti di Tiran, l’unico sbocco sul mare nel sud del paese.

La tensione aumentò sempre di più così l’esercito israeliano il 5 giugno del 1967 alle ore 7.45 fece alzare in aria i suoi aerei distruggendo la quasi totalità delle basi aeree egiziane.
I bombardamenti durarono diverse ore, ininterrottamente: alla fine della giornata, l’aviazione egiziana aveva perso l’85% della propria aviazione, cioè circa 300 aerei.
Il 6 giugno, senza più una copertura dell’aviazione, l’esercito egiziano dispiegato nel Sinai iniziò a ritirarsi. Contemporaneamente, le truppe di terra israeliane occuparono la Striscia di Gaza e parte dell’odierna Cisgiordania.
Nella serata del 6 giugno l’esercito israeliano iniziò ad occupare parte di Gerusalemme. La mattina del 7 giugno le truppe israeliane erano a Gerusalemme; sfondarono la porta dei leoni e dopo aver percorso il tratto della via dolorosa si ritrovarono nella piccola piazza del Kotel (il muro santo detto impropriamente del pianto).
Il cappellano dell’esercito sionista il rabbino Shlomo Gorem, con in mano lo shofar e una Torah dinanzi al muro recitò la preghiera dei defunti, mentre i soldati pregavano, piangevano, alcuni applaudivano, altri danzavano e cantavano il nuovo inno della città: Yerushalayim shel zahav (Gerusalemme d’oro).
Alla fine della guerra si ridisegnò una nuova geografia dei territori (vedi cartina). In sei giorni l’esercito israeliano aveva quadruplicato il territorio sotto il suo controllo, sconfiggendo le truppe egiziane e siriane e contrastando quelle giordane.
La Siria aveva perso le alture del Golan, l’Egitto la striscia di Gaza nonché la penisola del Sinai fino a Suez, la Giordania l’intera Cisgiordania, ovvero la West Bank (la riva occidentale) del Giordano.
Ancora più significativa, quanto meno sul piano simbolico, era stata la conquista israeliana di Gerusalemme est, che consegnava il muro occidentale, il Kotel, alla sua giurisdizione. Anche se il parlamento israeliano deliberò l’annessione di Gerusalemme est, il 4 luglio 1967 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, votò a maggioranza una mozione che le dichiarava prive di effetti giuridici.
Finita la guerra dalla parte israeliana si contarono circa mille soldati morti e più di 20mila soldati arabi.
La guerra dei sei giorni divise ancora di più i due popoli preludio a quella stagione (gli anni ’70) dove il terrorismo e le rivendicazioni palestinesi seminarono morte e divisioni. (continua)




