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L’Archeoclub di Termoli alla scoperta del patrimonio culturale di Colletorto e San Giuliano foto

Va dove ti porta il cuore per amare di più la terra di appartenenza. E’ qui che la memoria, la radice più forte dell’intelligenza, e il bello non mancano sicuramente. Ne sono convinti i soci dell’Archeoclub. E’ certo che il primo territorio da scoprire – che ti riempie tra l’altro di gioia –  è proprio quello che si trova più vicino. Sulle ali di questa filosofìa di vita viaggiano, pertanto, i soci dell’Archeoclub per conoscere il patrimonio culturale dei due paesi molisani.

Si tratta di due piccoli borghi dai quali si diramano diverse convalli ondulate tutte olivetate. Dal punto più alto del tratturo Celano-Foggia, che per un lungo tratto taglia a metà la vecchia Nazionale, i due piccoli borghi si fanno guardare. E si possono idealmente toccare con mano unitamente alle loro contrade rurali che dolcemente scendono a valle. I campanili dei due paesi svettano sensibilmente come sentinelle su due comode balze collinari, ai piedi delle ultime propaggini di Colle Monte e Monte Ferrone. Tra le pieghe del tempo si scopre che sono accomunati da esperienze storiche, aneddoti fantasiosi e simpatiche tradizioni.

Nei giorni scorsi il freddo e la pioggia non hanno, per fortuna, ridimensionato l’itinerario programmato. Ricco di appuntamenti e di momenti particolari. A Colletorto, in mattinata, il gruppo dei visitatori, guidato dal presidente Oscar De Lena, ha raggiunto la Chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori per conoscere la vitalità di ieri relativa ad un complesso monastico che ha profonde radici nell’esperienza francescana e nella cultura napoletana. In origine la chiesa era dedicata a Santa Maria del Carmine. La bella statua lignea, assieme a quella dell’Immacolata, è stata scolpita da Saverio Di Zinno, come si legge sul verde ai suoi piedi. La bella facciata della chiesa viene annunciata da una scenografica scalinata. Il lungo saliscendi a forma di ipsilon s’inerpica sul Colle con bel oltre duecento gradini. Si tratta del quartiere più alto del paese.

Alla sua base, da Largo Romolo Campanelli, l’insieme delle costruzioni religiose s’impone all’osservatore. E’ qui il Tempio del Marchese Bartolomeo Rota (1688-1751). Dominus di Colletorto a partire dal 1704. Mecenate, uomo piissimo, tra i banchieri più importanti e attivi della Napoli più gloriosa di Carlo III di Borbone (1716-1788), pagò di tasca propria e “senza sparagno” ogni spesa relativa alla costruzione del convento e della chiesa. Riempiendo così di arte gli interni come si legge in un documento del Settecento. E si capisce chiaramente dalla diffusione dei suoi stemmi in ogni parte. Un bel rosone annuncia che nel 1712 mette la prima pietra. I suoi stemmi trionfano sull’organo a canne che con eleganza sormonta con la sua balconata dorata i trentatré stalli del coro.

Nei riquadri il racconto biblico viene dettato sulle tarsìe lignee da didascalìe latine. Tra le epigrafi spicca il lavoro certosino dei frati. Un ventaglio di episodi sacri  richiama dunque l’attenzione di tutti. Ad imitatio antiquitatis le decorazioni esaltano gli elementi naturalistici tra figure fantastiche spesso dall’aspetto mostruoso. Il richiamo ad una vita più pura è senz’altro forte. Vibra in ogni parte. L’altare policromo, in marmi delicatissimi, annuncia, invece, questo scenario tra elementi floreali ed agro-pastorali. La bellezza c’è. Grazie al tocco artistico di chi ha voluto impreziosire con opere di valore questo caratteristico angolo del borgo. Nel Seicento doveva apparire come una piccola fortezza monastica completamente staccata dall’agglomerato originario. Prima i Gambacorta e poi i Rota hanno contribuito a rendere felice il volto di questo spaccato antico. Oggi a quanto pare questa filosofìa estetica non trova più spazio.

archeoclub chiesa colletorto foto pizzuto

Successivamente il gruppo dei visitatori ha raggiunto la Chiesa del Purgatorio dove la generosità dei confratelli della Congrega della Anime Sante del Purgatorio, a chiare note, ha lasciato non poche tracce sulle fonti visive e materiali. Il sindaco Mimmo Mele e gli assessori Matteo Mucciaccio e Franco Paglia hanno fatto gli onori di casa nella Sala del Consiglio Comunale. Detta anche Sala delle Quattro Stagioni. Per via di quattro tele del ‘700 che personificano La Primavera, L’Estate, L’Autunno e L’inverno.

archeoclub sala consiliare colletorto foto pizzuto

Dopo lo scambio di doni tra il presidente Oscar Di Lena e le autorità comunali, visita alla Torre della regina Giovanna I d’Angiò.

oscar de lena pizzuto mucciaccio

Lo storico Antonio Mucciaccio, colletortese doc, sui gradini del tempo, con la sua ars oratoria talvolta ironica e giocosa, ha rievocato tante  curiosità che pochi conoscono. Facendo così scoprire la vivacità di un’architettura di difesa, tra l’altro armoniosa, aperta a tutto campo alla Capitanata, tra il castello di Dragonara, l’abbazia di Melanico, la torre normanna di Mons Rotarius e il sito di Monte San Giovanni nel territorio pugliese di Carlantino. Profondo conoscitore delle fonti locali e degli archivi napoletani, il preside Mucciaccio è entrato nei dettagli. Ha spiegato la storia, la cronologìa e le caratteristiche architettoniche di una torre cilindrica particolare. Un unicum nel suo genere perchè nella sua pancia, con orgoglio, contiene una torre normanna a base quadrata. Costruita quasi certamente ai tempi della Contea Normanna di Roberto di Loritello.

archeoclub foto pizzuto

A conclusione del percorso non poteva mancare la visita alla Cooperativa Olearia San Giovanni Battista costituita nel 1969. Una delle prime realtà in Molise impegnata a valorizzare l’Olio di Colletorto e l’Oliva Nera con i suoi 150 soci. Il pomeriggio è stato dedicato a San Giuliano. Nel Palazzo marchesale del Rota, datato 1719, dove trova sede il municipio, il sindaco Giuseppe Ferrante, dopo aver salutato i presenti, ha ripercorso le tappe di un modello unico che hanno portato alla ricostruzione post sisma del paese nel suo insieme. Qui il complesso scolastico porta il nome di Scuola Angeli di San Giuliano per non dimenticare mai i 27 bambini e la loro maestra Carmela Ciniglio morti nel crollo della scuola Jovine. Nell’atrio fluttuano i pensieri della memoria. Prendono forma. Brilla in un angolo la Fonte degli Angeli. Una meravigliosa opera d’arte di Sabino Ventura e della giapponese Yumichi Tachimi. Si tratta di una fontana di vetro a forma piramidale, dove i piccoli angeli, pieni di energìa e vitalità, giocano con piacere come tutti i bambini innocenti di questo mondo.

parco memoria san giuliano foto pizzuto

Al tramonto visita al Parco della Memoria dove aleggia, sospesa, la voce di ogni presenza. La sacralità di una eterna assenza vibra nell’aria. Il filo conduttore del parco è la vita, il momento della tragedia, l’elaborazione del lutto. Il percorso si sviluppa su un’area pavimentale bianca interrotta da alcuni ruderi della vecchia scuola. Messi in piedi volutamente. Qui è il luogo dove la vita si è spezzata. Solo il ricordo la fa rivivere. La memoria dell’assenza è viva. Si esalta a sera quando s’accende di luce un fitto bosco di fili luminosi. Come giunchi oscillano al vento. Si piegano. Sono fragili. Ma non si spezzano mai. Perché si fanno attraversare dal vento. Lo accolgono. Lo abbracciano. Non fanno resistenza. Secondo l’artista giapponese Makoto Sei Watanabe non si comportano affatto come l’uomo. Portano un soffio di vita nel cuore. Gli edifici o i ponti che sfidano invece il vento qualche volta crollano improvvisamente.

Nel suo linguaggio espressivo il Parco della Memoria è unico. Va visitato da chi costruisce. Da chi si occupa dell’educazione dei bimbi. Va visitato dai cittadini dell’intera nazione perché incarna la filosofìa di un’arte della memoria di alto profilo sociale, culturale ed artistico. E’ stato progettato da Sud’arch. Architetti: Santo Marra, Pietro Latella, Luciano Polimeni, Mestre Nieves, Manuel Leira, Alessio Gerace.

Soddisfatto lo scrittore Oscar Di Lena. A nome di tutti i soci si è espresso così: “Grazie Luigi per la giornata ricca di forti emozioni e di tanto sapere. Grazie al tuo modo di raccontare la storia di Colletorto e del suo circondario sei riuscito a coinvolgere tutti e a farci innamorare di un pezzo del nostro Molise sconosciuto. Ignorato dai più. E’ proprio per questo che, in questi otto anni da quando sono presidente, ho voluto che l’ultima uscita di ogni anno fosse dedicata ad un paese della nostra regione. Ricchissima di arte, di storia, di cultura e di risorse enogastronomiche. Mi complimento con te perché hai il carisma di ‘un fine dicitore’ che riesce a coinvolgere piacevolmente chi ascolta”.