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Curare chi fugge dalla guerra, la missione umanitaria di Mino Dentizzi a Leopoli in un libro: “L’orrore nei loro racconti”

Il diario di guerra di un medico campobassano in pensione che ha trascorso dieci giorni con la missione di aiuti umanitari della Ong Mediterranea in alcuni campi profughi di Leopoli, metropoli ucraina vicina al confine con la Polonia, risparmiata dai bombardamenti ma non dall’orrore di chi ci è arrivato per scappare dagli attacchi russi. Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati sul conflitto israelo-palestinese, a dicembre questa testimonianza sarà pubblicata in un libro intitolato MedCare 23 Ukraine

Il geriatra Mino Dentizzi, 72 anni, medico in pensione di Campobasso, esordisce come scrittore con il libro MedCare 23 Ukraine. Si tratta del racconto della sua missione umanitaria a Leopoli, in Ucraina, dove ha trascorso dieci giorni a inizio estate per curare e portare farmaci ai profughi in fuga dal conflitto che da est si spostano verso ovest avvicinandosi al confine con la Polonia.

Prima dell’uscita di questo diario, edito dall’associazione Casa del Popolo che da qualche tempo rappresenta anche una bella realtà editoriale, mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati sul conflitto israelo-palestinese, il dottor Dentizzi ci ha anticipato alcuni momenti di questa sua esperienza fatta con la Mediterranea Saving Humans, una Aps attiva dal 2018 e nata a seguito della strage di migranti a Lampedusa che ha messo in mare la prima nave del soccorso civile battente bandiera italiana. Attualmente Mediterranea ha equipaggi di mare e terra, conta più di tremila soci ed è attiva in circa 40 territori in Italia, Europa e Stati Uniti.

Dottore, come è venuto in contatto con Mediterranea?

“In realtà li conoscevo da tempo e avevo dato la mia disponibilità per poter prendere parte a una delle loro tante missioni in Ucraina. Sono in pensione e posso dedicare parte del mio tempo a queste attività”.

Ma è stata la sua prima volta?

“No, tanti anni fa ho partecipato a un’altra missione in Serbia, a Sarajevo, ma parliamo veramente della preistoria, oggi tutto è molto più organizzato”.

Ecco, ci racconti tutto dall’inizio: come si svolge una missione umanitaria all’estero per i sanitari italiani?

“Noi eravamo in quattro, tre medici e un infermiere, loro erano tutti giovani e del nord Italia, io il più anziano e per questo considerato un po’ un riferimento. A giugno ci siamo incontrati all’aeroporto di Milano Malpensa, da lì abbiamo preso un volo per Cracovia e poi in treno fino a una città polacca che si trova quasi al confine con l’Ucraina. Abbiamo riposato e il mattino seguente con un taxi abbiamo raggiunto il confine vero e proprio che abbiamo attraversato a piedi con un normale passaporto. Naturalmente il ministero degli esteri italiano era informato dei nostri spostamenti e sapeva che saremmo arrivati a Leopoli che si trova a circa un’ora di taxi dalla frontiera”.

Dove avete alloggiato durante la missione?

“Eravamo in un istituto gestito dai salesiani (Centro don Bosco) che ha al suo interno una scuola, un bellissimo centro sportivo e ospita una cinquantina di bambini profughi purtroppo quasi tutti orfani dei genitori destinati a raggiungere altri paesi come l’Ungheria o la Moldavia, qualcuno persino in Svizzera per frequentare l’università”.

E nei campi profughi come ci arrivavate?

“Mediterranea ha un camper – ambulatorio attrezzato di tutto: lettino, apparecchiatura medica ma soprattutto farmaci che sono la vera emergenza in tutta l’Ucraina perché mancano e anche a noi è stato raccomandato di non dare mai più del necessario perché si corre il rischio di alimentare un mercato nero dei medicinali sulla pelle di chi ne ha un disperato bisogno”.

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Che genere di pazienti avete avuto?

“Anziani soprattutto, ma anche tante donne e bambini. C’erano parecchi mutilati in questo campo gradissimo in cui siano stati e che, per fortuna, è stato organizzato negli ultimi mesi grazie a sovvenzioni del governo polacco per accogliere i profughi che possono alloggiare in container riscaldati e dignitosi come quello in cui anche noi facevamo le visite. Se uno non conoscesse la realtà dei campi profughi, l’orrore che trasuda dai racconti di chi ci vive per un certo periodo e quelle scene raccapricciati riferite con dovizia di particolari sempre nella stessa modalità, verrebbe da pensare quasi di non trovarsi in uno scenario di guerra. Leopoli è stata risparmiata dai russi, la vita nella città è quasi… normale: si esce, si va al ristorante, i ragazzi suonano jazz nelle piazze e i militari in licenza vanno a spasso con le famiglie. Tranne, forse, per alcune cose”.

Quali dottore?

“Il coprifuoco alle 22 per esempio, i monumenti impacchettati per evitare che vadano distrutti in caso di bombardamento, i sacchi di sabbia in strada o la sirena antiaerea che squilla sul cellulare sul modello dell’It Alert che abbiamo avuto in Italia in questi mesi. Quattro o cinque volte ci ha costretti a scendere nel rifugio, due volte anche nel cuore della notte, ma eravamo gli unici a farlo pur sapendo che se davvero fosse successo qualcosa sarebbe stata nostra responsabilità”.

In che senso, scusi?

“Beh, non è detto che ci avrebbero tirato fuori di lì e questo cambia inevitabilmente la prospettiva”.

Esattamente come cambia su Leopoli quando uno vede i campi profughi. E capisce che questa metropoli-imbuto che non ha vissuto attacchi missilistici e bombardamenti, attraversata negli ultimi quasi due anni, da milioni di ucraini in fuga si presenta per quello che è: una città che accoglie centinaia di migliaia di sfollati, tanto che si stanno costruendo persino nuovi appartamenti per poterli ospitare”.

“Esatto, è proprio così, quando visiti un campo vedi anche i patimenti del popolo ucraino, persino le loro contraddizioni: ci è capitato di visitare e dare farmaci a cardiopatici russofoni a cui il medico ucraino ha rifiutato le cure perché veniva dalla regione del Donbass”.

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Il libro del dottor Mino Dentizzi è in stampa in questi giorni e uscirà a dicembre. Porta la prefazione di Vanessa Guidi, la responsabile nazionale delle missioni di aiuti umanitari nell’ambito del progetto Med Care for Ukraine di Mediterranea Saving Humans.