L’antropologo che ci studia: “Il Molise? Un paradosso spazio-temporale. E non resilienza ma restanza, cioè restare per rigenerare”
Ernesto Di Renzo, docente di antropologia all’Università di Roma Tor Vergata, anche per motivi professionali ha spesso studiato il Molise e i molisani. Nel recente passato la regione è stata spesso associata al concetto di “resilienza” e il prof ha invece spiegato che si tratta di “restanza”. Perché al diritto di andare via corrisponde il diritto di rimanere, edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi. Restanza significa sentirsi ancorati in un luogo da proteggere e nello stesso tempo ritemprare
Studia il Molise. Lo fa in quanto antropologo e docente ma anche in quanto “appassionato della vostra terra”. Quando parla dei territori molisani lo fa con una prospettiva di sviluppo e crescita tali da riuscire a disarmare anche l’interlocutore più diffidente.
Ernesto Di Renzo, antropologo e docente all’Università di Roma “Tor Vergata”, da alcuni anni concentra parte delle sue ricerche sul territorio molisano. E lo fa sue due rami. Il primo: l’alimentazione perché “approfondisco le conoscenze fitoalimurgiche, significa che studio i saperi tradizionali sulle piante spontanee e l’uso gastronomico che ne viene fatto. Da questo punto di vista il Molise è una miniera, un grande giacimento di conoscenze e disponibilità in quanto a biodiversità”.
L’altro ramo di ricerca del prof Di Renzo riguarda le tradizioni popolari, “mi interesso ai fenomeni di ritualizzazione legati ai cicli dell’anno e alle festività del calendario liturgico”.
Dai suoi studi quello che è venuto fuori finora è un Molise profondamente rurale “sul quale si deve necessariamente investire per quanto riguarda la promozione territoriale” dice il professore Di Renzo e va fatto proprio “per le valorialità che la ruralità possiede e perché il Molise è ruralità.Lo è nelle strutture, nei paesaggi, nella cultura immateriale; aspetti che possono essere vantaggiosamente messi al servizio del turista contemporaneo o di chiunque cerchi di fare esperienze autentiche del territorio”.
Nella lunga e appassionante chiacchierata il prof. fa riferimenti alla Francia che è capace di salvaguardare e valorizzare finanche il patrimonio sensoriale del territorio “ma – spiega Di Renzo – i francesi non sono molti bravi a valorizzare le loro risorse”. Quindi aggiunge: “Tuttavia sono un esempio da cui apprendere. Perchè quando si parla di patrimonio sensoriale parliamo, per esempio, di odore dello stallatico, del suono delle campane, del profumo delle potature, del canto dei galli, dei versi degli animali… Bene, tutto questo costruisce un patrimonio sensoriale che è in grado di incarnare la ruralità più di quanto noi possiamo farlo attraverso, per esempio, gli agriturismo o tutto quello che normalmente inseriamo all’interno di questo concetto”.
E definisce il Molise un “paradosso spazio – temporale”. Ma come? Sorride e spiega: “Nel senso che pur essendo una regione che vive come altri la contemporaneità, in realtà possiede – soprattutto dal punto di vista delle strutture – tutta una serie di caratteristiche che hanno improntato l’Italia negli anni 60/70 e non vuol dire arretratezza assolutamente ma vuol dire essere avvantaggiati sui blocchi di partenza perché quello che altri hanno sperimentato e ora cercano di dismettere per partecipare al banchetto della ruralità il Molise ce l’ha ancora perché c’è questa continuità storica con il proprio passato”.

