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Red zone

Estorsione ai danni di un imprenditore, 3 condanne. Per il giudice “fu metodo mafioso”

Sentenza di primo grado a carico delle persone arrestate a febbraio scorso dalla squadra mobile dopo la denuncia di un imprenditore di Campobasso vessato con minacce e intimidazioni. Erano arrivati nel capoluogo sotto casa della vittima per spaventarla e indurla a pagare centomila euro di credito non dovuto. Uno di loro è legato alla faida di Scampia scoppiata per il business della droga. Il iudice ha riconosciuto l'utilizzo del "metodo mafioso".

Era febbraio scorso. La Squadra mobile di Campobasso eseguì tre misure cautelari a carico di altrettanti soggetti. Tentata estorsione ai danni di un imprenditore edile di Campobasso con l’aggravante del metodo mafioso. Finirono in carcere un napoletano affiliato del clan di camorra dei di Lauro, residente in Basso Molise, e un pregiudicato di Campomarino.

Ai domiciliari finì un imprenditore di Sant’Elia a Pianisi. Il blitz degli uomini della questura di via Tiberio avvenne tra Campomarino e Sant’Elia.

I tre imputati si chiamano Teodoro di Vito, molisano di Sant’Elia di 48 anni, Vincenzo Macera, residente a Campomarino, 49 anni, e Francesco Amelio, domiciliato a Petacciato, 49 anni anche lui.

Secondo la ricostruzione operata degli inquirenti, poco prima di Natale i due pluripregiudicati si presentarono sotto casa dell’imprenditore campobassano. Con la collaborazione di una quarta persona indagata a piede libero, misero in piedi un’attività estorsiva con tutti le dinamiche tipiche della criminalità organizzata.

Minacce, azioni estorsive fino a pretendere dall’imprenditore la restituzione di 100mila euro a fronte di un credito di da 7.000 euro.

“Sappiamo dove abiti e non ci piacciono i Tribunali, caccia i soldi”, così terrorizzavano l’imprenditore in difficoltà

Già i primi risvolti giudiziari di quella che a febbraio fu denominata operazione “Red Zone” e fu coordinata dalla Distrettuale antimafia, emersero le conferme dell’impianto accusatorio costruito in lunghe settimane di indagine dopo la denuncia disperata dell’imprenditore “vessato” dalla coppia di Campomarino su richiesta del terzo indagato (l’imprenditore ai domiciliari).

Da qui la contestazione dell’aggravante del cosiddetto “metodo mafioso”.

Mercoledì scorso il tribunale di primo grado ha emesso il verdetto a carico degli imputati riconoscendo ad ognuno le responsabilità commesse in fase di indagine e accertamenti info-investigativi. Ma soprattutto, il tribunale ha riconosciuto e confermato “il metodo mafioso”. Per tanto i tre uomini sottoposti a misure cautelari sono stati condannati rispettivamente a 4 anni e 7 mesi,  4 anni  e 6 mesi  e  2 anni e 11 mesi.

L’imprenditore arrestato: “Ero disperato. Non sapevo fosse un camorrista. Il mio contatto? Un compaesano”

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