Khaled El Qaisi, lo studioso italo-palestinese prigioniero in Israele senza accuse. “Si rischia un nuovo caso Zaki”
Oggi in programma nuova udienza preliminare dopo quella del 14 settembre che ha prolungato la detenzione dell’uomo, sposato con una donna di Campobasso e padre di un bambino, di altri 7 giorni. I timori della famiglia e del legale. Una vicenda ancora sotto silenzio sulla stampa nazionale, mentre a La Sapienza si organizzano incontri e proteste e Amnesty International ha attivato una campagna chiedendo alle autorità israeliane di scarcerarlo e a quelle italiane di agire per la liberazione del loro cittadino.
Kahled El Qaisi è prigioniero nel carcere di Ashkelon dal 31 agosto, quando le autorità israeliane lo hanno ammanettato al valico di Allenby, al confine tra Giordania e Palestina occupata. Stava rientrando da un viaggio a Betlemme, dove vive la sua famiglia, insieme con la moglie Francesca Antinucci, campobassana, e con il figlioletto di 4 anni. E’ detenuto senza alcun capo di imputazione e ha potuto incontrare solo due volte il suo legale. Il 14 settembre scorso, dopo la terza udienza preliminare al termine della quale i giudici hanno rinnovato la custodia in carcere per altri 7 giorni, “le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nell’abitazione della famiglia di El Qaisi, arrestando il fratello (rilasciato poco dopo) e due suoi cugini. In questo lasso di tempo, non gli è stato dato accesso al proprio fascicolo ed ha potuto incontrare il suo legale solo in due occasioni” scrive la giornalista e ricercatrice indipendente Cecilia Dalla Negra su OrientXXI.
“Si rischia un nuovo caso Zaki nel silenzio generale” le parole dei suoi amici, della famiglia che sta vivendo settimane di dolore e incredulità, degli attivisti dell’Università La Sapienza di Roma dove è iniziata una mobilitazione dal basso con incontri e proteste. Khaled El Qaisi studia Lingue e civiltà orientali a Roma, è figlio di madre italiana e padre palestinese, esperto di Palestina e militante, conosciuto nell’ambiente solidale per il suo lavoro di traduzione di alcuni importanti testi come “La rivolta del 1936-1939 in Palestina” di Ghassan Kanafani, e per aver fondato il Centro di Documentazione Palestinese a Roma.
Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani, ha attivato una campagna chiedendo alle autorità israeliane di scarcerarlo e a quelle italiane di agire per la liberazione del loro cittadino. Finora però dal governo italiano non risultano né appelli né dichiarazioni qualsiasi. Sono già migliaia le firme raccolte da diverse petizioni, e numerosi gli appelli che hanno contribuito a pubblicizzare il 15 settembre alla Sapienza un primo momento di confronto pubblico tra i promotori del comitato, nato per volontà della famiglia, che fa appello agli studenti alle comunità accademica solidale e ai tanti che si stanno interessando al caso. Un caso che però resta confinato all’attenzione di pochi giornali, generalmente indipendenti, e che non sembra trovare eco sui media di maggiore richiamo e visibilità, malgrado i contorni della storia e le prospettive tutt’altro che positive.

“La vicenda di Khaled è a tutti gli effetti una detenzione illegale che minaccia di essere un nuovo caso Patrick Zaki” commenta Italo Di Sabato, responsabile dell’osservatorio contro le repressioni, che dall’inizio si sta occupando di Khaled.
“Sulla base delle informazioni acquisite – spiega Di Sabato, molisano – il fermo potrebbe durare fino a 45 giorni. Quindi il pubblico ministero dovrà decidere se gli elementi raccolti siano sufficienti a sottoporre Khaled a un vero e proprio processo penale oppure se, a suo giudizio, gli elementi raccolti sono insufficienti così da disporne la liberazione. Ma non possiamo dimenticare che Israele ha due forme di detenzione: una penale e una amministrativa, e le autorità israeliane potrebbero decidere di sottoporlo a una detenzione amministrativa rinnovabile di sei mesi in sei mesi”.
Questo tipo di detenzione in Israele, ha avuto modo di chiarire il legale italiano di Khaled Flavio Rossi Albertini, non prevede la formulazione di un’accusa, né la messa a disposizione degli elementi su cui si basa l’accusa e tanto meno un processo. “Insomma – conclude Di Sabato – un nuovo caso Zaki ma con un vergognoso silenzio mediatico e politico”.
La moglie Francesca Antinucci è senza una spiegazione. Lo ha visto ammanettato e portato via senza una parola. Anche lei è stata interrogata a lungo, soprattutto sull’orientamento politico di suo marito, membro dei Giovani Palestinesi d’Italia, e sul suo attivismo. L’hanno poi lasciata andare, come ha riferito lei stessa, senza telefono né contanti. Ha raggiunto l’ambasciata italiana ad Amman grazie ad alcune donne palestinesi. “Quando ho chiesto alle addette israeliane come avrei potuto proseguire il viaggio senza soldi né cellulare e con un bambino mi hanno risposto ‘questo è un tuo problema’”, ha raccontato.
El Qaisi ha avuto la possibilità di nominare un avvocato locale ma gli è stato impedito di comunicare con lui. “Il detenuto e il suo difensore non hanno potuto comparire congiuntamente davanti alla Corte. A Khaled non è consentito conoscere gli atti che hanno determinato la sua custodia e la sua durata; non sa chi lo accusa, per quale ragione lo faccia, cosa affermi in proposito” ha chiarito il legale che lo difende dall’Italia, Rossi Albertini. “Ad oggi – ha aggiunto – nessuno sa quale sia concretamente la contestazione e l’imputazione che gli viene mossa. Nessuno ha potuto accedere a un fascicolo che spieghi i capi di imputazione o le prove. Ci muoviamo nell’alveo dell’oltraggio dei diritti umani, lo Stato di Israele non riconosce i minimi livelli essenziali di civiltà giuridica”.
Khaled ha aspettato 15 giorni per poter incontrare un avvocato e in quelle due settimane è stato interrogato senza alcuna assistenza legale. Oggi è in programma una nuova udienza, ma le speranze che Khaled El Qaisi possa essere liberato sono praticamente inesistenti.
“L’arresto di Khaled, per quanto improvviso e arbitrario, rappresenta la normalità in Palestina”, scrivono in un comunicato i Giovani Palestinesi d’Italia. “Ogni palestinese sa che l’arbitrarietà, il sopruso, la violenza coloniale e l’incertezza per sé e per i propri cari sono la quotidianità sotto il regime dell’occupazione israeliana. Pretendiamo dallo Stato italiano e dalle istituzioni che si mobilitino per la liberazione di Khaled e per il suo ritorno”.





