Parola ai lavoratori

Paghe da fame, contratti e orari impossibili: ecco perché i giovani dicono No al lavoro. “Non siamo fannulloni, vogliamo diritti”

Nell’estate del personale introvabile sempre più ragazzi rifiutano posti di lavoro poco remunerati e irregolari. “Serve un cambio di mentalità, gli imprenditori più giovani l’hanno capito”

Cercasi personale’. Il cartello è praticamente in ogni ristorante, ma anche nei bar e negli stabilimenti balneari di Termoli e dintorni. Ma mentre l’estate è meteorologicamente già iniziata, quei cartelli restano affissi e il personale non si trova. Insomma il lavoro c’é, ma soprattutto i giovani lo rifiutano. Perché? Colpa delle paghe basse? Del Reddito di cittadinanza che disincentiva l’occupazione? Oppure è in atto un mutamento più profondo? Per capire cosa sta accadendo e dopo aver dato voce ai titolari delle attività turistiche, Primonumero.it ha incontrato tre ragazzi, non più giovanissimi ma tutti con diverse esperienze lavorative alle spalle.

Paola, termolese di 29 anni, il coetaneo Antonio che a Termoli vive da anni ma è cresciuto in un’altra località molisana, e poi Mirko che di anni ne ha 36 ed è nato a Benevento ma ha studiato a Campobasso prima di trasferirsi sulla costa adriatica tempo fa. Tutti e tre nel passato e, in un caso anche nel presente, hanno conosciuto il mondo della ristorazione, i suoi pregi e i suoi difetti.

Mirko, il più navigato dei tre, oggi fa un altro lavoro, vale a dire l’operatore socio sanitario. Ma fino a qualche anno fa è stato uno dei tanti che faceva ‘la stagione’ in uno stabilimento balneare. “Ho lavorato per tre estati in un lido di Rio vivo – racconta -. Sono uno dei pochi a essere durato per tre anni. I ritmi? Il primo anno lavoravo a Campobasso di mattina, svegliandomi alle 6. Tornavo a casa alle 14, il tempo di un pranzo, una doccia e un po’ di riposo ed ero a Rio vivo fino alla chiusura. Facevo 8-10 ore ma lo stipendio era da fame. Negli anni successivi lavoravo sia a pranzo che a cena allo stabilimento balneare per 1.100-1.200 euro. Il contratto? Part time, 6 ore per 700 euro. Tutto il resto era fuori busta”.

Tuttavia rivela che “mi hanno sempre trattato bene. Anche se molti altri miei colleghi non possono dire la stessa cosa. So anche di guardiani notturni pagati 4-500 euro per lavorare dalle 19 alle 8”. Esperienze simili in due pizzerie della città. “In una delle due stessa storia: contratto part time ma doppio turno a pranzo e cena, paga sempre quella. Nell’altro locale in periferia invece lavoravo solo di sera ed ero pagato regolarmente. Sono rimasto finché non ho cambiato lavoro”.

La storia di Antonio è un tantino diversa. “Ho iniziato a lavorare a 14 anni in un laboratorio di pasticceria. All’inizio i soldi li prendeva direttamente mia madre. Ricordo una volta che a 17 anni feci un turno da 14 ore per 40 euro. Poi mi venne la febbre”.

Da quando è a Termoli ha maturato esperienze come barista e cameriere. “Come barista dalle parti della caserma della Polizia Municipale, con contratto part time e il datore di lavoro mi riconosceva le ore extra, avevamo un ottimo rapporto. Poi ho fatto il cameriere in un locale del porto e lì mi sono trovato male anche se coi gestori ho mantenuto un buon rapporto. Non avevo contratto, venivo preso a chiamata per 40 e 50 euro al giorno lavorando sia a pranzo che a cena. Purtroppo nella maggior parte dei casi fanno tutti così”.

Il vero guaio per lui è arrivato quando ha preso il Covid. “Era gennaio 2021, ero senza lavoro e senza tutele. Per un mese è stata molto dura, ho chiesto al datore di lavoro di venirmi incontro ma mi ha detto che stando chiuso non poteva fare nulla. Mi sono fatto forza mentalmente e mi hanno aiutato i parenti”.

Ora per lui le cose vanno meglio. “Dopo quell’esperienza ho preferito rimanere a casa l’estate scorsa, riflettendo molto. Ora lavoro in un pub della zona del cimitero. Mi trovo molto bene, guadagno 1.000 euro al mese con contratto part time visto che siamo aperti solo di sera. Col datore di lavoro posso confrontarmi, c’è la possibilità che io ottenga un contratto indeterminato. Rispetto a tanti altri mi sento privilegiato”.

Paola invece ha scelto di studiare e non continuare a lavorare nella ristorazione. “Ho avuto esperienze sia a Termoli che fuori regione. Qui in città ho lavorato in un laboratorio di pasticceria del centro. Ero trattata bene economicamente, forse perché la mia famiglia era conosciuta dai titolari. Ma ho visto coi miei occhi persone sfruttate. Una ragazza esperta nelle decorazioni delle torte, ghettizzata da tutti lì dentro, si fece male alle dita ma evitò di andare al Pronto Soccorso perché era senza contratto e dopo due giorni tornò al lavoro. Quando poi le fecero un contratto, arrivò un controllo. Ma l’ufficiale le faceva le domande di fronte al datore di lavoro, come poteva lei raccontare che non lavorava 4 ore ma magari anche 14 di fila? E nello stesso locale c’era uno straniero che era entrato con una borsa lavoro e poi era rimasto a fare da pizzaiolo. Quando arrivò un ragazzino tirocinante di una scuola, al quale dovevano essere riconosciute per forza tutte le ore in laboratorio, il lavoratore straniero scoprì che prendeva la sua stessa paga ma lavorando il doppio delle ore e allora pretese un aumento. In pratica aveva scoperto di avere dei diritti”.

Gli aneddoti negativi sono tanti. “Mi presero in prova in una pizzeria del II Corso. Mi tennero quasi un mese prima di mettermi sotto contratto e volevano farmi quello da tirocinante per 400 euro al mese lavorando dal tardo pomeriggio fino alla chiusura, a mezzanotte o anche oltre anche come banconista. Chiesi di poterlo leggere con calma e la datrice di lavoro mi rispose che voleva farlo partire subito e perciò l’aveva firmato lei. Così la obbligai ad annullarlo”.

E ancora il ristorante del centro dove “dopo il primo anno con contratto regolare e paga buona, l’anno dopo mi dissero che le condizioni erano cambiate e che avrei preso 800 euro per le stesse ore. Me ne andai”.

Quella delle paghe basse, secondo questi ragazzi, è una piaga per Termoli. “Altrove non è così. A Tremiti ad esempio c’è meno carenza di personale” dice Mirko. Antonio offre un’altra lettura. “La città è molto cara ma non offre servizi adeguati. E non parliamo degli affitti. Devi lavorare solo per pagarti l’affitto”.

Stando dentro al settore, questi ragazzi hanno un’opinione molto critica della ricettività termolese. “La mentalità è quella del fregare il prossimo. Pochi puntano a fidelizzare il cliente, i più pensano di spennare il pollo. Ma così facendo i clienti si allontanano. Lo stesso vale per il personale”.

Ma fanno bene i ragazzi a stare a casa invece di farsi un mazzo così ma imparando un mestiere? “Per me abbiamo sbagliato noi alla nostra età – afferma Mirko –. Ripensandoci ora non rifarei le stesse cose. Ma allora era diverso. Se perdevi il lavoro, sapevi che il ristorante ne avrebbe trovato subito un altro. Ora non più”. “Si parla tanto del Reddito di cittadinanza ma perché un ragazzo dovrebbe lavorare 12 ore al giorno per 700 euro se può averlo?” domanda Antonio. “Sarebbe ben diverso se le paghe fossero alte”.

Possibile che la pandemia abbia cambiato la percezione del modo di intendere il lavoro e il tempo libero? “Io questa riflessione – rivela Mirko – l’avevo maturata anche prima della pandemia, ho trovato un mio equilibrio. Lavorare è importantissimo, non puoi stare senza fare niente. Ma c’è anche dell’altro. Ho una famiglia, una compagna, se voglio andare a fare una passeggiata posso farlo”.

Antonio afferma che “da questo punto di vista la pandemia ci voleva, altrimenti non sarebbero mai cambiate le cose. È stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per fortuna ci sono anche esempi positivi, come nel mio caso. Ora speriamo che anche altri imprenditori lo capiscano”.

“Anch’io quando facevo la cameriera in un locale del Borgo vecchio ­– aggiunge Paola –, ho avuto un capo che era comprensivo e onesto e ci mandava a casa quando terminava il nostro orario di lavoro. Una volta gli chiesi come mai lui era diverso dagli altri. Mi rispose che quel lavoro l’aveva fatto prima di noi e sapeva cosa significasse”.

Qualcuno intravede una sorta di scontro generazionale in atto. “Gli imprenditori giovani sono più consapevoli che qualcosa è cambiato e che certe cose considerate la normalità nel lavoro non sono più accettate”. Per Paola “c’è una sorta di boicottaggio naturale, come uno sciopero collettivo”. Antonio riflette: “Purtroppo la ristorazione si è rivelato un settore che non dà sicurezze ed è troppo sacrificante. Oggi molti ragazzi cercano più il posto fisso in fabbrica”.

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Non è vero che siamo sfaticati e non abbiamo voglia di lavorare. Vogliamo i nostri diritti – gli fa eco Paola -. Quelli che ne hanno meno di tutti sono i lavoratori invisibili, che stanno in laboratorio e in cucina oppure i guardiani notturni dei lidi. Persone che non stanno a contatto col pubblico e sono ancora meno tutelate”.

Mai pensato di denunciare tutto alle autorità? “Quando ci sei dentro non pensi ad altro che a lavorare. E poi servono testimoni e non è facile. Ma il più delle volte non lo si fa per il timore di perdere il posto”.

Se davvero siamo all’inizio di una piccola rivoluzione del mondo del lavoro è presto per dirlo. Intanto questi ragazzi hanno chiaro in mente che il cambiamento dovrebbe avvenire dalla formazione. “A un ragazzo consiglieremmo prima di studiare e di informarsi e non scegliere il primo lavoro che capita. Noi non avevamo questa consapevolezza. È il sistema di formazione a dover cambiare, a cominciare dalla scuola. Lì dovrebbero insegnare a decifrare una busta paga e un contratto perché un ragazzino che inizia a lavorare non sa nulla”.

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