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Otto esplosioni per distruggere 200 kg di dinamite nascosti in cantina, operazioni concluse

Questa mattina, intorno alle 11.30, nella cava di contrada Tappino sono terminate le esplosioni controllate con cui è stato distrutto l’enorme quantitativo di materiale ritrovato due giorni fa in una palazzina al centro di Campobasso di proprietà di un imprenditore edile. La Prefettura ha coordinato le operazioni tramite i Carabinieri che stanno svolgendo accertamenti sulla vicenda

Sono stati necessari quasi tre giorni per trasportare e poi distruggere i 200 chili di dinamite scoperti nella cantina di una palazzina di via Conte Verde, al centro di Campobasso. Questa mattina, intorno alle 11.30, si sono concluse le esplosioni controllate nella cava Iannetta di contrada Tappino, lungo la vecchia strada per l’ospedale Cardarelli: ne sono state necessarie otto per eliminare tutto il materiale esplosivo – gelatina esplosiva da cava per la precisione – accatastato e conservato in alcune grosse buste in un seminterrato di proprietà di un imprenditore edile morto nel 1990. Un’operazione delicata quella coordinata dall’Arma su decisione della Prefettura e svolta dagli artificieri del reparto carabinieri di Chieti. Imponente la task force coinvolta: sul posto anche i vigili del fuoco del Comando provinciale di Campobasso, l’ambulanza del 118 e la Polizia.

La dinamite è stata frazionata, collocata in alcune grosse buche scavate dagli uomini del Gos (Gruppo operativo speciale) Movimento terra del 115 e poi fatta brillare. Le esplosioni sono state avvertite nitidamente dai residenti non solo di contrada Tappino, ma anche dei quartieri più vicini alla cava: in via Depretis, a Porta Napoli fino a via Carducci e nelle abitazioni al confine con il territorio di Ferrazzano.

Esplosione dinamite nella cava di Tappino

I Carabinieri stanno svolgendo accertamenti e verifiche sulla vicenda e sulla detenzione del materiale sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, avvertita da subito. Si sta cercando di chiarire il motivo per il quale da più di 30 anni quel materiale altamente pericoloso si trovasse nella palazzina all’insaputa di tutti, creando rischi elevati dal punto di vista della pubblica sicurezza. Via Conte Verde, oltre ad essere una strada residenziale a pochi passi dall’ex hotel Roxy e quindi dal centro del capoluogo, è una via ricca di uffici e anche di studi medici. La stessa palazzina in cui è stato trovato l’esplosivo si trova a pochi passi dal centro radiologico Potito dove le attività diagnostiche sono rimaste ferme sia venerdì che sabato.

L’esplosivo ad alto potenziale (tanto è vero che viene impiegato nelle cave, ma anche nelle gallerie) non avrebbe potuto essere conservato in cantina, anche se trent’anni fa era in vigore una normativa diversa. “Se fosse esplosa, avrebbe potuto radere al suolo l’intero quartiere”, avevano osservato proprio gli investigatori venerdì scorso (16 dicembre), ossia il giorno in cui il figlio del proprietario (che vive a Roma) si è recato nella casa del padre (che un paio di anni fa è stata confiscata dal Demanio) e ha lanciato l’allarme.

Sono molti gli interrogativi ancora aperti in una vicenda che ha destato un comprensibile timore fra i residenti, che di fatto hanno scoperto di essere seduti su una polveriera. Come mai un quantitativo così rilevante di esplosivo, con una forza detonante capace di far saltare in aria un intero quartiere, si trovava nel seminterrato? Chi lo ha sistemato lì? Per quanto tempo è rimasto in quei sacchi? E di chi sono le responsabilità? Tutte domande alle quali, in un’ottica di prevenzione, si cercherà di dare una risposta.