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Il culto di San Giuseppe in vari paesi molisani

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    san giuseppe

    di don Nicola Mattia

     

    Il Santo padre Francesco, fin dall’inizio del suo ministero petrino, ha posto marcatamente l’accento sulla figura di San Giuseppe che nel tempo di avvento svolge un ruolo fondamentale per comprendere il mistero del Natale di Gesù.

    Giuseppe, dice il papa: “seppur apparentemente marginale, discreta, in seconda linea, rappresenta invece un tassello centrale nella storia della salvezza. Giuseppe vive il suo protagonismo senza mai volersi impadronire della scena. Se ci pensiamo, le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste”.

    Nel territorio della diocesi di Termoli – Larino il culto a San Giuseppe è tra i più importanti nel santorale locale (in 28 paesi viene celebrato solennemente con feste e tradizioni sia il 19 marza che il 1 maggio) e, oltre alla liturgia e alla pietà popolare, si esprime anche nelle opere d’arte che, distribuite nelle nostre chiese, sembrano tracciare quasi un percorso biografico del nostro santo.

    Se nelle varie annunciazioni che troviamo nelle nostre chiese non c’è traccia di lui e, a conoscenza dello scrivente, non abbiamo opere che offrano al culto l’annuncio, in sogno, dell’angelo a Giuseppe (cfr Mt 1, 20 ss), i primi dati  iconografici sul padre legale di Gesù li troviamo in un’opera del Gamba senior a Ripabottoni e in un olio su tela di San Martino in Pensilis che ne raffigurano le nozze con la Vergine Maria.

    Nelle due opere, Giuseppe è raffigurato con gli attributi iconografici che lo contraddistinguono: il bastone fiorito di nardo e il manto giallo (colore della giustizia perché nel vangelo di Matteo, egli è definito “uomo giusto” Mt 1, 19).

    Se nell’opera del Gamba, Giuseppe appare come un giovane che alla presenza del sacerdote e dei testimoni prende per mano Maria, nell’olio su tela di autore sconosciuto che si conserva per il culto a San Martino in Pensilis, lo stesso, è iconografato, leggermente più adulto, in ginocchio nell’atto di inanellare la sposa. In ambedue le opere, il sacerdote sostenendo gli sposi, sembra voler sorreggere le loro promesse al cospetto di Dio e dei testimoni.

    Le nozze di Maria e Giuseppe sono attestate dal vangelo di Matteo 1,24 e Luca 2, 5 definisce “Maria sua sposa” (di Giuseppe).

    Nelle due opere, tutto il travaglio di Giuseppe è ormai sparito e traspare la gioia dell’evento.

    Seppur in dissonanza con le date evangeliche, la festa delle nozze dei santi sposi è celebrata al 23 gennaio.

    Bisogna notare che secondo alcuni studiosi, nelle comunità ebraiche del tempo, le nozze venivano celebrate preferibilmente tra la seconda metà del nostro mese di gennaio e la prima di febbraio. E’ il tempo nel quale i lavori nelle campagne sono molto ridotti e quindi ci si può dedicare ad altro. In molti registri parrocchiali di fine 1800 e inizi 1900 i matrimoni celebrati in inverno sono la gran parte.

    Oltre alle immagini, per comprendere il culto a San Giuseppe nelle nostre comunità bisognerebbe ascoltare i canti e guardare quei gesti che non appartengono a linguaggi verbali ma sono molto eloquenti.

    Così gli altari dello “sposalizio” e il canto delle nozze di Maria che quel giorno “Era più bell essa che nà rosa” e continua narrando il ruolo di Giuseppe nella notte di Natale raccontando un episodio riportato dagli apocrifi, dice tanto.

    Se insieme al canto si riesce a gustare dagli altari i dolci tipici del matrimonio, si comprende come la comunità celebrando i Santi Sposi, vive nell’oggi della ritualità ogni avvenimento del Vangelo e in qualche modo ne diviene protagonista.

    Non si è a conoscenza nel territorio diocesano di nessun “Albero di Jesse” dove potrebbe sarebbe riportata la genealogia di Gesù e si trova, talvolta, anche l’immagine di Giuseppe. L’unico albero di Jesse di mia conoscenza in regione, l’ho ammirata nella concattedrale di Venafro e in quell’opera, però, Giuseppe non compare.

    A Lucito, nelle piccole tele che raffigurano i misteri del rosario, possiamo ammirare la presenza di San Giuseppe in alcune di esse: nella Visitazione, nella Natività, nella Presentazione di Gesù al Tempio e nel ritrovamento di Gesù tra i dottori del Tempio.

    Quello che colpisce, a Lucito, è la presenza di Giuseppe alla Visitazione (Lc 1, 39 – 56), cosa che non è menzionata da nessun Vangelo. Dietro alla sua sposa che con la destra sorregge Elisabetta e con la sinistra indica il mistero trinitario tutto racchiuso nel suo grembo, Giuseppe sembra sorreggere una grande pagnotta di pane che è un immediato riferimento pane eucaristico.

    Le opere d’arte più belle che ci mostrano la Natività di Gesù, nella nostra diocesi, le troviamo: nel convento dei cappuccini di Larino, a Ripabottoni nella chiesa dell’Immacolata (Gamba senior) e a Casacalenda nella bellissima ed enorme pala di altare della parrocchiale. A Casacalenda, Giuseppe, avvolto nel manto della giustizia, con il capo e il braccio sinistro, sembra quasi invitare chi contempla l’opera ad entrare nel mistero del Dio Bambino avvolto di luce.

    Basterebbe ruotare l’immagine del bambino in modo da averlo in postura verticale e ci troveremmo dinanzi all’iconografia tradizionale della resurrezione di Gesù (meraviglioso!).

    A Ripabottoni, invece, il Bambino sembra essere posto su di un’ara pagana e i personaggi sembrano tutti concentrati in una intensissima preghiera: sono dinanzi al vero Dio che farà della croce, come dice la liturgia, il suo talamo, il suo trono, il suo altare.

    Ai piedi dell’ara è posto un agnello già pronto per il sacrificio mentre, finalmente, sull’ara è il vero Agnello, come attesta  un’ omelia del Sabato Santo di Melitone di Sardi.

    Giuseppe dal Gamba è iconografato con i capelli e la barba bianchi, poggiato al suo bastone per la fatica di stare in ginocchio  e tutto proteso verso il bambino.

    Leggermente distaccato dalla Madre, a raffigurare la verginità di lei e la castità di lui, Giuseppe vive con discrezione la sua paternità; anche i pastori sono più vicini di lui al Bambino.

    Giuseppe, sembra accettare fin dall’inizio che quel Bambino a lui affidato appartiene a tutti.

    Speriamo di poter presto ammirare la natività della chiesa di S. Antonio a Guglionesi: un grande e bellissimo affresco che vale la pena contemplare e non solo guardare.

    È’ rilevante notare che nelle opere d’arte per il culto presenti in questa diocesi, sono assenti (a me sembra del tutto) i Magi.

    Il Natale nell’arte per il culto nella diocesi di Termoli – Larino si esprime esclusivamente nell’adorazione dei pastori. Il Pastore si svela ai pastori diceva S. Gregorio Magno. Il povero si dona ai poveri. L’arte per il culto che ci dona l’immagine del Natale nelle nostre chiese, guarda agli ultimi, a coloro che nella notte del mondo vagano in cerca di luce, in cerca di un porto sicuro, in cerca di profezie, in cerca di qualcuno pronto ad accoglierli, in cerca di qualcuno che, come Giuseppe, sa renderli protagonisti della storia.

    Quanto è attuale il Natale delle nostre antiche opere d’arte per il culto!

    I Magi, però, li possiamo trovare, insieme ai pastori, nei presepi delle nostre case e anche in alcune collezioni di opere d’arte di privati.

    Seguendo il Vangelo di Luca (2, 21 – 39), a questo punto troviamo la Presentazione di Gesù al Tempio che si può ammirare nella vetrata dell’abside centrale nella Cattedrale di Termoli e nell’icona che si trova all’interno della cappella del SS. Sacramento dello stesso Duomo; ma soprattutto in quel che resta della bellissima lunetta del portale.

    La scena è rappresentata sempre nell’evento della circoncisione.

    Un interessato affresco che narra la presentazione – circoncisione di Gesù al Tempio si può ammirare nella chiesa di Santa Maria delle Grotte a Rocchetta al Volturno: qui, il Bambino con le mani protese verso il sacerdote, sembra essere impaziente di ricevere il rito, sull’altare sotto di lui, è posto un calice pronto a raccogliere le gocce del suo sangue, chiaro riferimento al sacrificio eucaristico. Anche in questo caso la discreta presenza di Giuseppe non lascia soli  né la Madre, né Gesù e neppure noi, come sottolinea il papa nelle sue riflessioni su questo nostro santo.

    Il Vangelo di Matteo, dopo i Magi ci pone dinanzi alla Fuga in Egitto (Mt 2, 13 – 18).

    Sulla volta della chiesa parrocchiale di Portocannone, quasi a condividere la storia di questo popolo dalle fiere origini albanesi che ha attraversato il mare Adriatico, la scena è iconografata su una barca: Maria con il Bambino, come in trono, al centro della barca, stringe in un abbraccio materno il bambino che copre con il suo velo (sembra una scena di grande attualità vista molte volte nei telegiornali). Ai lati, sulla barca, Giuseppe sembra tutto assorto nei suoi pensieri, nelle preoccupazioni che attanagliano la sua mente riguardo al futuro della sua famiglia (ancora una volta sembra che 2000 anni siano passati invano!).

    Giuseppe, però, sembra anche quasi in dormiveglia e questo darebbe una spiegazione alla postura dell’angelo che, posto accanto a Maria e frontale a Giuseppe con la mano da’ istruzioni a quest’ultimo quasi come nel sogno narrato dal vangelo.

    Il ritorno a Nazaret attestato da Matteo 2, 19 – 23 e da Luca  2, 39 – 40 possiamo ammiralo a Lucito nella pala di un altare laterale della parrocchiale: Gesù tra Maria e Giuseppe viene educato alla vita e alla Parola dai suoi genitori.

    La bellezza della vita nascosta a Nazaret è iconografata e simboleggiata dai fiori.

    La vita di Nazaret è un cammino, direbbe il beato Charles de Foucauld, nel quale il Bambino è contemporaneamente via e meta ma anche colui che indica la strada.

    Sono poche le opere d’arte custodite nelle nostre chiese che ci evangelizzano sulla Sacra Famiglia e sulla sua vita di Nazaret. A questa mancanza pone rimedio il santo popolo di Dio che nelle sue case custodisce delle antiche stampe, delle oleografie ed altro che raffigurano la vita nascosta di Gesù a Nazaret e che negli altari di San Giuseppe nella notte tra il 18 e il 19 marzo, fanno bella mostra di sé parlando a chiunque osserva della fiducia che Dio ripone nell’umanità.

    In una collezione privata, a Guglionesi, una Sacra Famiglia mostra San Giuseppe in primo piano con in braccio il Bambino avvolto in una sindone bianca. Giuseppe, sorridente con il dito indica il fianco del piccolo che sarà aperto sulla croce mentre il Bambino gioca con il bastone fiorito del suo anziano padre.

    La Madre, in disparte, con la mano poggiata su di un elemento che sembra essere un mobile casalingo, partecipa della gioia del suo sposo e del suo bambino. Con lo sguardo che va oltre la tela e rivolto a chi contempla l’opera vuole invitare a partecipare della serenità e della gioia della sua casa.

     

    L’ultima testimonianza biblica nella quale è presente San Giuseppe è nello smarrimento e nel ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio di Gerusalemme (Lc 2, 41 – 50).

    Questa icona può essere ammirata sia a Bonefro che a Lucito nei cicli che rappresentano i misteri del rosario e che sono delle splendide miniature nelle quali, Giuseppe risalta nel suo ruolo evangelico di “padre amato nella tenerezza, nell’accoglienza, nell’ombra” (cfr papa Francesco).

    Un antico testo apocrifo conosciuto come “Storia di Giuseppe Falegname” risalente al IV – V secolo (alcuni studi fanno risalire la parte più antica di questo testo al II seco secolo e ne attestano la dimensione liturgica) narra del “transito di San Giuseppe”, come sono terminati i suoi giorni terreni.

    Nel territorio diocesano erano presenti molte Congreghe religiose risalenti anche agli inizi del 1600 che ispirandosi al transito del santo sposo di Maria, avevano come scopo accompagnare i moribondi e dare degna sepoltura ai defunti più poveri.

    Quanto hanno fatto queste persone, ispirate dalla fede, per esempio, durante la pandemia della spagnola è deducibile dalle cronache riportate nei verbali delle stesse Congreghe presenti nei nostri paesi.

    A partire da questo apocrifo, Giuseppe, è invocato anche come patrono della buona morte.

    Sulla contro facciata laterale della parrocchiale di San Martino in Pensilis, posta sulla porta d’ingresso, si trova una tela che raffigura la scena raccontata dall’apocrifo menzionato.

     

    Oltre al figurativo artistico, come già detto, bisognerebbe osservare con occhi pieni di meraviglia ed ascoltare pronti a percepire nel canto l’oltre delle fede nel quale il popolo  santo di Dio, come dice il papa, molto spesso è più avanti della gerarchia, per comprendere come San Giuseppe partecipa e gode del mistero pasquale; lui che sulla terra ha cantato l’alleluia con Maria e Gesù, canta un antico inno popolare della settimana santa, nell’ultima strofa, che:

    “San Giuseppe dormiva in cielo, / con l’angelo Gabriele, / e sentiva un gran rumore

    è Risorto il Redentore”.

     

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