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San Timoteo come l’ex Vietri, si chiude per sfinimento. Reparti a tempo, sempre più pazienti trasferiti in altri ospedali

L'ospedale di Termoli perde un pezzo alla volta, quasi senza clamore, come quelle storie d'amore che si consumano e si concludono senza grandi traumi ma per stanchezza. La stessa cosa era accaduta per il Vietri di Larino, e oggi giova ricordarsene. Soprattutto andando a vedere quello che succede: i reparti funzionano a metà, i medici sono un terzo di quelli necessari, i servizi - anche quelli salva-vita - sono depotenziati.

Era accaduto per il Vietri di Larino: chiuso un pezzetto alla volta, senza che i cittadini e i pazienti quasi se ne rendessero conto. Via un servizio oggi, depotenziato un altro servizio domani, sospesa l’operatività di un reparto dopodomani. È finita così, come quelle storie d’amore che si concludono senza grossi litigi, ma per sfinimento.

La stessa cosa rischia di accadere al San Timoteo di Termoli, ospedale considerato periferico nel piano operativo malgrado sia l’unica struttura per le urgenze di un territorio abitato da 100mila persone, che in estate peraltro quadruplica la popolazione. No, in realtà non è vero che rischia di accadere. È già accaduto, sta accadendo sotto i nostri occhi, ma soltanto chi ci sbatte la testa di persona e sperimenta cosa significa perdere il diritto alla cura pare comprendere la gravità di questa emergenza.

Lo smantellamento del San Timoteo è in pieno corso d’opera, ma a fronte del grido di allarme di primari e camici bianchi ai più questa realtà di fatto continua a sembrare una ipotesi remota, un pronostico nefasto e aggirabile. Invece sta succedendo, e in parte è già successo. La distruzione è cominciata, con i pazienti chirurgici che vengono trasportati dal 118 direttamente a Campobasso, a meno che siano casi “non troppo gravi”, a meno che le chiamate di soccorso arrivino al mattino, quando c’è l’intera giornata per decidere che fine deve fare il malato visto che durante la notte non ci sono più le reperibilità, e la ovvia conseguenza è che le urgenze vengono spostate in altri presidi.

San Timoteo, tegola su Chirurgia: mancano medici reperibili, urgenze notturne trasferite in altri ospedali

E ancora: i pazienti che hanno bisogno di esami endoscopici, anche se vivono a Termoli e nei comuni bassomolisani vengono portati a 80 chilometri di distanza, con tutte le incognite che le infrastrutture non esattamente perfette del Molise comportano. Anche in questo caso è impossibile garantire i turni e la pronta disponibilità h24, e di conseguenza si ricorre all’unico ospedale di primo livello che c’è in tutto il Molise, il Cardarelli di Campobasso. Se il posto manca, infine, si ripiega sugli ospedali di confine, come Vasto, Foggia, San Giovanni Rotondo.

Intanto Cardiologia è ridotta ai minimi termini, con solo sette medici operativi che non possono, nemmeno al prezzo di un miracolo, assicurare la turnazione e quindi il funzionamento pieno della Unità Operativa. L’impressione, condivisa da medici e infermieri del San Timoteo (che a esporsi con nome e cognome rischiano pesanti sanzioni disciplinari perché vige la legge bavaglio imposta anni fa e mai ritirata), è che l’ospedale di Termoli stia perdendo un pezzo dopo l’altro, stia morendo poco a poco, un servizio al giorno.

Hai voglia a giurare e spergiurare che così non è. Anche in questo caso vale la stessa regola che regola i rapporti d’amore: si guardano le azioni, mica le parole. E le azioni sono fin troppo evidenti: basta andare in ospedale per capire che è esattamente il contrario di quello che i vertici garantiscono a chiacchiere. La chiusura del San Timoteo è bella che iniziata e il servizio di 118, ovvero il primo filtro che fa comprendere tipologia e bisogni dei pazienti, è costretto a confermare che in questi giorni i trasferimenti a Campobasso sono aumentati in maniera esponenziale.

Con la conseguenza, peraltro, di impegnare le già insufficienti ambulanze in lunghi spostamenti dalla costa al capoluogo e ritorno. Aggiungiamo pure il fatto che il 118 Molise, un tempo servizio all’avanguardia ed eccellenza della medicina territoriale, oggi è ridotto all’osso, può contare su pochissimi medici e non ha nemmeno la possibilità di accelerare gli interventi con quella tecnologia della quale tutti si riempiono la bocca in fase di annunci, senza che possa mai trovare una effettiva concretizzazione nella realtà.

Gli esami che le squadre di soccorritori fanno ai pazienti avvengono ancora esclusivamente con il metodo tradizionale: non ci sono tablet collegati alle attrezzature che a loro volta sono collegate ai reparti salvavita, come per esempio la cardiologia. E così il dottore di turno deve fare l’esame necessario, prendere il cartaceo e portarlo al medico ospedaliero (quando chiaramente è reperibile). Basterebbe poco per accorciare la tempistica di interventi fondamentali, ma nemmeno questo succede in Molise. Così come anche da noi (ma questa non è una esclusiva molisana, bensì una cattiva prassi condivisa col resto del Paese) ormai le visite ai pazienti da parte dei medici di base sono una rarità assoluta, e la conseguenza inevitabile è ingolfare i Pronto Soccorso di casi impropri, allungando a dismisura i tempi di attesa.

Anche per quanto riguarda questo campo specifico la conferma arriva dai primi soccorritori, le donne e gli uomini delle ambulanze, che queste cose le conoscono fin troppo bene. La sensazione è che l‘emergenza covid – che non c’è più, a essere onesti – sia diventata un pretesto per prolungare il più possibile un andazzo che non fa certo bene a chi ha bisogno del medico e dovrebbe poter contare su un professionista della salute più che su un funzionario sforna-ricette. Ma questa è un’altra storia, e ne parleremo un’altra volta.  (mv)