“Il Vietri non poteva essere un ospedale Covid”, la Procura chiede l’archiviazione
Fra i numerosi esposti anche quello relativo alla mancata trasformazione del centro ospedaliero frentano che – stando alle denunce di enti locali e comitati – avrebbe causato la cattiva gestione sanitaria durante il picco pandemico. Gli inquirenti non sono d’accordo e spiegano perchè
Per le “criticità” nella risposta sanitaria dell’ospedale Cardarelli durante l’emergenza covid, oggetto di numerose segnalazioni e denunce da parte di enti locali, comitati e associazioni, la Procura di Campobasso ha chiesto l’archiviazione. E a gennaio prossimo il Gip sarà chiamato a decidere sull’esito di una indagine condotta anche con il contributo fattivo di consulenti ed esperti.
I magistrati inquirenti raccontano in 70 pagine perché la mancata trasformazione dell’ex ospedale di Larino in ospedale Covid durante la pandemia era impossibile e perché non avrebbe affatto cambiato l’esito di un percorso che purtroppo in quel frangente di tempo è stato pressoché uguale in tutte le regioni di Italia.
Secondo le denunce che hanno permesso l’apertura delle indagini, la causa di cluster e decessi sarebbe stata da attribuire alla disorganizzazione nella gestione della sanità molisana “tanto da arrivare impreparati anche al secondo picco della pandemia con evidenti scelte fallimentari”. Conseguenze che – stando alle accuse trascritte negli esposti – si sarebbero potute evitare se si fosse individuato un centro Covid nell’ex ospedale di Larino.
Tanto il sostituto procuratore Viviana Di Palma, quanto il procuratore Nicola D’Angelo spiegano invece perché, per come contemplata, questa opzione non avrebbe sortito alcun effetto diverso da quanto poi accaduto. E non soltanto in Molise.
Intanto la premessa obbligatoria è quella che ricorda come la sanità molisana da almeno vent’anni soffra di gravi fragilità, fatte le dovute eccezioni per alcune specialità ospedaliere. Sono centinaia ogni anno i molisani che – affetti da gravi patologie – scelgono spesso di ricorrere alle cure ospedaliere presso gli ospedali del Nord Italia, in particolare in quelli della Lombardia.
Eppure “la sanità lombarda non ha certo brillato nell’affrontare l’emergenza Covid. Anzi”. Per i magistrati di Viale Elena le argomentazioni apportate nelle denunce in un primo momento sono sembrate anche condivisibili, in particolare quando chiedono: “Perché bloccare il Cardarelli, unico Dea regionale, quando ci sono a disposizione i locali ben strutturati dell’ex Vietri”?
Analizzando ogni aspetto, e ricostruendo tutta la gestione avvenuta in quel periodo, i due magistrati spiegano che un Centro Covid (come si auspicava diventasse il Vietri) oltre ad avere necessariamente degli spazi destinati alle persone infette e quindi un reparto di “Malattie infettive” con medici specialisti, doveva avere anche spazi per i pazienti infetti e in condizioni critiche, e quindi un reparto di “Terapia intensiva” con anestesisti e rianimatori. Ma doveva avere anche tutti i reparti potenzialmente necessari al soggetto infetto che però poteva essere interessato da altre cure. Per esempio: la donna in gravidanza contagiata dal covid doveva poter contare sulla ginecologia, il “positivo” con problemi cardiaci doveva poter essere assistito da un cardiologo, l’infetto con una frattura doveva essere messo nella condizione di ricevere le cure di un ortopedico, ecc… “in sostanza – spiega chiaramente la Procura – l’infetto al Covid sarebbe dovuto essere curato da medici del reparto specifico e poter contare sull’assistenza specialistica tutto il giorno per 365 giorni all’anno”.
Un aspetto, questo, su cui tutti i sanitari ascoltati nell’ambito dell’indagine non hanno battuto ciglio ribadendo che “Fare il centro Covid a Larino avrebbe significato trasferire tutto l’ospedale di Campobasso, tutti i reparti del Pronto soccorso, la Cardiologia, la Ginecologia…”.
Quanto alla riduzione delle cure che ci sarebbe stata in quel periodo, si è trattato di un problema generalizzato e presente ovunque in Italia. Ma approfondendo i dati e comparandoli è emerso pure che all’ospedale Cardarelli si è verificata invece un aumento dell’offerta delle cure ed una contestuale riduzione invece negli altri ospedali regionali. Per esempio per il tumore maligno della mammella e per l’ictus ischemico, il quadro nazionale indica in quel periodo una riduzione del volume dei ricoveri, ciononostante l’ospedale Cardarelli ha, invece, quasi raddoppiato il numero dei ricoveri. Mentre gli ospedali di Isernia, Termoli ed il “Gemelli” hanno riscontrato un crollo verticale. “Tutto il contrario – si puntualizza nell’archiviazione – di quello che sarebbe stato lecito attendersi”.
Anche il discorso dei cluster non regge. Perché quando si dice che al Cardarelli (trasformato in centro covid) ci sono stati cluster più che altrove, si dice il falso. All’ospedale civile di Campobasso nel periodo preso in esame ci sono stati tre cluster, al Gemelli per esempio (che non era centro Covid) ce ne sono stati quattro.
Nella sua analisi la procura ammette che certamente si sarebbe potuto lavorare con opportune competenze (e il riferimento è chiaramente all’ex commissario Giustini) per individuare all’interno del complessivo “Piano Covid” un altro ospedale Covid che poteva essere quello di Termoli oppure di Isernia. Questo avrebbe comportato di sacrificare interamente un ospedale minore destinato a Centro Covid spostando sugli altri ospedali regionali l’ulteriore richiesta di assistenza sanitaria. “Un’organizzazione del genere forse avrebbe permesso di gestire meglio seppure con inevitabili criticità, il picco pandemico che si è registrato tra dicembre 2020 e marzo 2021 soprattutto in occasione della cosiddetta variante inglese”.


