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Manutenzione sistemica dei versanti e dei manufatti ospitati del nostro Appennino

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    di Angelo Sanzò – Presidente Comitato Scientifico Legambiente Molise – Dirigente SIGEA

     

    Il caso ultimo di Castelpizzuto rientra nel più generale novero di quanto, con sempre più stringente e periodica ripetizione, i mass media, locali e nazionali, c’informano, specialmente in alcune stagioni dell’anno, di dissesti geo-idrologici, quali movimenti di terreni, sia superficiali che profondi e/o di crolli di blocchi rocciosi, delle più diverse dimensioni, su strade e/o in prossimità di centri abitati e/o singole abitazioni, ubicatiti in varie parti del territorio.

    Seppure sia indiscutibilmente assodato che le alterazioni ambientali, nei luoghi fortemente antropizzati, la mano dell’Uomo possa avere un ruolo determinante, circa le ragioni dei danni causati alle infrastrutture interessate, è altrettanto vero che la responsabilità primaria degli accadimenti rilevati, è spesso da ricercare nella scarsa conoscenza, da parte dei più, delle basilari leggi che governano i fenomeni naturali.

    Fin dai primordi della sua esistenza, il nostro pianeta è stato sottoposto e continua tuttora ad esserlo, ad una serie di sollecitazioni, che persistono inesorabilmente a modellarlo negli aspetti che ne contraddistinguono le sue forme esteriori.

    I diversi agenti atmosferici che interferiscono con la superficie terrestre, quali il variare della temperatura, la più o meno intensa e frequente piovosità, unitamente alla formazione di neve e ghiaccio, il vento e le sostanze da esso trasportate, erodono incessantemente i materiali rocciosi presenti in superficie. Essi, ridotti in frammenti e blocchi delle più varie dimensioni, diventano materiale inesorabilmente trasportato, ad opera dalla gravità e con il determinante aiuto dell’acqua, del ghiaccio e del vento, verso inferiori quote altimetriche.

    Ciò detto, è consequenziale dedurre che, quanto appena ricordato, diventi parte integrante di ogni azione progettuale finalizzata ad inserire in natura, in particolare in corrispondenza di larga parte dei versanti delle aree interne del nostro Appennino, ogni qualsivoglia manufatto atto a soddisfare le esigenze degli abitanti del posto. Diversamente detto, è lapalissiano ammettere che, in un contesto ambientale di tal genere, manifestamente in continuo evolutivo, non è possibile pensare alla realizzazione di strutture rigide, oltre un certo grado, visibilmente in netto contrasto, con la situazione, in divenire continuo, descritta.

    In circostanze di tal genere, sono proprio i presupposti basilari di riferimento ad indicare che le soluzioni rigide e puntuali di progetto sono da attuare entro limiti il più possibile contenuti e riconsiderare, invece, la rievocazione del concetto di manutenzione sistemica, continua e costante, da riproporre con prestabiliti intervalli spaziali e temporali. Si tratta, dal lato operativo e in concreto, di limitare interventi cementificanti e fare massimamente ricorso all’uso di strutture leggere e flessibili, tali che meglio riescono adattarsi alle continue e presumibili movimentazioni delle masse terrigene interessate. Come pure e per quanto prima detto, occorre tener ben presente il possibile staccarsi, dalle pareti rocciose compatte, di blocchi di diversa entità volumetrica, a danno di manufatti e/o persone site nei luoghi sottostanti.

    È, dunque, il caso di finalizzare, negli ambiti geo-ambientali indicati, l’atto del costruire, non nel semplice inserire in natura qualunque manufatto, come una normale suppellettile casalinga, ma nell’adagiarlo nell’ambiente, delicatamente e con rispetto, andando altresì a visitarlo con periodicità, fornendogli, di volta in volta, tutte le cure più opportune e necessarie, perché possa lo stesso ottemperare al meglio alle funzioni affidategli.

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