L'altra metà del cielo
|8 Marzo, “Oggi è la giornata della donna, anche di quelle come me che non ce l’hanno fatta”
Lucia, 48 anni, madre sola di tre figli che si barcamena fra lavoretti saltuari, con una casa popolare e una “Punto scassata”, affida ad una lettera la sua contestazione nei confronti di una giornata che “trovo discriminante per chi ha nulla da celebrare”
8 marzo, giornata internazionale dei diritti della donna. E’ il giorno in cui si riflette su discriminazioni e violenza ma anche quello in cui si celebrano conquiste sociali, economiche e politiche. Oppure, come dice Lucia: “Si celebrano le donne che ce l’hanno fatta. Quindi oggi, per quelle come me, quelle che non ce l’hanno fatta (stando ai canoni della società) non c’è spazio né tempo”.
Lucia ha 48 anni, tre figli, un marito che improvvisamente ha lasciato tutto ed è andato via. Lucia è laureata in Scienze delle Formazione primaria “ma altro non ho”. E in una lettera – inviata a Primonumero – racconta l’altra faccia della medaglia di una giornata che “personalmente detesto da sempre. E a queste righe affido il mio perché. E lo faccio auspicando una riflessione per quelle come me che, al contrario di chi oggi brinda, convoca convegni, medita riflessioni, al di là di tutto, beh, semplicemente sono donne che non ce l’hanno fatta. Dicono”.
“Leggo da sempre, a cavallo di questo periodo – scrive – di donne diventate imprenditrici, professioniste, sindacaliste, donne determinate, emancipate, perspicaci. E, da sempre, mi chiedo: questa giornata è stata pensata, al di là del significato storico che racconta l’incendio in fabbrica, l’occasione per celebrare tutte le donne che sono okay? E me lo chiedo perché, se mi guardo attorno, siamo molte a non essere abbastanza okay. Semplicemente perché noi, siamo quelle che la scalata pubblico-privata non l’hanno fatta. Non ce l’abbiamo fatta!
Quelle come me non possono presentarsi ai convegni per raccontarsi. Cosa potremmo mai dire alla platea di circostanza? Che sono una semplice laureata in scienze della formazione primaria (laurea triennale) e non ho mai superato il concorso per insegnare. Invece, innamorata di mio marito sono rimasta presto incinta. Mi sono dedicata al primo figlio e poi al secondo, al terzo, nell’arco di sei anni. A 36 anni mi sentivo già vecchia. Un bel giorno il padre dei miei figli decide di andarsene. E noi restiamo, letteralmente, con le pezze al sedere.
Io senza un lavoro ma con una soluzione da cercare per non patire la fame. Sì, sì, la fame. E di bocche da sfamare ne avevo tre! Soldi per un avvocato che facesse valere (seriamente) i miei diritti di ex moglie neanche a parlarne. Soldi da chiedere alla mia famiglia, neanche a dirlo.
Che ho fatto? Ho iniziato a fare le pulizie nelle case, ad assistere i genitori anziani di qualche conoscente, a fare la baby sitter nei fine settimana. E oggi, dopo 13 anni, la mia vita non è cambiata di striscio.
Sì, ho una casa popolare, ma non ce l’ho fatta. Riesco a fare la spesa al discount, ma non ce l’ho fatta. Compro l’abbigliamento dai cinesi, ma non ce l’ho fatta. Ho finanche una Fiat Punto di seconda mano, ma non ce l’ho fatta.
Già, perché secondo le persone che ce l’hanno fatta (ma mi chiedo se sia accaduto per fortuna, competenza o altro?) io non potrò mai raccontarmi né raccontare (di tante come me) per il solo fatto di non essere tutto sommato questo grande esempio. Non posseggo nulla per cui essere celebrata. Ed forse è la verità, ne sono consapevole.
Poi, però, rifletto: eppure sono una donna anche io. E allora che se li tengano i loro parametri di valutazione per indicare cosa e chi celebrare in una Giornata universale come l’8 marzo perchè io, se tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto, fiera finanche dei miei errori. Orgogliosa di essere caduta, di aver fallito, e di essermi rialzata ma di averlo fatto con la schiena dritta e senza la mano tesa di nessuno. E così continuerò a fare, fino alla prossima caduta, per rialzarmi ancora.
Perché lo so, non sarò un esempio per quelli che oggi celebrano traguardi raggiunti o focalizzano l’attenzione sul tema della violenza (fossi in loro mi chiederei se quella violenza è anche il frutto della chance mancata a donne che sopravvivono tutti i giorni). Ma custodisco ugualmente e indiscriminatamente il diritto a far parte di questa società. E ne faccio parte con dignità. E la mia dignità, come quella di molte altre, ha il profumo costante della resilienza. Questo penso dell’8 marzo. E non è ricerca di commiserazione, ma cinica e profonda consapevolezza.
Cari saluti, Lucia: una donna che non ce l’ha fatta”.


