Quantcast

La testimonianza di Arianna: “Ero infermiera di famiglia, poi ho combattuto il covid dalla trincea del Cardarelli”

Arianna D'Oto, impegnata nelle corsie del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale Cardarelli, racconta com'è cambiata la sua vita a causa della pandemia: "E' stata un'esperienza forte, ma grazie ai vaccini i ricoveri sono diminuiti", racconta. Per sette anni è stata infermiere di famiglia: "E' un'opportunità, si risparmiano risorse perchè il costo di una degenza in ospedale è molto alto e ci sono benefici per il paziente e per la famiglia".

Arianna D’Oto si trova in Molise quasi per caso. Originaria di Benevento, dopo la laurea si è trasferita a Milano e, al termine di una esperienza lavorativa, è arrivata a Campobasso. “Mi sono trasferita per amore”, confessa. Per sette anni – dal 2013 al 2020 – è stata infermiera di famiglia. Poi la sua professione subisce uno scossone fortissimo: il contratto all’ospedale Cardarelli di Campobasso e subito dopo il ‘terremoto’ sanitario provocato dal covid. Una guerra combattuta dagli operatori sanitari, i nuovi ‘soldati’ e considerati gli ‘eroi’ nella lotta al virus. 

Arianna D'Oto infermiera Malattie infettive Cardarelli

Arianna ci racconta la sua esperienza professionale a margine del seminario formativo organizzato dall’Ordine professionale. Uno spazio è stato curato anche da lei, che ha relazionato sulla figura dell’infermiere di famiglia e di prossimità. Il ruolo che ha ricoperto quando ha iniziato a muovere i primi passi nell’ambiente sanitario.

“E’ stata un’esperienza bellissima e finalmente questa figura è stata istituita anche per legge”, sottolinea. “Probabilmente anche la pandemia ha dato una spinta in tal senso”. Grazie all’infermiere di famiglia, infatti, si è capito che per tanti pazienti c’è un’alternativa all’ospedale, si può ‘combattere’ contro una malattia a casa, contando anche sull’affetto delle persone care. “Si è capito – spiega – che tante patologie curate prima solo in ospedale possono essere curate a casa”. I lati positivi sono molteplici: evitando le ospedalizzazioni e promuovendo l’infermiere di famiglia, “si risparmiano risorse perché il costo di una degenza in ospedale è molto alto. Inoltre, il paziente è nel suo ambiente familiare. Infine l’infermiere di famiglia educa la famiglia stessa a gestire le diverse comorbilità. Quindi, ci sono minori costi e più benefici per il paziente e per la famiglia”.

Quando è scoppiata la pandemia, nel febbraio 2020, la dottoressa D’Oto aveva iniziato da poco a lavorare al Cardarelli. Viene impegnata in Malattie Infettive, reparto nevralgico (assieme alle Terapie intensive) nel quale sono stati curati centinaia di pazienti covid, molisani e non, durante la terza ondata della pandemia. Era la fine dell’inverno e l’inizio della scorsa primavera, il periodo più nero nella ‘trincea’ del Cardarelli. I mesi dell’angoscia, del lutto e del dolore. Settimane segnate da decine di decessi e da immani difficoltà.

“Non c’è dubbio: è stata un’esperienza forte e nella quale mi sono ‘buttata’ inconsapevolmente, un po’ come tutti. All’inizio non si sapeva molto di questa pandemia, il covid ci ha colto un po’ tutti di sorpresa. E c’è stata una grande abnegazione da parte di tutti gli operatori sanitari: medici, infermieri e oss”.

Ed è in queste corsie che Arianna, da giovane infermiera poco più che trentenne, si è ritrovata a vivere l’emergenza e il carico di paura provocata dal Sars-Cov-2 che non ha lasciato scampo a centinaia di molisani (ne sono morti oltre 500) e che non ha concesso tregua al personale sanitario che si è fatto carico dell’immane fatica delle cure ai malati lavorando giorno e notte.

Fra l’altro lei è stata una delle prime operatrici sanitarie del Cardarelli ad essere vaccinata alla fine di dicembre del 2020, quando la campagna di immunizzazione è partita con le somministrazioni al personale sanitario, agli anziani e agli operatori delle rsa.

Qualche mese dopo, i timori e le ansie sembrano mitigate dalle speranze riposte nei vaccini, che si stanno rivelando un argine fondamentale per contenere contagi e ricoveri. Si intravede insomma la luce in fondo al tunnel.

“Sicuramente con l’avvento dei vaccini, c’è stato un calo delle ospedalizzazioni“, osserva mentre un sorriso illumina il viso circondato da boccoli biondi. “Ad eccezione di un paio di pazienti ricoverati perché soffrivano di altre patologie, le altre persone ricoverate sono tutte non vaccinate. Questo dimostra l’efficacia dei vaccini, al di là di tanti ragionamenti che si sentono”. Un altro messaggio di fiducia nella scienza e nella medicina.