Guglionesi
|Le vite ai margini e la rivoluzione del guardare gli occhi dell’altro: dal palco l’abbraccio di Iannacone ai molisani
Per il penultimo appuntamento della stagione di prosa 2023 il Teatro Fulvio ha ospitato il giornalista Domenico Iannacone che ha portato in scena una versione inedita – produzione di TeatriMolisani – tratta dal programma televisivo Che ci faccio qui. Pubblico entusiasta per le emozionanti storie narrate, spesso accompagnate da una esortazione – sincera e appassionata – a ritrovare il senso di comunità per riscrivere il futuro del Molise
Un’operazione potentissima, controcorrente, quasi rivoluzionaria: entrare con delicatezza nelle vite degli altri, accendere in loro la speranza in un’umanità che non è solo indifferenza. O ancora, dare consistenza a ciò che per la società sembra non averne. È quello che fa da anni, con il suo lavoro giornalistico di straordinaria empatia e accuratezza, Domenico Iannacone ed è quello che ha fatto anche ieri al Fulvio di Guglionesi, dove ha preso il via il tour teatrale di ‘Che ci faccio qui in scena’. Non lo ha fatto da solo ma con il suo numeroso pubblico, prendendolo per mano. Per trovarsi e ritrovarsi, storia dopo storia, emozione dopo emozione.
Non è una serata di teatro come le altre: un po’ perché quel giornalista è una parte di Molise cui moltissimi molisani sono profondamente legati. Un po’ perché quel professionista, nato a Torella del Sannio 61 anni fa, è diventato un volto familiare, una parte della nostra storia, un patrimonio collettivo. L’energia, pacata eppure dirompente, che si sprigiona in sala non appena entra sul proscenio – “ho scelto di uscire dallo schermo del televisore, venite con me” – si percepisce immediatamente.
“Che ci faccio qui è una domanda che mi sono posto tante volte”, esordisce Iannacone a mo’ di preludio del viaggio che si sta per compiere, insieme. La risposta parte da lontano, da un Domenico bambino che – guidato da suo padre – inizia la sua ‘esplorazione’ nei meandri delle cose, entrandovi e non avendo paura di sporcarsi. Il fare.
La formazione di quel bambino, un po’ più cresciuto, è legata anche alla visione del film ‘Ladri di biciclette’. “Quel film mi ha sconvolto. De Sica ha preso una storia piccola, piccolissima, e ne ha fatto un capolavoro del neorealismo”. Quel microcosmo, intriso di povertà e dolore ma anche di dignità (nonostante l’episodio finale del furto di una bici altrui) ha scavato un solco nel futuro giornalista di inchiesta. L’osservare.

Quel ragazzino però non sarebbe diventato quel che è diventato senza la passione per quel librone dalla copertina verde e un po’ sdrucita, il vocabolario, e senza quell’ansimante desiderio di conoscerne ogni lemma. “Senza le parole non avremmo il pensiero”, ricorda Iannacone sottolineando come queste però vadano cercate, prima, e difese, poi, perché corrispondono a diritti ed usarle è la quintessenza dell’esercizio democratico. Il dire.
Sono queste tre tracce, tre azioni interrelate fra loro, che innervano il lavoro dell’impareggiabile giornalista-narratore molisano. Allora tutto si lega nello spettacolo Che ci faccio qui, prodotto da TeatriMolisani e che si avvale del prezioso contributo della musica dal vivo di Francesco Santalucia e delle immagini del video-artist Raffaele Fiorella. Tutte le storie si animano uscendo dallo schermo e trovando nuova vita nel racconto, vibrante, di Iannacone. L’immersione nelle storie è totale e questa versione inedita del programma televisivo, in onda dal 2019 su RaiTre, diventa vero e proprio teatro civile.
Ce n’è anche una quarta di traccia, e Iannacone la descrive bene: guardare le persone negli occhi, un’attitudine che si è persa sempre più, sopraffatta da paura e diffidenza nei confronti dell’altro da noi. “E invece, come ci ha insegnato Platone, è guardando dentro le pupille dell’altro che possiamo vedere noi stessi”. E ancora: “È la cosa più naturale che esista, ma se vi chiedessi quanti di voi oggi l’hanno fatto?”
Guardare nelle pieghe della vita, entrarci dentro, sentirne gli odori fino a impregnarsene. E allora insieme a Iannacone la platea ha percepito appieno il vivo dolore di vite ai margini (cui il giornalista si è avvicinato come pochi sanno fare), come nel caso di chi è costretto a dormire in un’automobile perché non può permettersi una casa, o di chi vive tra le macerie di un vecchio complesso industriale abbandonato alla periferia di Roma, o ancora dei derelitti di una Scampia degli anni ’90 aggiogati dalla dipendenza dall’eroina e che, come fantasmi, vivono tra pareti di disperazione e camminano su distese sconfinate di siringhe. Un dolore muto, invece, è stato quello rivissuto proiettando il servizio in cui uno Iannacone assiste silente (con sottofondo solo le parole di alcune scene di Accattone) alla liturgia dell’estrazione da uno scatolone dei reperti dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini.
Nel dispiegarsi dello spettacolo un grande spazio viene dedicato al ‘dolore della Terra’, quello provocato dalla nostra depravazione ambientale. La telecamera indugia allora ora sulla Terra dei Fuochi ora sulle ecoballe disseminate nel sito di Taverna del Re, in paesi della Campania così vicini a noi eppure così lontani – perché allontanati – dalle nostre menti, quasi non ci riguardassero. E allora gli odori descritti, nauseabondi e penetranti, sembrano entrare in scena.
Ma accanto al dolore l’occhio attento di Iannacone, nella sua perenne ricerca, è riuscito a scovare anche bellezza, inusitata e anche questa sovente non vista. Come quella dell’imprenditore tessile che ha scelto di operare un ‘rallentamento etico’ introducendo nella sua fabbrica, ormai decimata a causa delle spietate leggi del mercato, un telaio antico che produce con obsoleti tempi tessuti di una qualità cui si è scelto di derogare in nome della quantità. C’è poi l’umanità rivoluzionaria di una donna che, in piazza a Trieste, ogni mattina lenisce le ferite sui piedi tumefatti dei migranti arrivati dopo aver percorso la rotta balcanica. Ci sono infine le storie di chi si oppone alla deriva consumistica e ridà dignità a ogni oggetto, salvaguardandolo e regalandolo ai posteri.
Un applauso prolungato e sincero ha salutato Iannacone che sul finale ha ricordato come “esseri vivi è essere vicini”, proprio come è avvenuto ieri in teatro dove qualsiasi barriera è stata abbattuta creando una non comune condivisione tra tutti i presenti. Poi l’esortazione ad essere comunità: “Il Molise può farcela”.
Infine l’abbraccio da ‘simbolico’ è diventato reale con Iannacone che è sceso nei corridoi della platea e non si è risparmiato, salutando i tanti (venuti da più parti della regione) che si sono intrattenuti con lui per una parola o una foto ricordo e regalando a ognuno di loro, ma parlando a tutti, parole pregne di speranza. Impossibile per qualcuno non cedere alla tentazione di fargli una battuta sulla sua tanto vociferata investitura politica. Lui sorride e invita i suoi conterranei a non arrendersi e a impegnarsi in prima persona. E da ultimo: “Sono felice di aver iniziato da qui, con voi, questo viaggio”.
Un viaggio che proseguirà oggi e domani (alle due repliche previste ne è stata aggiunta una straordinaria) al Teatro del Loto di Ferrazzano.












