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Tra carenze strutturali e segnali di ripresa: a salvare il Molise sarà l’amore dei suoi figli

Indici non proprio esaltanti quando si analizza la qualità della vita, eppure i dati mostrati dal recente rapporto di Banca d’Italia sull’economia nostrana sono più che positivi: diversi settori in via di rilancio e quadro congiunturale in rafforzamento. Ma a indirizzare il destino di questa terra saranno i sentimenti d’appartenenza e identità.

Non è un paese per giovani. Anzi, a leggere bene numeri e carte, non dovrebbe esserlo più per alcuno. In Molise si vive male: così recita il verdetto. Questione di percentuali, di cifre, di un complesso algoritmo vettore di parametri iconici.

Ce lo dice lo spopolamento inarrestabile, ce lo spiega ancora meglio l’indagine di ItaliaOggi e Università La Sapienza – svolta in collaborazione con Cattolica Assicurazioni – sulla qualità della vita nelle province italiane. Campobasso giù, Isernia siamo lì: gradini, rispettivamente, numero 78 e 75 in graduatoria. Evidentemente, troppo indietro.

Certo, indietro. Ma per chi? O meglio: perché? Sarebbe doveroso domandarselo, dal momento che viviamo in una regione potenzialmente ricca di tutto. Serbatoi di storia, tradizioni brillantemente scolpite tra religiosità e folklore; arte e bellezze naturali, un patrimonio paesaggistico formidabile, una realtà territoriale che ancora conosce in larghi tratti la grazia dell’incontaminato e la custodia dell’antico. Come pure, però, i semafori in serie sulla Bifernina sotto il sole rovente d’agosto. Un assurdo concettuale.

Eppure tutto perduto non è; guai a pensarlo. Anche perché gli indicatori positivi, in tal direzione, non mancano affatto. Alcuni li ha approfonditamente rimarcati Banca d’Italia nel suo report sull’economia locale, evidenziando per il Molise un graduale rafforzamento del quadro congiunturale. In crescita gli investimenti industriali, in crescita le aziende che hanno visto aumentare il proprio fatturato (nei primi nove mesi dell’anno rispetto al 2020 e rispetto ai livelli di attività registrati nel 2019), in crescita pure le assunzioni di lavoratori dipendenti. Spunti positivi anche dal comparto delle esportazioni, dalla ripresa della spesa per i consumi e dal graduale “risveglio” dei livelli di attività nei settori del commercio e del turismo. Non è “tutto”, certo; ma non è neppure poco. E non è tutto, principalmente, perché c’è molto altro oltre l’empirismo di una misurazione percentuale: l’amore, difatti, non si può campionare, né conosce manifestazioni sull’abaco. Si dovrebbe perciò avere il coraggio di credere ancora; che la speranza è un fiore sì delicato, ma va coltivato con ardimento veemente.

Questa regione è di quanti continuano a perorarne la causa nonostante tutto, come fosse un moto del cuore. Questa terra è di chi su di lei declina un amore filiale, la devozione medesima che si riconosce ad una madre: inesauribile e unica per sempre. Qui può “vivere bene” chi quotidianamente professa un sentimento d’appartenenza viscerale, capace di andare oltre le lacune strutturali e le aspettative in frantumi, gli immobilismi e le inguaribili attese. Qui resiste chi riconosce nei borghi, nelle città e in ogni tipicità una meccanica identitaria, chi continua con romantico slancio a lottare per un destino di luce.

No, non c’è solo chi parte; né soltanto chi vuole partire: c’è pure chi ha scelto di restare, come in balia di una strana seduzione ancestrale. E per quanto paradossale possa sembrare, c’è persino chi ha scelto che qui vuole morire. Qui, qui e non altrove. Nella terra dei padri, nella rimembranza d’infanzia, tra contorni d’autunno perenne, coi ricordi negli occhi e l’ultimo sorriso fermo su quella piazza e quel pallone che rotolava veloce. Qui, qui e non altrove…Solo gli amanti sopravvivono.