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Denatalità e spopolamento: i sessant’anni del Molise, al bivio tra declino e resurrezione

Tante criticità, tante lacune strutturali: il “compleanno” della regione – che cadrà puntualmente il prossimo dicembre – ricorda la sfida col destino: invertire la rotta o abbracciare inerti il crollo; non solo demografico

Il sipario sembra chiuso. La polvere invecchiata sul velluto. Eppure, l’ultima luce ancora non s’è spenta. E aspetta, soltanto, che qualcuno la guardi. Il Molise è un teatro che pare aver dimenticato i propri fasti: le albe generose e i tramonti rassicuranti di un tempo nemmeno poi così lontano. Lo spopolamento, la carenza di servizi, il lavoro latitante, i ritardi strutturali, i collegamenti farraginosi; il treno in ritardo, il sostitutivo, il sostitutivo del sostitutivo. Gente che va e non ritorna; chi tornare vorrebbe, ma proprio non riesce a scegliere i perché.

Lo conferma l’Istat: la desertificazione avanza, quasi il 7% di residenti in meno rispetto al 2011, stando all’ultimo censimento pubblicato lo scorso settembre. Un’emorragia sensibile soprattutto a Campobasso (-6,6%) e Isernia (-7,7%). A galoppare è anche la denatalità: nell’ultima decade abbiamo assistito infatti a un calo progressivo del -17,5%. Roba da capogiro. Dovesse continuare così, l’impoverimento demografico raggiungerebbe scenari da allarme rosso. Interi borghi, interi paesi potenzialmente condannati a scenari spettrali, le zone dell’entroterra – già penalizzate dagli atavici deficit infrastrutturali – minacciate ancor più ferocemente da un isolamento paralizzante. La nostra ricchezza paesaggistica, il prezioso forziere delle nostre tradizioni verso un esilio in agonia. Apocalisse in salsa 3.0.

Ma probabilmente a disturbare più di ogni altra crucialità è l’assenza di reazione. Una sorta di elettrocardiogramma piatto tracciato al battito del comune umore e del pubblico sentire, come pure – e soprattutto – alla solerzia di quelle sfere che avrebbero dovuto e dovrebbero tracciare altri sogni, altre sorti per questa piccola e meravigliosa patria. La resa di destini non destati. Giganti rimasti addormentati sui fianchi della propria inoperosa bellezza. Colpa capitale; colpa di tutti. Che a scagliare la fatidica “prima pietra” difficilmente qualcuno potrebbe. Perché amare la propria terra è come amare la propria madre: donarsi totalmente, fino all’ultima favilla, per restituire vita a chi vita ci ha dato. Senza risparmio, senza limiti. Costantemente.

Sarebbe bello – alla soglia dei sessant’anni di questa regione, il prossimo dicembre – celebrare non solo i formalismi sterili di un anniversario comunque importante, ma piuttosto poter puntare sul petto le coccarde di nuovi traguardi raggiunti. I ben informati parlano già di preparativi in grande stile e ospiti d’eccezione per omaggiare la ricorrenza: speriamo, almeno, sia la volta buona per porre rimedio – quantomeno – all’atavica piaga del dissesto stradale. Altrimenti a Mattarella – perché proprio del presidente si vocifera – toccherà allacciare più che bene le cinture di sicurezza e munirsi di eroica pazienza per non incappare nelle seccanti irregolarità dell’asfalto-groviera di queste parti.

Al di là di questo, siamo sicuri di una cosa: terminati i festeggiamenti e l’euforia della festa, ci troveremo nuovamente dinanzi agli stessi problemi, ai soliti deficit, alle medesime carenze. Cronache di un hangover da evitare. Perché qui, in Molise, sta diventando sempre più complesso concepire il futuro. Qui, in Molise, il tempo pare sì essersi fermato: ma non soltanto quale piacevole antidoto esistenziale alla frenesia metropolitana, bensì pure – ahi noi – come sintomo primario di un pericoloso immobilismo.

Bisogna farsi trovare forti, bisogna farsi trovare pronti. Bisogna avere il coraggio di amarla davvero, questa terra: questa culla che sa dei nostri bui e dei nostri tormenti, perché sono in qualche modo anche i suoi. Questa nicchia sicura che non smette mai di accoglierci, anche quando ci sentiamo chiusi all’angolo, troppo stanchi e troppo feriti, irrimediabilmente soli. Questa nutrice silenziosa – e forse adesso pure un po’ stanca – che non rinnegherà mai alcuno di noi: neppure chi ha smesso di credere, neppure chi ha scelto di andare. Neppure chi ha pensato d’esser più scaltro “mettendoci la faccia” ma non il cuore. La vecchia storia dei trenta denari e di quell’apostolo pentitosi troppo tardi.