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L’uomo che vive con un defibrillatore sotto pelle: per i medici è inabile al lavoro, per l’Inps è sano

Il paradosso di un 52enne di Guglionesi, al quale 11 anni fa è stata diagnosticata la sindrome di Brugada, che si è visto rifiutare l’assegno di invalidità dalla commissione provinciale Inps malgrado nessun medico lo abbia ritenuto idoneo al lavoro. Così Giovanni D’Aniello si ritrova a dover combattere una battaglia per il diritto a una integrazione di invalidità che dopo 3 anni gli è stata improvvisamente revocata, nonostante viva ormai dal 2011 con un defibrillatore impiantato sotto la cute e abbia una serie di limitazioni che gli impediscono finanche di provare emozioni forti.

Ha avuto il primo arresto cardiocircolatorio nel mese di novembre 2011, mentre stava facendo una donazione di plasma. “Meno male che ero lì, mi hanno salvato la vita perché mi trovavo già in ospedale”. Non è stata una passeggiata: dopo tre manovre con il defibrillatore non si era ancora ripreso. “Mi avevano già coperto con un lenzuolo, mi avevano dato per morto. E’ successo un miracolo”. All’epoca il suo caso era finito finanche sulla cronaca locale. Oggi Giovanni D’Aniello, residente a di Guglionesi, ha 52 anni e vive con un defibrillatore impiantato sotto la pelle. E’ affetto dalla sindrome di Brugada, una malattia genetica che predispone al rischio di aritmie ventricolari maligne e può essere causa di morte improvvisa. In quel drammatico frangente in cui il suo cuore ha smesso di battere è rimasto tre giorni in Rianimazione, poi ha affrontato una lunga convalescenza in reparto. “Sono uscito dall’ospedale che era il giorno di Natale, non lo scorderò mai. Per prima cosa sono andato in chiesa a baciare Gesù Bambino e ringraziarlo, poi sono entrato nel bar del paese per far vedere a tutti che ero vivo”.

Giovanni ha smesso di lavorare, su precisa indicazione del medico del lavoro. Impiegato nella carpenteria metallica pesante, proseguire sarebbe stato troppo rischioso. “Inabile al lavoro” il verdetto dei medici specialisti. Nessuno si è sentito di assumersi la responsabilità di autorizzare il proseguimento della sua attività professionale, che peraltro implica mansioni pesanti e che lo portava a stare a contatto con saldatrici e attrezzi pericolosissimi per quel piccolo e delicato macchinario elettronico che abita il suo corpo.

Giovanni Daniello Guglionesi

“All’epoca avevo 41 anni – racconta – e dopo un periodo di disoccupazione e mobilità in deroga ho presentato la domanda per avere l’assegno di invalidità. Ma il 50% di invalidità, come stabilito dalla commissione Inps, non dà diritto ad avere l’assegno mensile”.

Giovanni D’Aniello le ha provate tutte. “L’azienda mi ha licenziato perché, appunto, non ero in grado di lavorare secondo i medici. Ho provato altre strade, ho chiesto a tutti, ho provato con lavori meno pesanti, meno rischiosi. Ma nessuno vuole un portatore di defibrillatore”. Sono stati anni tostissimi, dice ancora. Un mutuo importante, (“che avevo acceso perchè guadagnavo bene, me lo potevo permettere”), tre figli due dei quali all’università, la moglie che all’epoca non lavorava (oggi ha un part-time), sacrifici su sacrifici, risparmi all’osso.

La svolta è arrivata quando si è rivolto a un patronato e ha incontrato “una persona capace che mi ha curato la pratica per l’Inps dopo il rifiuto. Ha ritentato e la domanda è stata accolta, anche grazie al fatto che nel frattempo sono stato colpito da un’aritmia grave”. Un nuovo episodio al cuore, e l’assegno Inps è infine arrivato.  “Nella sfortuna – commenta con marezza – sono stato fortunato”. L’Inps gli ha iniziato a versare un assegno mensile da 650 euro, “il 60% della mia precedente busta paga”. Nel frattempo l’azienda che lo aveva licenziato lo ha riassunto “con contratto part time e incarichi più leggeri”. Giovanni è andato avanti così per sei anni, sottoponendosi due volte l’anno alle visite specialistiche e richieste, che hanno sempre confermato la malattia genetica che lo affligge. Una malattia seria, grave, che gli impedisce finanche di provare emozioni forti perché potrebbe accadere l’irreparabile se il cuore si mette a ballare scatenato.

Eppure accade l’impensabile: al terzo rinnovo dell’assegno di invalidità, nel 2019, arriva la doccia fredda. “Una doccia gelata, altroché. L’assegno mi è stato tolto, evidentemente secondo l’Inps io sono sano come un pesce e posso fare tutto”. Giovanni D’Aniello è disorientato, ma anche arrabbiato. “Possibile che io debba vivere questo paradosso? Nessun medico mi vuole certificare l’idoneità al lavoro per via di questo defibrillatore che ho sotto pelle, col quale condivo ormai da tanti anni e che mi condiziona nell’esistenza quotidiana, ma la commissione mi dice, allo stesso tempo, che non ho bisogno di una integrazione perché sono sano. Beh, che posso dire? Decidetevi, perché io così non riesco ad andare avanti”.

Giovanni Daniello Guglionesi

Oltre al danno c’è la beffa. Una doppia beffa. Quella che ha subìto quando la commissione lo ha liquidato facendogli i complimenti per la forma fisica. E quella dell’agenzia delle entrate che solo qualche giorno fa chiede indietro il corrispettivo della mobilità in deroga della quale ha beneficiato per alcuni mesi, sul presupposto che non gli spettava.

Oggi Giovanni D’Aniello aspetta l’esito dell’ennesimo ricorso contro l’Inps, affidato a un avvocato, dopo essere di nuovo finito in terapia intensiva in piena emergenza covid. Il defibrillatore si è improvvisamente scaricato e lo hanno dovuto sostituire. “Ma a Termoli era impossibile – racconta – perché emodinamica ha tutti quei problemi di carenza di personale, e così sono dovuto andare a Campobasso a ricoverarmi, con un apparecchio che la notte suonava emettendo un ‘bip bip’ veramente inquietante”.

Malgrado questo, alla fine del 2021, il ricorso è stato bocciato e ora Giovanni D’Aniello, 52 anni, una vita professionale stroncata e una malattia invalidante, deve continuare a combattere per un suo diritto che, avverte, “dovrebbe essere sacrosanto. Nessuno mi fa lavorare, altrimenti non ci sarebbe questa situazione. Se potessi lavorare a tempo pieno e come prima sarei l’uomo più felice del mondo. Ma così non è”. La burocrazia, insieme con quella che percepisce come una chiara ingiustizia, hanno intanto esasperato ansia e stress, tutti sentimenti dai quali dovrebbe stare parecchio alla larga. Il suo cuore risente anche di questo.