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L'intervista esclusiva

La lezione di mister Antognozzi, sul campo dopo il coma e due mesi d’ospedale: “Ho rischiato di morire, mi hanno salvato. Non mollate mai”

Vice di Mirko Cudini, l'allenatore racconta la sua lunga esperienza in ospedale per un problema cardiologico inaspettato, fatale in otto casi su dieci. Ringrazia tutti: l'equipe dell'ospedale Cardarelli e quella del Gemelli Molise, il professor Castellano, il professor Massetti, gli infermieri della Terapia Intensiva e della Cardiochirurgia. Ringrazia tutta la Società rossoblu che non l'ha lasciato mai solo e l'amico fraterno nonchè allenatore dei portieri Cristian Cicioni. Ai più giovani dice: "Non mollate mai davanti alle difficoltà. Ognuno di noi ha la forza necessaria per superarle"

È bella la voce di mister Antognozzi mentre sorride (finalmente) e racconta l’incubo che ha vissuto durante i due mesi d’ospedale (di cui quasi due settimane in terapia intensiva). Un caso, il suo, quasi unico al quale ha saputo far fronte in modo encomiabile la catena della sopravvivenza Cardarelli-Gemelli Molise. Uno scambio di competenze che ha valorizzato e consolidato le professionalità esistenti nella sanità regionale, permettendo a mister Antognozzi di superare uno scoglio altrimenti insuperabile. Consentendogli di tornare a sorridere contro ogni aspettativa.

Mister Antognozzi è stato operato al cuore in condizioni in cui probabilmente, altrove, non sarebbero intervenuti. In questa storia ha vinto lui e, ancora una volta, ha vinto la forza del team sanitario molisano, perchè Cardarelli-Gemelli hanno deciso insieme cosa fare. Le diverse figure si sono unite, hanno ragionato e stabilito quello che bisognava compiere per salvare la vita di questo giovane atleta.

Ecco perchè la voce di mister Antognozzi oggi è bella e rassicurante, nonostante un momento storico costellato da dubbi e paure provocate dalla pandemia. Lui invece non si lascia condizionare e trasuda ottimismo e voglia di guardare oltre lo steccato.

Di Giuseppe Antognozzi, 52 anni, persona riservata e discreta, si avverte la presenza durante le sedute di allenamento e sul campo di gioco nei minuti di riscaldamento che anticipano ogni partita. Lavora in silenzio, braccio a braccio con mister Cudini. Rigoroso e scrupoloso, al di là della sua professione, ama dedicarsi a sua moglie e a suo figlio “che ha soltanto un anno”.

E’ tornato ufficialmente in campo (e al suo lavoro) in occasione della partita contro la Paganese. Il suo percorso di guarigione non è finito “sto riacquistando energia” dice, ma la grinta, quella, non l’ha mai persa.

Le immagini del ritorno dopo giorni di apprensione per il suo stato di salute, sono state trasmesse a rullo dai vari canali social per non farci dimenticare la forza di quest’uomo e atleta che oggi vuole testimoniare a voce alta che “il Molise esiste”. “Esiste la buona sanità che ho avuto la fortuna di incrociare al Cardarelli prima e al Gemelli Molise dopo” ed esiste una “forza in ognuno di noi a cui bisogna sempre dar retta al di là delle aspettative perché è il cedimento che rischia di peggiorare una situazione altrimenti irreversibile”.

Mister Antognozzi

Mister, “come stai” è diventata quasi una domanda diversa.
Già, non è più soltanto una formalità. Abbiamo davvero bisogno di sapere se le persone stanno bene”.

E lei come sta?
Adesso bene, grazie. O meglio: il peggio è passato e sono in fase di recupero. Se lei pensa che nei casi come il mio la ripresa prevede anche 8 mesi di degenza, posso dire che, insomma, procedo a ritmi interessanti”.

Cosa significa ritrovare la salute?
“Capire la preziosità della vita e delle persone che ti amano. Io ricordo che prima di andare in coma – perché la saturazione era arrivata  a 73 e la valvola mitralica del mio cuore era nel pieno del suo anomalo funzionamento – ho detto ai medici ‘vi prego, ho una moglie e un bimbo di un anno’. Ritrovare la salute significa riaprire gli occhi e capire il valore anche dell’aria che respiri”.

Lei si è curato in Molise.

Quando sono arrivato qui, leggevo spesso il tormentone social di un ‘Molise che non esiste’, sono certo invece che esiste eccome. Una prova estrema la mia: costretto in un ospedale. Ma è pur sempre la dimostrazione che questa regione ha diritto a tanto perchè sa donare molto e ha tutte le potenzialità e le competenze per non essere da meno. A nessuno”.

Mister Antognozzi

Cosa le è successo?

Avevo tosse e fiato corto, all’inizio pensavo ad una banale influenza perché noi siamo super-controllati e dunque sapevo di non avere il covid ma il primo novembre scorso le mie condizioni sono peggiorate e sono corso al Cardarelli dove sono rimasto due giorni. Avevo un’insufficienza polmonare causata da un difetto di funzionamento della valvola mitralica. I medici del Cardarelli  hanno capito subito la gravità della situazione: i miei polmoni erano invasi dal sangue. Un’emorragia dovuta dalla rottura delle corde tendinee della valvola mitralica. Quindi hanno allertato la Cardiochirurgia del Gemelli dove sono stato operato d’urgenza. E’ stato un intervento importante che ha richiesto un periodo di quasi due settimane in terapia intensiva e quasi due mesi in reparto”.

Ha avuto paura?

Avevo fame d’aria ed era una sensazione bruttissima. Non sapere cosa accadrà è devastante. Sì, in quei momenti ho avuto paura

E come li ha superati?
Pensavo a mia moglie e a mio figlio, ai traguardi che vorrei ancora poter raggiungere, alle cose da fare, a tutto ciò che vorrei ancora nella mia vita”.

Ha avuto grande coraggio nel restare presente a se stesso nonostante quegli attimi di semi-consapevolezza.

Ognuno di noi ha una forza che nei momenti di difficoltà viene inevitabilmente fuori e io penso che è a quella forza che bisogna dar retta al di là di quello che ci accade attorno. Perché quella forza è la nostra unica opportunità. Avrei fatto a meno di quanto mi è successo, è ovvio, ma è successo. E io oggi cerco di mettere a frutto la preziosità della vita che ci è stata donata”.

Si diventa migliori?
Non lo so se si diventa migliori. Ma provare il rischio di morire è sicuramente una prova utile. Impari a trascorrere più tempo con le persone che ami, a dare rilevanza a ciò che conta, a lasciar perdere le banalità, a cadenzare con attenzione anche il secondo della tua esistenza“.

Lo sport l’ha aiutata?

L’aver fatto sempre una vita salutare mi ha aiutato a superare la pesantezza dell’intervento, le cure successive, la riabilitazione ancora in corso. Si prevedevano otto mesi di convalescenza ne sono trascorsi tre e sono tornato già al lavoro. Anche questa è la bellezza dello sport: emozioni e  ricordi che ti aiutano a vivere pienamente ogni cosa. Anzi, al riguardo voglio ringraziare pubblicamente l’amico Cristian Cicioni, allenatore dei portieri del Campobasso; la Società del Campobasso che mai mi ha lasciato un istante, sostenendomi sempre in questa disavventura. Abbraccio il presidente Mario Gesuè, l’amministratore delegato Raffaele De Francesco, il team manager Giuseppe Allocca, il segretario Mario Colalillo, il direttore sportivo Stefano De Angelis… Insomma abbraccio tutti i miei compagni di campo e di vita”.

Nel nominare Cristian Cicioni, si è commosso. O sbaglio?

Cristian, al di là della collaborazione in campo che ci lega e che dura da quattro anni, è diventato quasi il mio ‘custode’. Lui si accerta che io stia bene, mi telefona continuamente, usciamo spesso insieme. Non mi molla un istante. Lui alimenta la mia energia con il suo ottimismo e la sua vicinanza mai scontata“.

Con testimonianze come la sua si impara ad apprezzare l’importanza dello ‘stare bene’ prima di ogni cosa ma anche il lavoro che svolgono, spesso in condizioni non semplici, medici ed infermieri. Soprattutto in Molise.

La loro è una professione che si basa sulla vera empatia. Chi indossa quel camice entra nella testa di chi soffre e trasforma quel dolore, quella paura, in energia per aiutare la terapia. Ho trovato al Cardarelli e al Gemelli Molise persone generose, disponibili, dotate di grande forza, spirito di sacrificio, attenzione e competenze d’eccellenza. Ringrazio quindi l’ospedale Cardarelli di Campobasso che mi ha accolto e ha subito applicato l’urgenza intuendo che il mio era un problema cardiochirurgico. Dal Cardarelli mi hanno quindi trasferito al Gemelli dove è iniziato il percorso più lungo. E quindi un abbraccio immenso lo voglio destinare al professor Gaetano Castellano, direttore dell’Uoc di Terapia Intensiva nonchè a tutti gli infermieri di quel reparto e della Fisioterapia. Senza il loro supporto non ce l’avrei fatta, loro sono stati i miei angeli. Ringrazio immensamente il professore Massimo Massetti, Direttore del Dipartimento Scienze Cardiovascolari. Sue sono state le mani preziose che sono intervenute sul mio cuore. E ringrazio quindi anche tutti gli operatori sanitari della Cardiochirurgia“.

Mister, ma una domanda sul Campobasso posso fargliela?

No” (ride).

Quindi non mi dirà mai se il Campobasso ha le basi per ambire a categorie superiori dopo un periodo (che tutti auspicano) di ovvia stabilità in serie C?

Guardi, le faccio un esempio: io ho visto scivolare la mia esistenza fra le mani eppure oggi sono qui a parlare con lei. Ci ho creduto, ho lottato e con me hanno lottato le persone che hanno afferrato la mia vita sotto i ferri e in un reparto d’ospedale. Insomma, ce l’ho fatta. Lei che dice?

Che bisogna avere fiducia e magari meno fretta?

Bisogna avere fiducia. Bisogna fidarsi delle competenze di chi ha scelto di tenere il timone di una nave e certamente non ha scelto di farlo per andare alla deriva”.

Che pensa dei ragazzi della squadra?

Che è un gruppo giovane con le qualità essenziali: altruisti, coraggiosi, continui e affamati. E – lo ha detto lei – non bisogna avere fretta ma fiducia”.

Insomma, la stessa fiducia che ha consegnato lei ai medici del Molise?

La stessa. E, guardatemi, sono qui. Contro ogni aspettativa”.

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