Da Campomarino a Isernia per un esame che non c’é: simbolo di una sanità che ha perso un terzo dei posti letto
Vittima dell’episodio un 69enne che doveva fare una prova da sforzo. Ma oltre l’episodio i numeri fotografano le carenze dei nostri ospedali
Un po’ per celia, ma soprattutto per non morire, proviamo a rievocare – ‘de minimis’ – un fatterello di cronaca di giorni addietro. G.P., 69enne di Campomarino, deve recarsi al ‘Veneziale’ per un esame alle 9 del mattino. Prende l’auto e si avvia. Sono 106 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Deve sottoporsi ad un test da sforzo e deve sobbarcarsi un’ora e mezzo di viaggio per arrivare a Isernia. Una volta sul posto, però, l’amara sorpresa: l’ambulatorio è chiuso e nessuno aveva pensato di avvertirlo per tempo tramite cellulare.
Un fatterellino che la dice tutta sullo stato della Sanità locale, sempre in bìlico tra ciò che è e quel che dovrebbe essere. Nel 2000 i posti-letto negli ospedali pubblici e privati italiani erano 268.057. Nel 2019 erano calati a 184.724. I numeri dicono che, in 20 anni, sono finiti ‘in gloria’ 83.333 possibilità di ricovero con un taglio del 32%. Il calo ha un impatto sul numero in rapporto alla popolazione, e si è registrato soprattutto in Molise (-34,3%) ma è stato quasi nullo in Umbria (-0,2 %).
Va sottolineato che la diminuzione ha interessato tutte le Regioni della Penisola e che, nella ‘calata’, contano anche i tagli che hanno dovuto sopportare 5 regioni italiane andate in deficit quanto al bilancio sanitario. E ciò dopo anni di sprechi e di conti praticamente fuori da ogni limite. Del numero complessivo di posti-letto, di cui circa 2\3 in ospedali pubblici, quelli destinati agli «acuti» sono naturalmente la maggioranza, 154.151 (tagliati 11.233 letti all’anno per 10 anni) mentre quelli per la riabilitazione sono 23.483, in aumento, considerando che – ad inizio di millennio – erano 17.814. In diminuzione, ma a ritmi inferiori, anche i letti per lungodegenze che, nel 2021, erano 7.090, ossia 2.494 in meno rispetto al 2000. L’Italia, è inutile negarlo, viene da decenni durante cui gli investimenti sono stati fuori controllo e senza raziocinio.
Eppure AsReM, così come prescritto nel DM n. 70/2015 ed in un Atto aziendale locale, proponeva un modello organizzativo dell’assistenza, caratterizzato da un potenziamento delle attività sul territorio e dalla realizzazione di una rete ospedaliera dedicata alle patologie complesse, adeguata ai volumi di attività svolte e collegata ad un sistema sovraregionale con cui condividere la risposta per competenze.
Il “Documento di programmazione della rete ospedaliera, e delle reti dell’emergenza e tempo-dipendenti”, costituisce il riferimento organizzativo-funzionale dell’Azienda molisana. L’accentramento delle aree assistenziali comporta il trasferimento, presso strutture territoriali di prossimità, di parte delle attività, determinando la concentrazione alla sola acùzie e liberando risorse da dedicare all’emergenza. Ciò perché un Pronto soccorso è una funzione inclusiva della capacità assistenziale del sistema e, quindi, le sue problematiche gestionali di “sovraffollamento” e di “attesa prolungata” del ricovero devono necessariamente essere integrate nell’organizzazione funzionale dell’Ospedale di cui è parte.
Comunque sia, lo stato attuale del riassetto della rete prevede, per ognuno, un reparto di Medicina d’urgenza (ed il Molise ha 10 posti-letto a Campobasso, 5 a Termoli ed altrettanti in Isernia) con annessi posti tecnici di osservazione breve intensiva. Però un Pronto soccorso, oltre che porre gli interventi immediati per i casi gravissimi, ha il compito di svolgere l’accettazione sanitaria in urgenza. Quando, per il caso in esame, occorra la riflessione di alcune ore, oltre che l’ausilio della tecnologia per poter esprimere giudizi, lo strumento ritenuto necessario per ridurre ricoveri e dimissioni improprie è rappresentato dall’osservazione breve intensiva, che va differenziata da quella del reparto di Medicina d’urgenza. L’OBI, infatti, è un’area, possibilmente adiacente al Pronto Soccorso, ove i pazienti possano sostare in attesa della definizione diagnostica e per una ulteriore osservazione clinica intensiva, di norma per non più di 24 ore.
E’ necessario, quindi – lo prevede il protocollo -, fornire il centro “Hub” delle competenze di radiodiagnostica, di interventistica e di endoscopia d’urgenza indispensabili alla gestione di patologie tempo-dipendenti, predisponendo un sistema di governo dei posti-letto la cui disponibilità sia conoscibile in tempo reale, per consentire agli operatori di gestire gli accessi. Tale funzione è affidata al SET 118 con la possibilità di utilizzare all’uopo anche il personale dirigente sanitario convenzionato con il sistema dell’emergenza territoriale, sotto la direzione del responsabile del 118.
Questo è quanto si prevede, peraltro ‘incartato’ in atti e documenti ufficiali. Ciò non riesce, quindi, a giustificare la ‘buca’ rimediata dall’utente di Campomarino che s’è fatto oltre 300 km per ritrovarsi difronte ad un uscio sprangato per la carenza di un contatto telefonico. Saranno questi i punti su cui ora sta mettendo mano il nuovo dg Di Santo.


