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Il preside Genovese, gentleman dello sport, va in pensione: “Ma solo per la scuola”

Riferimento atletico per diverse discipline è stato anche giocatore e dirigente del Campobasso. Delle nuove generazioni dice: "Hanno bisogno di obiettivi"

Sergio Genovese, un’icona del mondo dello sport e dell’istruzione. Dopo aver trascorso la sua vita in cattedra e a dirigere scuole e licei, ha raggiunto gli anni utili per salutare la scuola ma “non lo sport, né i ragazzi che lo praticano”.

E’ andato in pensione il gentleman dello sport. Dopo gli ultimi anni trascorsi a dirigere il liceo artistico “Manzù” di Campobasso, il liceo Classico “M.Pagano” e quello Scientifico di Riccia, da quest’anno farà a meno di consigli di classe, scrutini, attività burocratiche e amministrative inerenti il mondo dell’istruzione anche se confessa ” mi piacerebbe continuarmi a dedicare alla passione innata che coltivo da bambino, che mi ha consentito poi di lavorare nel mondo dell’istruzione, di incontrare migliaia di giovani e quindi di offrire il mio operato al di là dei banchi: lo sport”.

Preparatore atletico, istruttore sulle piste di atletica leggera e non solo. Nel suo curriculum c’è il calcio come  guida ma anche come giocatore e come dirigente. Una figura poliedrica la sua, capace di rappresentare l’essenza dello sport nelle molteplici sfaccettature che lo compongono tanto da regista quanto da attore protagonista.

Prof, si chiude il capitolo scuola…

“Ebbene sì. Ho dato quasi tutta la mia vita alla scuola prima come docente poi come dirigente scolastico e siamo arrivati al traguardo”.

Ha trascorso gran parte della sua vita anche, ma non solo, nelle scuole dunque avrà tirato qualche somma?

“Ma io penso che un bilancio debbano farlo tutti i volti che ho incontrato lungo il mio cammino rispetto a quanto siamo riusciti a fare interagendo, sono loro che devono giudicare o valutare il mio operato. Di mio posso dire di aver sempre dato il massimo spero quindi di aver lasciato un buon segno nella scuola, tra i colleghi ma soprattutto tra i ragazzi”.

A proposito di ragazzi, come sono cambiate le generazioni?

“Moltissimo. C’è un abisso che si crea di anno in anno. E purtroppo i tempi non migliorano”

Cosa la spaventa di più rispetto ai cambiamenti che riguardano i nostri ragazzi?

“La mancanza di obiettivi. Ecco io credo sia questo che manchi. Al di là delle aspettative che una società può dare o meno a chiunque di noi e a maggior ragione ai nostri ragazzi, penso che il compito di noi adulti sia indicare ai nostri giovani l’importanza di avere degli obiettivi  e dotarli di tutte le competenze e gli strumenti utili perché quegli obiettivi siano raggiunti”.

Perchè accade?

“Credo accada anche perché sono cambiati i genitori e a questi cambiamenti ha fatto poi da sponda anche l’era dei social. Oggi, per esempio, i genitori si preoccupano di risolvere il problema dei figli, qualunque esso sia, ma non di responsabilizzare il ragazzo alla ricerca della soluzione al problema che in quel momento è uno dei tanti scogli che incontrerà nella vita. No, il piatto è già servito. Perchè intervenire significa non perdere tempo, significa stare apparentemente più tranquilli e avere un probabile pensiero in meno. Condotta che ovviamente non aiuta i giovani. Poi i social hanno fatto disastri giganteschi, l’abuso dei social ha fatto danni a tratti irreparabili. Ci siamo lamentati per il distanziamento causato dalla pandemia ma nessuno ha pensato un istante che quel distanziamento lo crea anche un pc o uno smartphone nel momento in cui rappresentano l’unico nostro contatto con l’esterno. L’unico che cerchiamo”.

Sergio Genovese, chi è stato per il Campobasso calcio e nel Campobasso calcio lo sanno tutti. Non stiamo qui a ripeterlo. Ma oggi che pensa di questo Campobasso invece?

“Che mi piace molto. E’ una squadra di giovani talenti e sono sicuro che si possano fare grandi cose”.

Scarseggiano i vivai però…

“Perchè non si è mai fatta una politica seria per loro. E invece adesso ci sono tutte le prospettive per valorizzare i nostri piccoli e giovani talenti calcistici. Perché ci sono. Si fidi”.

Visto che adesso ha chiuso il capitolo scuola, la sua esperienza e la sua competenza potrebbero essere il valore aggiunto per la formazione dei giovani atleti, magari proprio nel calcio. O sbaglio?

“Chiaro che mi piacerebbe, un atleta non smette mai di essere un atleta. Se poi hai lavorato a formare altri atleti allora il bisogno di continuare a correre sul tragitto raddoppia. Mi piacerebbe contribuire alla crescita calcistica della mia città. Mi piacerebbe continuare a lavorare con i giovani nel mondo dello sport”.

Al di là del calcio quanto è importante lo sport per i giovani?

“Lo sport? E’ benessere. E’ vita, senza se e senza ma”.