Quantcast

Antonio Forcione, il successo planetario e quel richiamo: “Ho sognato Montecilfone per 20 anni, ora voglio tornare”

Intervista al virtuoso musicista molisano, tra le altre cose definito dalla stampa il ‘Jimi Hendrix acustico’. Da 37 anni Antonio Forcione vive a Londra e da lì il suo successo ha varcato tutti i confini. Ma le sue origini non le ha mai messe in secondo piano e men che meno ha dimenticato la 'sua' Montecilfone. Nell'estate di quest'anno si è esibito più volte in Molise e in questa chiacchierata ci confessa che è suo desiderio tornare a vivere in Italia

È andato via da Montecilfone all’età di 14 anni ma il ‘sogno’ del Molise – metaforico e reale – non l’ha mai abbandonato. Antonio Forcione, virtuoso chitarrista e straordinario compositore di mirabilie artistiche, ha girato il mondo e ha calcato palcoscenici internazionali in più continenti ma le sue radici non le ha mai smarrite. Semplicemente perché erano – e sono tuttora – lì con lui e in qualche modo hanno orientato le sue traiettorie di vita.

È lui stesso a raccontarcelo, in un giorno di inizio ottobre da Termoli dove ha fatto ritorno dopo una serie di concerti, gli ultimi al Salina Jazz Festival alle Isole Eolie e a Sofia, in Bulgaria. “Mi godo gli ultimi raggi di sole, mi fermo qualche altro giorno qui da un amico prima di ripartire per Londra”. La capitale britannica è infatti la città dove il Maestro Forcione, definito dalla stampa anglosassone il ‘Jimi Hendrix acustico’, vive da 37 anni a questa parte, è in un certo senso il suo trampolino da cui la sua carriera musicale ha preso lo slancio che lo ha portato ad essere quello che è. Lui però ci tiene a ribadire che l’uomo è più importante del musicista ma conviene con noi sul fatto che alla fine i due aspetti in qualche modo coincidano: “La tua musica – gli diciamo – sei tu”.

antonio forcione foto anna kunst

L’originale arte di Antonio Forcione non si riduce alla sua – pur eccezionale e spettacolare – tecnica. I suoi brani sono intrisi di fantasia, impetuosità, passionalità, umorismo, umanità e in un certo senso spiritualità. Ascoltarli significa avere lacrime di gioia, un po’ come recita il titolo di uno dei suoi brani. “Direi che, sì, la mia musica è autobiografica, perché sono tutti i viaggi che ho fatto, tutte le cose che ho assorbito”. Incontri, prima di tutto, con persone e con culture differenti. Con l’atteggiamento aperto tipico di chi sa che è grazie alla conoscenza autentica dell’altro, senza pregiudizi di sorta, che l’orizzonte del proprio mondo può modificarsi, ampliandosi.

Brasile, Cuba, Spagna – senza dimenticare gli ‘Schetches of Africa’ – sono alcuni dei Paesi che hanno lasciato una traccia indelebile sull’uomo e l’artista Forcione. Il ‘suo’ Molise però è tutt’altro – come ci racconta il chitarrista che ha incantato con il suo meraviglioso tocco anche sir Paul McCartney – che un’appendice. E in un moto di spontaneità ci dice che rilasciare un’intervista a un giornale locale sarà fonte di emozione per la madre 89enne. “Se dico a mia mamma che sono sulla Bbc non fa una piega, ma se si tratta del Molise si eccita”.

 

Maestro, tu vivi in una metropoli ma si percepisce un legame intenso col Molise e molto vibrante con la ‘tua’ Montecilfone. È proprio così?

«Sì, ho un legame molto forte con Montecilfone dove torno spessissimo, e non solo in estate. Ho sempre ritenuto fondamentale la mia provenienza (forse con la pandemia ho rivalutato questo aspetto ancora di più), ho capito che tante cose mi hanno influenzato proprio perché son partito da un paesino così. Ecco, credo le mie origini abbiano influenzato molte scelte, non solo nella mia vita professionale ma anche in quella privata. Ovviamente la metropoli mi ha aperto la strada a tante possibilità e ad altri modi di pensare, però io credo che sia il punto di partenza – le radici che hai – a determinare dove vai e cosa fai.

Ti confesso che io ho sognato Montecilfone per 20 anni da quando me ne sono andato, non facevo che continuare a vedere il mio paese nei miei sogni. Non so perché ma i miei sogni tornavano sempre lì».

Quand’è che sei andato via da Montecilfone? E per dove?

«Avevo 14 anni, è stato in effetti uno strappo molto forte, ricordo di aver pianto e che per 6 mesi non riuscivo ad accettare questo cambiamento. Ma la vita è fatta di scelte e sacrifici, è andata così ed è andata bene. Da Montecilfone nel ‘ 74 con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Castelfidardo, nelle Marche. Mia madre e mia sorella vivono ancora lì, a Montecilfone non è rimasto nessuno. Solo tanti ricordi, tanti amici, e la casa che è ancora lì, attaccata alla chiesa. In seguito per un periodo ci siamo trasferiti ad Ancona. Poi sono andato a Roma dove ho fatto gli studi jazz. Finiti quelli, però, non vedevo nessuno sbocco professionale, e a dire la verità ero un po’ frustrato. Durante gli studi non ero una cima di chitarrista, però ero molto più bravo di altri. Volevo lavorare, fare serate nei locali, e invece niente. Per 3 anni non ho trovato alcun lavoro, quindi la frustrazione mi ha portato a prendere quel biglietto, solo andata per Londra. Avevo 23 anni, era l’83. E da lì un’altra avventura è cominciata».

Una strada ancora maestra per molti artisti che vogliono intraprendere una carriera musicale. In Italia è tutto più difficile…

«Beh sì. Io non sapevo una parola di inglese, comunicavo solo con la chitarra. Londra è sicuramente più aperta, c’è la cultura della musica live, insomma offre molto di più a chi vuole farsi conoscere come musicista. E poi c’è da dire che il pubblico anglosassone ascolta di più, ahimè. Noi in Italia ci crediamo tutti artisti, tutti ‘parliamo’ ma nessuno ascolta».

Torniamo alle radici. Noi molisani tendiamo spesso a vederci come brutti, sporchi e piccoli. A te non è successo?

«Assolutamente no, non mi vergogno affatto delle mie radici che, come dicevo prima, ritengo fondamentali. Umiltà? Non so se si tratti di umiltà, io credo che sia il fatto di portarsi dietro una cultura contadina, che è una cultura millenaria e affascinante, che implica il rispettare il prossimo, rispettare gli anziani. Cose che per noi sono ovvie, ma che non lo sono per tutti. Aspetti che hanno caratterizzato, secondo me, non solo il mio modo di essere e di fare ma anche la mia musica. A 13 anni il mio prof di chitarra – anzi il mio mentore – aveva 20 anni più di me. Io ho sempre imparato tanto dalla gente più grande, più matura, e credo che questo atteggiamento faccia parte della cultura del contadino. Inoltre, ho sempre saputo che dovevo stare fisicamente e psichicamente bene, quindi sono stato lontano dalle droghe, non ho mai fumato, e anche questo mi ha aiutato. Io lo vedo come un attaccamento forte alla vita e alle cose belle, cultura contadina anche questa. Ho visto molti perdersi a metà strada con droghe e alcool, con vizi. Quello che voglio dire è che quella cultura lì, presa nel verso giusto, aiuta. Io ora riesco a godere delle cose più semplici, proprio come succedeva una volta. Non è cambiato poi tanto per me in tutti questi anni. Non mi sono dimenticato dei piaceri della mia infanzia, di quei luoghi dove tanto mi sono divertito. Io non faccio che rimproverare i miei amici emigrati, in Germania o in Svizzera ad esempio, che non tornano più in Molise».

Quest’estate sei stato spesso qui in Molise, e finalmente abbiamo potuto rivederti in concerto. A proposito di concerti, come hai vissuto lo stop imposto dalla pandemia?

«Ovviamente, come tutti, mi sono dovuto fermare per lungo tempo. Però non direi che è stata dura. Ha significato per me prendersi un momento di riflessione. Ovviamente dopo più di 40 anni sempre in tour l’impatto c’è stato, ma non è stato così duro come per altri, come per gli artisti più giovani. Devo dire che ho goduto un po’ del poter dormire nello stesso letto per più di un mese. Mai successo negli ultimi 40 anni! E poi la creatività ha bisogno anche di momenti di fermo. E infatti… ho deciso di scrivere un libro con le partiture di 20 tra i miei brani accompagnati da una piccola spiegazione e intervallati dai miei disegni (Antonio Forcione ha studiato disegno all’Istituto d’Arte e si cimenta anche in sculture, ndr). Sono a metà del lavoro, il libro si chiamerà Anthology».

Nei concerti che hai tenuto a Montecilfone, Guglionesi e Isernia ti sei esibito con un altro talentuoso molisano: Luca Ciarla. Una bella sorpresa vedervi insieme…

«Sì, è un artista che stimo molto. I concerti di quest’estate in Molise sono nati un po’ per caso. Parlando con Luca e con Michele Macchiagodena (presidente dell’associazione culturale Jack, la stessa che organizza da quest’anno il Termoli Jazz, ndr) ho detto che mi interessava tornare in zona nella prospettiva di vivere qui un po’ più a lungo durante l’anno. Loro hanno colto la palla al balzo e hanno organizzato questo piccolo tour. In Molise certe cose non succedono molto spesso, così ho voluto in qualche modo dare una mano, per risvegliare un po’ il territorio. Ho detto loro ‘Dai, sì, facciamo!’»

E in queste esibizioni (noi ti abbiamo seguito al Teatro Fulvio) hai raccontato molto di te e dei tuoi brani al pubblico. E questa sembra essere una tua ulteriore cifra…

«Sì, io credo che la comunicazione sia essenziale, anche l’arte è comunicazione, tutto in verità lo è. Faccio anche delle masterclass e insisto molto su questo aspetto. Ciò che ci incuriosisce degli altri esseri umani sono le loro storie, è sempre bello sapere cosa c’è dietro, il senso di ciò che fanno e sono. Ed è questo che ci coinvolge a livello emotivo, anche perché le storie degli altri spesso ci insegnano qualcosa di noi. Anche i miei brani – io mi reputo soprattutto compositore più che chitarrista – raccontano sempre di incontri, suggestioni, luoghi che mi hanno colpito. Il complimento più bello che ho ricevuto è stato quello di un architetto che dopo aver visitato l’Alhambra, a Granada, mi ha detto che nel mio brano (Alhambra appunto) ero riuscito a captare tutta l’essenza di quel luogo magico. Pensa che lui mi ha detto di aver visitato quel palazzo ascoltando il mio pezzo. Riuscire a comunicare è la chiave di tutto, sono felice quando ci riesco con la mia musica».

Maestro quali saranno i tuoi prossimi progetti? Quando sarai nuovamente in Italia? E in Molise?

«Nei prossimi giorni farò diversi concerti a Londra, poi in Germania e in Francia. Ho una data in Italia il 16 dicembre all’Alexanderplatz, famoso jazz club di Roma. In Molise? Tornerò il prima possibile. Fuggo sempre dall’Inghilterra appena posso. Anzi, da un po’ sto cercando attivamente una casa vicino al mare, per soggiornare qui un po’ più a lungo. Ovviamente mia figlia, inglese, resterà lì e quindi io tornerò sempre a Londra per lei».

Quindi pensi di trasferirti definitivamente in Italia?

«Sì, io penso che pian piano lo farò. Vorrei avere una casa che mi ispira, vicino al mare, e le opzioni sono o qui a Termoli o sul Conero, nelle Marche».

Beh, noi tifiamo per Termoli…

(Sorride). «Non si sa ancora, vedremo, dipende da molte cose. Ci sono in ballo anche dei progetti qui, come la direzione artistica di un festival jazz in Molise. Se andasse in porto, sì, ne approfitterei per tornare a vivere qui».

Però Londra ti ha dato tanto, la costruzione del tuo successo planetario è partita da lì

«Certo, è così. Di solito c’è poca attenzione agli artisti in Italia, in Inghilterra invece è diverso. Gli inglesi mi hanno abbracciato e voluto bene, infatti sono rimasto lì 37 anni. Devo anche dire che i media italiani non sono stati molto generosi con me, sono stati un po’ restii, un po’ sordomuti. Non che mi interessi la notorietà. Io sto bene, mi piace la mia vita, faccio volentieri quello che faccio. Magari una cosa cui vorrei dedicarmi di più è aiutare la situazione dei ragazzi, dei giovani musicisti, ad esempio tenendo workshop e masterclass. Sapere di poter ispirare le nuove generazioni è una bella soddisfazione. Quando ho questo feedback dopo un mio concerto, con giovani cui vedo brillare gli occhi, ne sono davvero felice».

E a un giovane chitarrista/musicista molisano cosa consiglieresti?

«Di aprire occhi, orecchi e tutti i pori perché c’è tanta bella roba al mondo però la deve andare a cercare. Se rimani passivo incontri le cose più brutte. Il mainstream, mi dispiace ma è così, è brutto. Se si vuole trovare del bello bisogna cercarlo, perché esiste, il mondo è pieno di tesori. Io ho avuto l’opportunità, l’occasione (e, aggiungiamo noi, il desiderio) di viaggiare, e ho visto cose bellissime. Quello che mi fa davvero paura è l’indifferenza. Molti sono come spenti perché non sanno che esiste anche il bello. Quando però lo vedi davanti a te il tuo atteggiamento, il tuo mondo, cambia.

Molti giovani si sono dimenticati anche cosa sia la musica dal vivo, cosa significa vedere qualcuno che crea l’arte, lì sul palco. C’è molto scimmiottamento in giro, tutti suonano brani dei famosi e nessuno fa cose sue. Così però stanno dimenticando cosa vuol dire la creatività, che è una delle cose più nobili che abbiamo. Si vivacchia sui nomi dei grandi, c’è come una pigrizia creativa. Ecco, mi dispiace vedere questo. E quando mi sento dire ‘Il titolare del locale chiede questo’ io rispondo: ‘Ma sei tu l’artista, avrai i tuoi colori, imponi tuoi colori!’»

Foto di @Anna Kunst

Per info: https://www.antonioforcione.com/