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Le rubriche di Primonumero.it - L'Ospite

Dio nelle nostre mani

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    gesù volto

    di don Mario Colavita

     

    Chi è Dio? È uno che si mette nelle nostre mani! È forse una delle immagini più belle per dire chi è Dio.

    Gesù nel vangelo di Marco si autodefinisce così:Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà” (Mc 9, 31).

    Forse non ci pensiamo ma ogni volta che facciamo la comunione, Dio si consegna nelle nostre mani, non dice niente, non giudica, si dona e basta! Questo consegnarsi è carico d’amore, una consegna così non la vediamo tutti i giorni. Questo è amore: mettersi nelle mani di un altro e non avere l’altro in mano, perché quello è potere, oppressione.

    Per capire Gesù, conoscerlo e amarlo bisogna “consegnarsi” a lui perché lui si è già consegnato a noi.

    Tre ore prima di morire, dopo essere riandata col pensiero alla sua vita, come per controllare se tutto si era compiuto nei termini propostisi, la piccola carmelitana del carmelo di Lisieux, Teresina di Gesù Bambino disse: “non mi pento di essermi consegnata all’Amore”.

    Il cristiano o si consegna all’amore oppure fa la fine dei discepoli del vangelo che non capiscono chi è Gesù, lo vedono come un uomo di prestigio e di potere e loro affianco diventano famosi e rispettabili.

    Il testo di Marco dice che i discepoli non capivano, all’imperfetto, indica un’azione che continua nel tempo. Essi nonostante l’insegnamento non capiscono chi è Gesù e non lo capiscono perché sono pieni di una mentalità di potere e orgoglio.

    È Gesù che rompe gli schemi, a Cafarnao, nella casa di Pietro, mentre il silenzio e la vergogna dei discepoli si fa sempre più forte, prende un fanciullo lo mette nel mezzo e dice: Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37).

    Il bambino è un richiamo all’atteggiamento che il discepolo deve avere nei confronti del maestro.

    Nel mondo Palestinese i bambini valevano niente, erano privi di diritti, di tutela o di garanzia. In aramaico, la lingua parlata da Gesù il termine talyah significa sia servo che bambino.

    Il bambino al centro è significativo: se vuoi capire Gesù, se vuoi farti suo discepolo devi accogliere il servizio come stile di vita.

    Il servo non è lo schiavo. In greco la parola diakonos (servo) è differente da schiavo. Il diakonos è libero, lo schiavo no, il diacono è al servizio perché gli piace, allo schiavo viene imposto.

    Gesù dunque ci invita a recuperare la dimensione del servizio per scoprire e conoscere chi è il Figlio dell’uomo.

    Quanto è brutto servirsi di Gesù per i nostri scopi, è mostruoso vedere come usiamo Gesù, la fede per pavoneggiarci davanti agli altri o peggio fare affari.

    Servire Gesù vuol dire donare il nostro tempo, le nostre energie, anche i nostri averi per Lui. Penso a tanti che nella Chiesa con umiltà e generosità si mettono al servizio: catechisti, coristi, donne e uomini che tengono pulita e in ordine la chiesa, animatori e così tante persone che fanno bella la Chiesa perché servono Gesù.

    La logica di Dio è sempre “altra”, per questo seguire il Signore richiede sempre all’uomo una profonda con-versione un cambiamento nel modo di pensare e di vivere, richiede di aprire il cuore all’ascolto per lasciarsi illuminare e trasformare interiormente.

     

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