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Mitigazione e adattamento, per contrastare il clima che cambia

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    di Angelo Sanzò – Presidente del Comitato Scientifico Legambiente Molise – Dirigente Sigea

     

    La famosa agenzia multinazionale di consulenza imprenditoriale per aziende, organizzazioni e istituzioni, anche nel campo della sostenibilità ambientale, McKinsey & Company, in occasione della Cop26 a Glasgow, ha presentato un interessante lavoro di ricerca, inerente le tanto dibattute variazioni climatiche in atto. In esso si afferma che in caso di superamento di 1,5 gradi Celsius, della temperatura media del nostro pianeta, rispetto ai livelli preindustriali del clima, già nel prossimo decennio, quasi la metà della popolazione mondiale sarà esposta al rischio di ondate di calore, siccità, inondazioni e/o carenza d’acqua, rispetto al 43% dei livelli attuali.

    Nel caso l’aumento dovesse raggiungere i 2,0 gradi, i problemi da affrontare sarebbero decisamente maggiori, specie nelle aree urbane, a cominciare dalla maggiore richiesta di acqua potabile. Si avrebbero, inoltre, gravi problemi nella produzione di cibo, specie nei distretti a forte produzione agricola, in particolare in quelle maggiormente predisposte alla desertificazione ovvero la dove la siccità diventerebbe ancor più grave.  In più, ugualmente pericolosa, è da considerare la possibilità del rischio inondazione per molte delle zone situate nelle aree fluviali particolarmente suscettibili e in prossimità di ambiti costieri geomorfologicamente favorevoli.

    Com’è ben noto e come d’altronde è da più parti decisamente sostenuto, le strategie per contrastare, cause ed effetti dei cambiamenti climatici, si riferiscono essenzialmente al binomio mitigazione-adattamento.

    Rientrano nel contenimento delle cause, tutte quelle azioni che possono essere prodotte, sviluppate e coordinate a livello internazionale, con il coinvolgimento di tutti i settori istituzionali preposti. Le misure e/o le iniziative di contrasto e/o limitazione degli effetti, dovuti ai cambiamenti climatici, sono studiante e applicate, invece, a livello nazionale e ancor più, regionale e locale.

    È a livello internazionale, infatti, che si discute e si decide in termini di contenimento delle emissioni di gas serra, quindi di maggior uso di energia proveniente da fonti rinnovabili o anche di contrasto alla deforestazione e/o alla desertificazione. Da favorire è altresì l’incremento delle aree vegetate, per rinvigorire o quantomeno, bilanciare la massa legnosa sottratta dai tagli, spesso indiscriminati, per gli utilizzi civili e industriali e dai sempre più frequenti incendi boschivi.

    Le azioni di mitigazione indicate ovvero le cosiddette buone pratiche per ridurre le emissioni di gas serra, possono e debbono essere svolte, per quanto possibile, anche a livello locale, tanto in ambito pubblico, specie in tema di mobilità, riscaldamento/raffreddamento degli edifici, che nel privato, dalla piccola e media industria, sia per la scelta delle opzioni tecnico-operative, in uso ai fini produttivi, sia per quanto concerne gli spostamenti delle merci e delle persone. Per le esigenze energetiche, atte a tutto quanto relativo al funzionamento degli apparati tecnologici, pubblici e privati, è assolutamente necessario ricorrere all’uso di energie rinnovabili, le sole esenti dal rilascio in atmosfera di sostanze gassose climalteranti.

    Per l’adattamento ai cambiamenti climatici occorre partire, invece, dalle conseguenze, previste e prevedibili, come sempre più spesso è possibile osservare in diverse occasioni, relative alle variazioni meteo climatiche in atto, alla risalita in altitudine dello zero termico e alla tropicalizzazione di fasce latitudinali, tradizionalmente temperate.

    Dal punto di vista medio climatico, tutte le più accreditate Agenzie internazionali, accreditate nel campo, prevedono, pressoché concordemente, che avremo precipitazioni meteoriche, quantitativamente, meno copiose, ma più impetuose, intense e concentrate nel tempo. Conseguentemente diminuirà la tendenza, per le acque dilavanti, ad infiltrarsi in profondità, a favore di un loro inevitabile, maggiore scorrimento superficiale.

    Ogni azione, dunque, incline al rallentamento del deflusso superficiale, a favore di una più efficace infiltrazione idrica nel sottosuolo, diventa essenziale e quanto mai importante. Come pure, assumono rilevanza non secondaria tutte le forme di accumulo idrico, altresì di piccola e media dimensione, quanto più possibile diffuse sul territorio. Ugualmente, non sono da trascurare la creazione e ancor più l’incremento di ogni forma di coltivazione agricola, efficiente ed operativa, a basso tasso irriguo, quelle cioè più adatte alle nuove condizioni meteo climatiche, in via di propagazione e assestamento.

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