Quantcast

Notte di emergenza in sala parto, neonato salvato al San Timoteo

La squadra di medici, ostetriche e anestesisti è riuscita, grazie a un coordinamento perfetto e alla competenza professionale, a salvare la vita a un bambino il cui battito si stava perdendo con un cesareo d'urgenza. Il racconto del dottor Giuseppe Pranzitelli

Una notte travagliata, una di quelle notti che in un ospedale avrebbe potuto avere un esito drammatico e che invece è finita con il vagito di un neonato venuto al mondo. Vivo, sano. Grazie a un cesareo in urgenza che è stato effettuato dalla squadra di medici e ostetriche del San Timoteo di Termoli, dove fortunatamente c’era il medico anestesista in servizio. Se fosse stato solo reperibile e cioè non presente in ospedale, molto probabilmente il bambino oggi non sarebbe vivo. Il resto lo ha fatto una meravigliosa organizzazione di una squadra, quella operativa in sala parto, che ha affrontato l’emergenza con professionalità e passione. Questo è il racconto di quanto avvenuto con le parole del dottor Giuseppe Pranzitelli, l’anestesista.

 

“Ore 21:30 la Fiadino chiama in sala operatoria dal blocco parto. “Dimmi Elvira, sono Giuseppe”. “Venite subito, cesareo urgentissimo!”. Sento grande concitazione e qualche grido in sottofondo… Ma non era la mamma, erano le ostetriche. Marilena e Carola che stavano organizzando in quattro e quattr’otto la sala operatoria. A voce alta avviso Eva, l’infermiera di anestesia, e intanto mi avvio correndo in sala parto, mentre lei prende i farmaci e gli stupefacenti dalla cassaforte.

Arrivato in blocco parto con uno sguardo constato la febbricitante organizzazione di ostetriche e ginecologa: chi prepara i ferri, chi assiste la donna, chi telefona ai pediatri e al ginecologo reperibile (il cesareo si fa in due). Corro dalla signora. Lo sguardo mi cade sul battito cardiaco fetale al monitor CTG: una decelerazione spaventosa. Dobbiamo tirare fuori il bambino. Subito. Non c’è tempo da perdere.

In 5 secondi do un’occhiata veloce agli esami per escludere problemi di coagulazione. Intanto chiedo alla signora: “È allergica a qualcosa?” No.

Corro in sala, l’ostetrica copre con un telo sterile il carrello della spinale e poi continua a preparare ferri, garze, teli, punti, strumenti.. Il carrello di anestesia lo allestisco io. Subito ci apro sopra sterilmente, ma rapidamente, un ago da spinale, una siringa da 5 cc, la chirocaina 0.5%, delle garze sterili su cui verso il betadine. Basta. L’essenziale. Non c’è tempo per l’anestesia locale. Il bambino sta morendo.

Intanto le ostetriche hanno quasi finito di allestire i carrelli operatori (operazione che va fatta in due perché deve essere tutto sterile, ed essendo loro in due, che contemporaneamente dovevano anche assistere anche la donna e il feto di là in sala travaglio, hanno davvero fatto i salti mortali, correndo febbricitanti, ma facendo tutto ordinatamente, professionalmente e molto rapidamente…chapeaux!).

Intanto carico la morfina in doppia diluizione: nella fiala ci sono 10 mg. Io ne devo fare 0,1 mg. E non posso sbagliare, sennò la signora va in coma.

Intanto era arrivata anche Eva, che controlla la vena della signora. Non va. In 2 minuti ne prende una bella grossa a volo.

Mentre indosso velocemente ma attentamente i guanti sterili con voce ferma chiedo a Eva e Carola: “Facciamo entrare la signora?”. Marilena intanto finisce di preparare i ferri.

Spingono di corsa il letto in sala. Tutto avviene in modo rapido ma composto, professionale. Non c’è tempo per firmare il consenso informato: mentre entra la signora le chiedo, guanti sterili alla mano: “Signora ha capito cosa sta succedendo?” Faccia un po’ smarrita. “Dobbiamo fare un taglio cesareo d’urgenza, perché suo figlio sta morendo. Mi dà il suo consenso per la spinale?” Sì, sì, sì! “Bene, grazie, più tardi lo firmerà, ora dobbiamo procedere!”.

Non appena la signora si siede sul lettino operatorio le faccio un paio di accurate ma rapide passate di betadine sulla schiena mentre Eva la sorregge e le spiega con calma la posizione. Non c’è tempo per il monitoraggio. Provvederemo dopo la spinale.

Trovo subito lo spazio. L3-L4. I farmaci li avevo già caricati in siringa: 10 mg di chirocaina e 0,1 di morfina. Infilo l’ago da spinale e vedo subito refluire il liquor nel cono dell’ago: bingo! Ero in subaracnoidea. “Signora ho finito, stia ferma, sto iniettando i farmaci”. Intanto non stavo fermo: già iniettavo i 3 ml di miscela farmacologica. “Fatto, mettiamo distesa la paziente. Procedi pure, Elvira”. In certi momenti le mani vanno da sole. Ore 21:35.

Durante quel minuto la Fiadino si era vestita e guantata, ma ancora nessuno le aveva allacciato il camice sterile. Mi fa un cenno: “Giusè, ti dispiace allacciarmi?”. Mentre lei disinfetta la pancia della signora le allaccio il camice. Intanto Eva monitorizza rapidamente la paziente: bracciale della pressione, saturimetro, ECG. Intanto preparo l’efedrina.

La prima pressione è buona 110/60. Ma si abbasserà, lo sappiamo. Succede spesso dopo la spinale per il cesareo, specialmente quando non riempi come si deve la signora con liquidi ev. E il tempo per riempire la signora non c’era stato. Era venuta dal Pronto Soccorso poco prima. Apro tutto il roller clamp della flebo: la riempiamo adesso. La vena è buona e la fisiologica scende a tutta birra.

Intanto Elvira aveva inciso ed era già al peritoneo. La paziente diventa tachicardica. Senza aspettare la seconda pressione (90/45) somministro 3 ml di Efedrina: “Signora tutto ok?”. “Siì sto bene”. Meglio così. Intanto Eva prepara atropina e syntocinon e mette gli occhialini per l’ossigeno alla signora. La pressione risale pian piano.

Ore 21:42 con una rapida manovra Elvira Fiadino estrae il feto dall’utero (ci avrà messo neanche 3 minuti dall’incisione, da sola) mentre Marilena clampa e taglia il cordone. Vediamo finalmente il bambino. Due giri di cordone. È asfittico. Pallido. Immobile. Ricoperto di meconio. Atonico.

Mentre Elvira massaggia il feto, sottovoce, in modo che la signora non senta, si fa scappare uno scorato: “No, è già morto..?”. Carola lo prende a volo e lo porta nell’isola neonatale, continuando a massaggiarlo. La pediatra non era ancora arrivata. Per forza: era stata avvisata solo 3 minuti prima, non aveva avuto ancora neanche il tempo di scendere. Ma il tempo in effetti non c’era. E Carola, mentre porta via il bambino grida: “Dottor Pranzitelli, venga con me che i pediatri non ci sono ancora!”. Non c’era bisogno neanche di dirlo. Presente!

La signora stava bene, e nelle ottime mani di Eva. Dovevo pensare al bambino adesso. Apro l’ossigeno, e mentre si gonfia l’ambu continuo il massaggio cardiaco. Dopo un paio di pompate di ossigeno e qualche stimolo, il corpicino marezzato del bambino inizia a riprendere colore. E poi lo scoppio della vita: un vagito! Vigoroso. “Voglio vivere!”.

Ma il respiro era gorgogliante: accendo l’aspiratore e vado deciso, in bocca e nel nasino. Esce amnios chiaro. “Grazie Gesù!” così ha detto il dottor Tannous facendosi il segno di croce, quando è arrivato col fiatone in sala, chiamato in reperibilità meno di 10 minuti prima, scoprendo che il bimbo era salvo. E non si spiegava come fosse possibile che avevamo già estratto il bambino in 10 minuti.

Intanto ci raggiunge anche la pediatra correndo trafelata, quasi sconvolta per la rapidità con cui avevamo tirato fuori il bambino. “Neanche il tempo di scendere giù! Come avete fatto?”. Il bambino è al sicuro. Torno in sala.

La signora sta bene. I ginecologi Tannous e Fiadino la stanno ricucendo, strato dopo strato. “Com’è il miotono?”. Risponde Tannous, palpando l’utero: “Ottimo, è ben contratto!”. Ci aveva pensato Eva a fare il syntocinon. Bravissima.

Alla fine Tannous mi dice: “Se voi (anestesisti) siete in ospedale riusciamo a salvarli. Ma se eravate reperibili, ci voleva almeno mezz’ora… Sarebbe morto!”. Il bambino invece sta bene, roseo e vitale. Carola lo porta dalla mamma che lo bacia non senza commozione.

Dopo l’ultimo punto di sutura Marilena esclama soddisfatta: “Adesso lo possiamo dire, finalmente: siamo stati proprio bravi, abbiamo salvato la vita al bambino!”. Si, davvero bravi tutti! Ci guardiamo negli occhi, ridenti e commossi. Scoppia tra noi uno spontaneo ed emozionato applauso, con ancora i guanti indosso. Sembriamo dei bambini felici. Siamo umilmente fieri e contenti di come abbiamo lavorato, tutti con gli occhi lucidi, che lasciano trasparire emozioni stupende, difficili da comunicare. Faccio batti-cinque con la Fiadino finalmente sguantata: “Brava davvero!”. Un fulmine di guerra!

Siamo stati una squadra. Tosta. Coordinati, ordinati, professionali, rapidi ed efficaci. Ognuno ha fatto quello che doveva fare, e insieme abbiamo fatto gol. La squadra ha fatto gol. L’ennesimo.

Se ne dicono tante sul punto nascita di Termoli. Ma molte partite, molte cose meravigliose accadute sotto i nostri occhi le sappiamo solo noi. E invece è bene, è bello, è giusto che le sappiano tutti!”.