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Dall’abbandono alla rinascita, anche attraverso le parole. Maria Grazia Calandrone riempie il Teatro Verde e commuove

L'ultimo appuntamento con la rassegna ''Scrittori al Parco" non delude le aspettative. Straordinario incontro con Maria Grazia Calandrone, finalista al Premio Strega 2021 con il suo 'Splendi come vita'. Un romanzo autobiografico che prende le mosse da Palata, paese d'origine della famiglia biologica della scrittrice, e che conduce il lettore in un tribolante viaggio emotivo

L’abbandono, la maternità, il disamore, la rinascita. Questi alcuni dei temi chiave che percorrono il romanzo ‘Splendi come vita’ di Maria Grazia Calandrone che ieri, 13 agosto, ha convogliato al Teatro Verde quasi un centinaio di persone per un evento di inusitato pregio.

Un incontro con i lettori – e con tanti altri che probabilmente lo diventeranno – in cui la scrittrice, cui questo romanzo è valso la candidatura e l’arrivo in finale al Premio Strega 2021, si è ‘abbandonata’ senza infingimenti e con una naturalezza non comune al racconto di quella che è la trama della sua vita. A partire dalla perdita della sua madre biologica, suicida nel Tevere come le cronache di quegli anni hanno raccontato, dopo una fuga da Palata (paese d’origine) per inseguire una felicità che le era stata negata, in primis a causa di un matrimonio combinato.

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Ad accompagnare la scrittrice – poetessa, giornalista, conduttrice radiofonica tra le altre cose – in questo viaggio, pacato nei toni ma implacabile nella crudezza emotiva, la presidente dell’associazione La Casa del Libro, Daniela Battista, organizzatrice dell’evento che va a chiudere il cerchio della rassegna ‘Scrittori al parco’. In platea un nutrito pubblico che ha seguito con estatica attenzione il dialogo tra le due donne in cui non sono mancati, sul finale, spunti – anche commossi – da parte degli astanti.

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‘Splendi come vita’ è stato definito come una “lettera d’amore alla madre adottiva”, colei che ha donato – assieme al suo compagno – una nuova vita alla bambina Maria Grazia. “Lei, professoressa di italiano, mi ha dato una identità attraverso le parole”. Ma presto a turbare il rapporto tra le due arriva, come ha raccontato la scrittrice nella sua prima tappa molisana, una sequela di equivoci, di dolore, di incomprensioni reciproche. Dopo la rivelazione dell’adozione, quando Maria Grazia aveva solo 4 anni, Madre (come viene chiamata nel romanzo) viene risucchiata da un ‘buco nero’ che di fatto fa sperimentare alla piccola Calandrone il disamore e il distacco.

“Lei probabilmente si è sentita manchevole di qualcosa e io, da allora, senza punti di riferimento”. “Di fronte al disamore – dirà poi l’autrice prima di congedarsi dal suo pubblico, anzi di radunarlo attorno a sé per il consueto ma mai come stavolta atteso firmacopie – abbiamo di fronte due strade, opposte”. Ovvero la ricerca di ‘ulteriore’ disamore nei rapporti della nostra vita, oppure un coraggioso cambio di rotta. “Facciamo quel che possiamo. Se non riusciamo a fare di più in quel momento non dobbiamo viverlo con senso di colpa”, il consiglio placido e carezzevole dell’ospite.

In oltre un’ora di ‘messa a nudo’, la Calandrone ha toccato tanti temi (molto spesso archetipici e per questo sì coinvolgenti per tutti) ed episodi di vita, narrati nel romanzo con una prosa intrisa di poeticità ma che non manca di far sorridere. Emblematico in questo senso il racconto dell’incontro “incredibile” con Ornella Muti. In un periodo dell’adolescenza Maria Grazia disegnava incessantemente il volto di una donna. “Ero convinta si trattasse della mia madre biologica”. Già, perché non poteva aver visto l’attrice in nessun modo: “A casa mia non c’erano né televisione né rotocalchi”. Poi, un giorno, la rivelazione attraverso uno schermo: si trattava della Muti. “Allora ho capito che dovevo farglielo sapere. Così sono andata a Milano col mio fascio di disegni e le ho raccontato tutto. Da allora siamo diventate amiche”. Legato a questo aneddoto anche l’avvicinamento a Scientology, ‘setta’ presto ripudiata.

Al rapporto con Madre e Padre – altra figura importantissima per la Calandrone – si aggiunge quello con la nonna, molto spesso amorevole ‘sostitutrice’ di quella mamma in preda allo smarrimento interiore. Una madre nondimeno profondamente amata, come le dolci pagine lette a voce alta dalla scrittrice hanno testimoniato. In una di queste la scrittrice d’un tratto cambia sostantivo per rivolgersi idealmente a lei. E ‘Mamma che…’ riempie la carta di struggente bellezza e di ricordi che ridanno vita alla genitrice adottiva rispetto alla quale la figlia avverte il “senso dello spreco”, quello di una donna bella e piena di doti ma colma di dolore.

Ecco allora il senso, ultimo, del libro e del suo titolo: restituire la vita, rivelare lo splendore di colei che nel suo passaggio esistenziale lo ha visto spesso oscurato.

E la vita Maria Grazia Calandrone l’ha trovata anche nelle parole. “Ho trovato la voce nella scrittura”. La prima volta in collegio, in una sorta di clausura in cui è affiorata la poetessa, e da ultimo con la stesura di questo romanzo autobiografico. “L’ho scritto durante il lockdown”. Le parole che sgorgano sono arrivate di getto, dopo un’iniziale ardua difficoltà. “Ho scritto il libro in 20 giorni, lavorandoci circa 20 ore al giorno. Non credevo di pubblicarlo ma quando l’ho terminato l’ho inviato subito alla casa editrice”.

Oggi pomeriggio la scrittrice sarà a Palata per raccontare e raccontarsi ancora, nel paese delle sue, travagliate, origini.