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Mafie in Molise, movimento terra è nuovo settore nel mirino: protocollo per la legalità

Gli altri due settori a rischio sono l'edilizia e l'agricoltura con il cosiddetto "cavallo di ritorno". Fenomeni consolidati nel Basso Molise e nel venafrano. Il quadro emerso durante il seminario che suggella il lavoro in rete tra Confcommercio e Arma dei Carabinieri

L’allarme del capo del procura Nicola D’Angelo, ancora prima anche quello dell’ex procuratore generale Guido Rispoli e a seguire quello emerso dalle indagini di polizia è agli atti: il Molise, la sua economia vacillante, il suo territorio fa gola alla criminalità organizzata; decine le interdittive antimafia emesse negli ultimi anni ad aziende sospettate di veicolare interessi poco chiari, di fare velo con quei “nomi sospetti” nei Cda, alla criminalità organizzata, di essere pronte a contaminare le attività imprenditoriali.

Dal cavallo di ritorno al socio in affari della mala foggiana: l’imprenditoria bassomolisana schiacciata dal racket

Per far fronte al fenomeno lo stesso procuratore Nicola D’angelo, anche al vertice della Dda e forte di inchieste nell’ambito delle quali il fil rouge ha spesso condotto gli investigatori in Campania, in Puglia o finanche in Calabria, ha chiesto spesso collaborazione e denunce da parte della società civile degli imprenditori.

Ecco allora che scende in campo anche alla Confcommercio. Lo fa con un protocollo d’intesa firmato insieme all’Arma dei Carabinieri a garanzia della legalità e come supporto operativo nelle attività di contrasto alle infiltrazioni mafiose e alla corruzione in genere.

Le forze di polizia già da tempo tengono sotto controlla la nostra regione, il suo tessuto imprenditoriale e il fitto reticolo di società ritenute borderline, ad un passo della zona rossa.

Perché “il Molise con il rischio infiltrazioni non è più in zona bianca – esordisce durante il primo seminario di incontri il presidente della Confcommercio, Paolo Spina – ma in zona gialla”. Usa i termini più comuni in tempo di covid per classificare le alte percentuali di rischio che se non riguardano il contagio del virus riguardano però quello che arriva direttamente dai clan “delle mafie”. Al tavolo dei relatori c’è il colonnello Alessandro Mennilli, comandante del Reparto operativo del Comando provinciale dei carabinieri di Campobasso che annuisce e approfondisce l’argomento con nozioni tecniche e procedurali rispetto al fenomeno.

Attenzionati speciali sono i territori tra Termoli e Larino e quelli del Venafrano “ma l’entroterra  – continua il colonnello Mennilli – non è da meno, ovviamente”.

I settori dove la criminalità organizzata sta cercando di introdursi tentandone il monopolio sono l’edilizia, l’agricoltura con il fenomeno del cavallo di ritorno) e – questa la novità – il settore del movimento terra. Un settore – osservano gli esperti – che ha spesso collegamenti stretti con il traffico di scorie e rifiuti illeciti e che spesso è appannaggio di società legate alla criminalità organizzata calabrese e campana.

Personaggi che per fare affari con gli appalti molisani si trasferiscono sul territorio intessendo nuove relazioni anche con società locali per poter allargare le maglie degli affari sporchi, puntando in alto, agli appalti pubblici milionari.

Spesso utilizzano “teste di legno” per nascondere l’amministratore di fatto dell’azienda, impossibilitato a ricoprire incarichi istituzionali per via di un certificato penale un po’ troppo compromettente per poter fare affari con il Pubblico senza destare sospetti. Accorgimenti che le forze l’ordine però sorvegliano continuamente con tutti gli strumenti a disposizione controllando documenti e, in qualche caso, scoprendo relazioni pericolose con la criminalità organizzata.

Quando c’è crisi economica – come in questo momento storico – e ci sono tanti imprenditori che non riescono a far fronte alla crisi perché le banche vogliono giustamente delle garanzie, è qui che la criminalità organizzata si può presentare non con strumenti che siamo abituati a conoscere come la violenza, l’intimidazione e la minaccia bensì come soggetti che forniscono capitali da investire, quindi aiutano, e a loro volta però entrano nel tessuto sociale ed economico. Quindi si legittimano non più come camorristi ma come imprenditori presenti sul territorio.

Non ci sono presenze mafiose indigene ma ci sono soggetti mafiosi che investono nell’economia legale, che tendono ad impossessarsi di fette sempre più ampie di economia legale e questo potrebbe essere difficile da percepire. Da qui nasce il protocollo d’intesa che ha preso forma in un rapporto di reciproca collaborazione tra imprese (Confcommercio) e Arma dei carabinieri. Perché denunciare, collaborare, piò aiutare a preservare il territorio ancor prima che si troppo tardi.