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Troppi debiti al Consorzio industriale: i Comuni devono ripianarli. A Trivento più tasse e la giunta rinuncia allo stipendio

Anche il Comune di Baranello ha ricevuto il decreto ingiuntivo dall’ente consortile commissariato da cinque anni a causa di una gigantesca voragine finanziaria seguita a una gestione costosissima, sprechi, soci indietro con le quote e i costo del depuratore. Anche il sesto commissario nominato dalla politica, l’avvocato Claudia Angiolini, prosegue, come i suoi predecessori, a fare recupero crediti per ripianare quel buco da 11 milioni di euro. Ma l’operazione rischia di avere gravi conseguenze sui cittadini e sulle aziende che fanno parte del Consorzio. E intanto la riforma non c’è ancora.

Rinuncerà alla sua indennità di sindaco, lo stesso faranno i suoi assessori. E aumenterà di pochissimo le tasse. E’ questa la strategia finanziaria del Comune di Trivento per evitare il default dopo che il Consorzio industriale di Campobasso-Bojano gli ha chiesto indietro oltre 1 milione di euro per ripianare la gigantesca voragine economica che ha portato l’ente al commissariamento ormai cinque anni fa.

La storia di Pasquale Corallo, primo cittadino a Trivento, non è solo la vicenda di un sindaco che non vuole pagare nonostante una sentenza a lui sfavorevole gli dica di farlo. Ma è l’emblema di un problema molto più esteso e complesso che riguarda molti altri Municipi molisani che fanno parte dell’ente consortile oberato di debiti per oltre 11 milioni di euro.

A Baranello, per esempio, succede la stessa cosa seppur per una cifra di molto inferiore a Trivento.

In fuga dal Consorzio industriale
In fuga dal Consorzio industriale

COME SI E’ ARRIVATI A QUESTA SITUAZIONE?

Una gestione costosissima, sprechi di denaro durati anni, enti che non hanno più versato la quota associativa e poi i costi del depuratore che smaltisce gli scarichi delle aziende della zona industriale sorta negli anni Settanta tra San Polo Matese (che pure usufruisce del servizio di depurazione delle acque reflue) e Campochiaro: così è nata questa grave perdita che di fatto immobilizza il Consorzio in attesa di una riforma dalla politica da anni.

Tutto questo lo abbiamo raccontato già nel 2018 in questa inchiesta.

L’ingrato compito dei sei commissari che si sono succeduti alla sua guida in questi cinque anni è stato sempre e soltanto uno: ripianare quel buco milionario.

Obiettivo fallito da tutti gli ex commissari (prima di Claudia Angiolini ci sono stati: Nico Romagnuolo, Antonio Galasso, Fabio Iuliano, Remo Perrella e Gianluca Colalillo) che per 30 mila euro lordi l’anno avrebbero dovuto traghettare fuori dalle sabbie mobili il Cosindcb.

Secondo l’ultimo (e unico – stando almeno alle scarse informazioni sul preistorico sito ufficiale del Cosindcb) Bilancio di esercizio chiuso al 2019 (e approvato a luglio del 2020 dal commissario Antonio Galasso) i debiti complessivi ammontano a euro 11.391.006 di cui: 5.193.734 verso banche; 4.956.359 verso fornitori; 407.862 tributari; 175.714 verso istituti di previdenza e 657.337 verso altri.

Da luglio del 2021 al vertice dell’ufficio di via Benedetto Croce, a Campobasso, c’è una donna, l’avvocato Claudia Angiolini nominata dal governatore Donato Toma dopo le dimissioni dell’ex consigliere regionale di Forza Italia, Nico Romagnuolo costretto a lasciare a seguito del pronunciamento dell’Anticorruzione che ha dichiarato inconferibile la sua nomina.

LA VERSIONE DI CLAUDIA ANGIOLINI

Il neo commissario Angiolini ha spiegato che “il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Campobasso-Bojano sta richiedendo ai Comuni, suoi partecipanti, i contributi per ripianamento delle perdite, statutariamente previsti, come deciso dal Comitato Direttivo e dal Consiglio Generale dell’Ente, a partire dal 2013”.

Aggiungendo, però, che lo stesso Consorzio “sta offrendo la massima disponibilità per ricercare una soluzione condivisa con i Comuni, affinché vengano salvaguardati i diritti di tutte le parti. Da un lato, infatti, vi è la volontà di non gravare sui cittadini chiedendo loro maggiori esborsi, dall’altro, è necessario non limitare o restringere l’offerta dei servizi alle realtà imprenditoriali insediate nel comprensorio consortile, oltre al servizio pubblico svolto in favore del Comune di San Polo Matese (CB) per la depurazione delle acque reflue urbane”.

Salvaguardare gli interessi di tutti, è, pertanto il suo obiettivo perseguito percorrendo “tutte le strade possibili per arrivare a una risoluzione della questione che non pregiudichi nessuno, ferma restando la prioritaria esigenza di restituzione dell’Ente agli Organi ordinari”.

La “prioritaria esigenza” del commissario Angiolini è pertanto quella di rimettere in sesto i conti del Consorzio. Se riuscirà (con 15mila euro lordi di stipendio per sei mesi di lavoro) là dove altri prima di lei hanno già fallito è ancora da vedere.

La matassa dalla fine del 2016 – anno del commissariamento voluto dall’ex governatore Paolo di Laura Frattura – si è particolarmente ingarbugliata. E sta mettendo a dura prova i Comuni consociati ancora col Consorzio pur non avendo praticamente più alcun vantaggio a stare in quell’ente.

pasquale corallo

E ARRIVIAMO AL CASO TRIVENTO 

Il 28 settembre scorso il sindaco Corallo, al suo terzo mandato, ha scritto una lunga lettera aperta ai cittadini per spiegare come mai il Comune era costretto ad aumentare Imu e Irpef: “Cari concittadini – inizia così la lettera, mettendo le mani avanti – sapete tutti che ad ottobre 2019, appena dopo tre mesi dalla nostra elezione avvenuta nel maggio 2019, è stato notificato al Comune di Trivento un decreto ingiuntivo da parte del Consorzio Industriale di Sviluppo Campobasso-Bojano per un importo in euro di circa € 1.100.000,00 più interessi moratori, riguardante il ripianamento di perdite maturate dal Consorzio negli anni passati”.

La questione viene portata in consiglio comunale dove tutti assieme si decide di presentare opposizione al decreto ingiuntivo nominando degli avvocati e proponendo un atto di citazione in opposizione.

Purtroppo per lui, però, a dicembre 2020 il Tribunale di Campobasso dichiara la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo “anche se tutt’ora il Tribunale non ha ancora provveduto ad emettere sentenza”.

Insomma, Trivento deve pagare e come lui anche la maggior parte dei Comuni a cui i commissari del Cosindcb avevano notificato i decreti ingiuntivi. Sono tanti, non sappiamo esattamente quanti e per quali importi perché il Consorzio non ce l’ha detto.

Poco prima che questo articolo venisse pubblicato abbiamo recuperato un parziale elenco dei consociati. Oltre a Trivento e Baranello (già uscito e pur sempre chiamato a risanare il debito, il caso lo vedremo più avanti) ci sono anche Bojano, Campochiaro, Cantalupo nel Sannio, Campobasso (anche il capoluogo è uscito e ha negoziato il debito prima di arrivare all’atto ingiuntivo), Casalciprano, Cerpepiccola, Colle D’Anchise, Frosolone, Macchiagodena, Guardiaregia, Sant’Elena Sannita, San Giuliano del Sannio, San Massimo, San Polo Matese, Spinete e la Regione Molise.

Alcuni sindaci si sono tirati fuori dall’impasse, altri non l’hanno ancora fatto. E questo è stato un primo sbaglio. L’altro errore grave è stato quello di presentare singoli ricorsi e non di fare una opposizione unica. Tanto che alcuni di essi hanno avuto ragione in primo grado, altri, come Trivento, torto.

Ma andiamo avanti. La decisione del Tribunale, seppur provvisoriamente esecutiva, ha indotto Corallo ad adottare un piano di riequilibrio pluriennale per coprire il debito nei confronti del Consorzio nell’arco di dieci anni: 170 mila euro l’anno fino al 2030.

Soldi in cassa dal suo predecessore, l’ex primo cittadino Domenico Santorelli, non ce n’erano quasi più. E ci sono servizi essenziali “come il piano neve, il trasporto scolastico, la manutenzione stradale e la rete idrica” che vanno garantiti.

Come se ne esce? “Ebbene – scrive Corallo – è stato fatto da parte mia, come sindaco di Trivento, e dei miei amministratori un atto importante di responsabilità, e in questo voglio fare un plauso alla mia Giunta e al gruppo di maggioranza: abbiamo deciso di rinunciare totalmente alle attuali indennità di amministratori, risparmiando circa € 35.000,00 all’anno per dieci anni”.

Che sommati ai 100 mila già accantonati fa 135 mila euro.

“Per l’ulteriore somma rimanente di circa € 40.000,00, somma estremamente modesta, siamo stati costretti e, sottolineo costretti, a far leva sulla capacità impositiva e tributaria del Comune. In maniera meno impattante possibile, abbiamo aumentato l’aliquota Imu, portandola al livello di aliquota standard e cioè dallo 0,83% allo 0,86%. Inoltre è stato preventivato un aumento di un solo punto dell’addizionale Irpef, portandola dallo 0,3% allo 0,4%”.

Un “minimo sacrificio” che vale circa 25 euro in più l’anno di Imu per chi ha un’attività commerciale medio-grande e 20 euro in più di Irpef per un nucleo con 20mila euro di reddito. E che potrebbe essere revocato nel caso in cui, in un secondo grado di giudizio, Trivento dovesse avere ragione: “Il giudizio in corso avverso il decreto ingiuntivo prosegue” garantisce Corallo.

Insomma, loro andranno avanti ma intanto accantonano la somma da dover restituire e che – sempre secondo Corallo – è relativa a perdite di esercizio e non dal mancato versamento della quota associativa. Per di più Trivento non ha davvero più alcun interesse a farne parte: il governo regionale gli ha recentemente assegnato 2 milioni di euro per migliorare le infrastrutture della zona industriale del paese visto che il Consorzio (che dovrebbe occuparsene) è paralizzato dai debiti e non può farlo.

marco maio

L’ALTRO CASO: BARANELLO

Guida l’amministrazione baranellese da 10 anni filati il sindaco uscente Marco Maio che circa 9 anni fa ha deciso di uscire dal Consorzio “per non dover pagare più una quota che non offriva alcun beneficio”.

Eppure anche a Baranello è arrivato un decreto ingiuntivo: oltre 45 mila euro i soldi rivendicati dal Cosindcb a fronte di una quota associativa di circa 7mila euro l’anno che per un comune che non ha neppure 2600 abitanti è una sommetta importante.

“Ricordo – ci racconta Maio negli ultimi giorni da primo cittadino – che quando decisi di uscire dal Consorzio fui aspramente criticato per questa scelta che poi, alla lunga, mi ha dato ragione. Intuì che quella era una situazione finanziaria incandescente e ora mi rammarica pensare che vogliono scaricare su noi Comuni, che eravamo semplici soci, quella imponente massa di debiti. Chiaramente abbiamo fatto ricorso e speriamo che il Tribunale di Campobasso ci darà ragione. Siamo di fronte, lo ripeto, a una situazione paradossale perché addossano su di noi le perdite prodotte dai loro amministratori. Nonostante ci siamo tirati fuori da quel carrozzone che ha prodotto solo debiti e gestito malissimo il nucleo industriale da quasi dieci anni”.

(foto homepage canestrinilex.com)