Quando 144 galantuomini riscattarono la città dai Carafa e dal Regno di Napoli: servirono oltre 100mila ducati
Correva l’anno 1742 e i ceti più agiati decisero di sdoganarsi dal feudatario. Cento anni dopo il Comune tornò in possesso di molti beni e iniziò il periodo più florido. L’attuale assetto del centro cittadino risente proprio degli interventi radicali messi in atto nella seconda metà dell’Ottocento.
Una storia che attraversa i secoli, dalla notte dei tempi al Medioevo, dall’Ottocento ad oggi. Campobasso ha origini antichissime ma – per ora – non è riconosciuta come città sannita essendo stata distrutta dai romani. Solo l’immane e prezioso lavoro, attualmente fermo, del prof Gianfranco De Benedittis ha potuto constatare la ricchezza del sottosuolo in prossimità di Monte Vairano: c’è una grande città sepolta, l’antica Campobasso. Questa è un’altra storia, anzi da qui tutto ha origine e sarà in seguito approfondita.
Di Campobasso si inizia a conoscere qualcosa grazie ad alcuni documenti a partire dal Medioevo, dai Longobardi ai Normanni, fin quando i Monforte, con Cola simbolo indiscusso, presero in mano la città, o meglio il borgo antico con tanto di castello. Fu Andrea De Capua, nel 1495, ad acquistare l’intero territorio campobassano. La cittadina nel 1500 visse un momento fiorente, così come sotto l’egemonia dei Gonzaga prima dell’avvento dei Carafa che avranno fortuna fino al 1700, quando iniziò a tirare un vento nuovo.
I debiti dei Carafa aumentarono a dismisura, nel 1730 intervenne un decreto con cui i beni vennero devoluti alla Regia Corte facente capo al Regno di Napoli. Il feudo di Campobasso, in pratica, finì sotto sequestro. Nonostante ciò le attività progredivano e il benessere pian piano si faceva strada. La borghesia prendeva sempre più terreno rispetto ai nobili, i cosiddetti ‘galantuomini’ erano ormai i punti di riferimento per il popolo. E allora decisero per la grande svolta: chiedere la ‘proclamazione al demanio’ della città. Ovvero? Riscattare la propria città dal feudatario.
Lo storico e avvocato Antonino Mancini ripercorre quegli anni così intensi, spiegando che 144 cittadini si misero assieme per reperire subito 30mila ducati, come acconto per acquistare da lì a qualche anno l’intera città. Il valore complessivo ammontava a quasi 103mila ducati, la proposta fu avanzata dall’avvocato Anselmo Chiarizia, che successivamente confessò che in realtà furono solo in 41 a mettere mano al portafogli in modo corposo, seppure alla raccolta fondi parteciparono anche alcuni popolani.
Non fu affatto facile, tra lotte giudiziarie e resistenze dell’erede del feudatario Marcello Carafa spalleggiato da alcune decine di cittadini che invece non vedevano di buon occhio l’operazione che avrebbe fatto contrarre debiti non indifferenti. I fondi furono reperiti su più fronti, soprattutto grazie ai prestiti ricevuti dalla Casa degli incurabili e ad alcune donazioni e vendite di beni. Ma alla fine, ed esattamente il 4 marzo del 1742, il popolano Salvatore Romano fu nominato barone di Campobasso, una sorta di tenutario del feudo per i ‘demanisti’ (che avevano acquistato la città, ndr).
Tra questi comparivano i nomi più in vista, da Japoce a Sipio, da Petitti a Palombo, e ancora Persichillo, Salottolo ed altri. A molti di loro sono dedicate delle strade, dei palazzi, non a caso. Era il periodo in cui videro la luce i Misteri del maestro Paolo Saverio Di Zinno, Campobasso stava diventando uno snodo importante a livello commerciale ma subì un rallentamento da alcuni attribuito all’immobilismo che col passare degli anni proprio i ‘demanisti’ dimostrarono. Questi ultimi potevano godere dei beni con i quali furono ampiamente ripagati dopo il riscatto.
Insomma, nell’Ottocento a molti iniziava a stare stretta l’egemonia di potere mantenuta dai galantuomini con i quali il Comune diede vita a una lotta giudiziaria che non portò grossi risultati. Almeno fino al 1853, quando le parti firmarono una transazione che sembrò soddisfare tutti. I vecchi possedimenti feudatari furono venduti a diversi contadini che iniziarono a popolare le contrade, mentre alcuni beni cittadini furono ristrutturati.
Si pensi all’ospedale, alle carceri, alla Prefettura, strade, marciapiedi. E ancora, il Palazzo del Municipio e la Caserma. Insomma, nei decenni del secondo ‘800 Campobasso centro iniziò ad assumere il volto che conosciamo oggi. Quel ‘salotto ottocentesco’ che resiste agli attacchi del tempo.


