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Il racconto delle persone che per prime accorsero sul luogo della tragedia. “Nulla è cambiato”, dicono all’unisono e ripercorrono i minuti subito dopo le 11.32 fra corse infinite per arrivare a San Giuliano di Puglia e la speranza di salvare più vite possibili

Era il 31 ottobre 2002, quando alle 11 e 32 un terremoto che colpì quarantaquattro comuni distrusse la scuola “Francesco Jovine” di San Giuliano di Puglia. Fu l’unico edificio a sbriciolarsi e a fare una strage di piccoli alunni. Ventisette più la maestra.

Il boato e l’implosione. I soffitti vennero giù, i vetri esplosero. Da quel momento passarono quasi due giorni a scavare con le mani fra terrore e speranza. Sentimenti di gioia per chi fu estratto vivo, dolore infinito per quei volti senza vita tirate fuori da frantumi e rovine.

Oggi come ieri tuonano le parole dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Non abbiamo saputo difendere i nostri figli”.

Oggi come ieri, chi corse per primo in quell’area dove la scuola si trasformò in un cumulo di macerie ha lo stesso terrore negli occhi perché il “tempo non sempre guarisce tutte le ferite”. Domenico Marino, il 31 ottobre 2002, è il capo distaccamento dei vigili del fuoco di Santa Croce Magliano. I primi ad essere allertati di quanto accaduto ma lui era fuori servizio. Ma, sentita la notizia, chiamò subito i colleghi di Campobasso che dissero: “Il terremoto ha causato un disastro a San Giuliano di Puglia”. E qui il racconto, forte, devastante, oggi come ieri: “quei pochi istanti che funzionarono i telefoni, i colleghi di Campobasso mi dissero del crollo, recuperai i miei figli a scuola a Santa Croce di Magliano e corsi a San Giuliano di Puglia”. Domenico Marino dice che quando arrivo davanti ai resti della scuola “non mi resi conto. Ricordo macerie, polvere e urla. La prima sopravvissuta che tirai fuori era una bambina che oggi è sposata e ha un bambino”.

I volontari fecero la parte da leone in quel tragico giorno. Quando le comunicazioni, che certamente non correvano veloci come oggi, erano ancora incerte, da Sulmona partì immediatamente il gruppo Associazione Nazionale Alpini di Sulmona: “Percorremmo quei duecento chilometri che si separavano da San Giuliano di Puglia con il cuore in gola e gli occhi pieni di lacrime”.

E c’era anche la Misericordia di Termoli. I volontari della città adriatica molisana, giunsero sul posto e non lo lasciarono più per interi giorni. Scavarono, consolarono, sperarono, piansero. Pasqualino Arcari che fu tra i primi ricorda: “Giunsi sul posto e ascoltai, sì ascoltai, un silenzio che mi porto dietro da 20 anni. Qualcosa di devastante era appena accaduto e bisognava mettere in salvo più vite possibili. Iniziammo a lavorare e non ci fermammo più per giorni”.