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Il padre malato, 2 mesi dopo nessuno in ospedale ha letto l’holter cardiaco. Sanità nella bufera: “Che vergogna, fate le passerelle e non ci curate”

La figlia racconta quanto accaduto all’ospedale San Timoteo, dove si è recata ieri mattina per avere il referto sull’holter cardiaco messo al padre dall’8 al 9 aprile. “Nessuno lo ha ancora letto e non me lo possono dare, intanto mio padre è grave e rischia la vita”. Francesca Cantoro chiede risposte alla politica, alla struttura commissariale e alla Asrem: “Possibile che ci siete solo quando si tratta di inaugurare moduli di terapia intensiva mai usati e non vi preoccupate di garantire il diritto alla cura?”

76 anni, cardiopatico. Ha messo l’holter cardiaco lo scorso 8 aprile, il giorno successivo è tornato in ospedale per toglierlo. La figlia è in attesa di conoscere il “responso” dell’esame, che tramite un macchinario registra per 24 ore consecutive l’attività elettrica del cuore. Ma dall’ospedale solo silenzio. Lei sollecita, chiama, ma niente. Così ieri, lunedì, esasperata, va direttamente nella unità di cardiologia del San Timoteo e chiede di conoscere l’esito dell’esame. “La risposta? Non l’hanno ancora letto, non hanno fatto alcun referto perché, così mi è stato detto, stanno ancora visionando gli holter di novembre scorso”.

Effetti collaterali della pandemia, che ha monopolizzato per mesi la struttura sanitaria termolese creando ritardi a catena nella sanità cosiddetta ordinaria? Conseguenza della penuria di medici, della scarsità di personale rispetto alla domanda della popolazione e del territorio? O, più semplicemente, anticamera di un ospedale lasciato nel più completo abbandono?

Francesca Cantoro vive a Campomarino ed è arrabbiata. L’amarezza nella voce, l’insofferenza che non riesce a trattenere. “Mio padre ha problemi, è in cura da alcuni specialisti e visto che è svenuto in alcune circostanze e che potrebbe dipendere da aritmie doveva fare l’elettrocardiogramma dinamico. Che io ho prenotato, devo dire senza difficoltà, prima di Pasqua, e che gli hanno messo subito”.

L’uomo è entrato in ospedale l’8 aprile, gli hanno sistemato l’holter. Il giorno dopo è tornato e i medici della Utic gli hanno rimosso l’apparecchio. Ma a cosa serve un esame se nessuno controlla l’esito? E’ quello che è successo a Francesca, che oggi inchioda alle responsabilità, ognuno per la parte che gli compete, il governatore del Molise Donato Toma, la struttura commissariale, la Asrem. “No, non è tollerabile che a distanza di oltre due mesi non si possa conoscere il risultato di un esame abbastanza urgente su una persona cardiopatica e già operata al cuore. Questo significa negare il diritto alla cura”.

Il suo racconto è probabilmente uno tra mille, ma diventa un grido universale in un periodo in cui, da più parti, si accavallano le richieste di assistenza sanitaria, si intrecciano storie di ritardi, inefficienze, lungaggini in cui a patire le conseguenze peggiori della sanità “post Covid” è il cittadino. “Ieri sono andata in ospedale direttamente, ho chiesto di parlare con un medico, ho chiesto spiegazioni. Niente di niente. Mi hanno detto che i medici sono pochi e che stanno ancora visionando gli holter messi a novembre scorso, prima della feroce ondata Covid in Molise. Ma è uno scherzo?”.

Francesca controlla a fatica la rabbia, continua: “In pratica noi nel frattempo possiamo anche morire. Siamo abbandonati, e come mi ha risposto un infermiere ieri alzando le spalle: ‘Tanto questo ospedale tra un anno chiuderà’, riferendosi al San Timoteo. Stanno facendo di tutto per mandarci dai privati, per distruggere quello che resta di una sanità pubblica allo sfascio. Basta, basta. Io pretendo una risposta, io ho bisogno di risposte: non è possibile che il Governatore, i vertici della sanità parlino ai microfoni solo quando si tratta di inaugurare i moduli di terapia intensiva che tra l’altro non sono mai stati attivati”.

Esasperazione comprensibile. E condivisa da tanti cittadini, che in questo momento di lenta ma progressiva fuoriuscita dal tunnel della pandemia puntano il dito contro il diritto negato alla cura. “Si fanno video social su ogni cosa, ma su queste inefficienze nemmeno una parola. In BassoMolise rischiamo di ritrovarci senza un ospedale, quello che c’è funziona male perché manca tutto, medici e personali in primis, ma sembra che non sia un problema da affrontare per chi ci governa, per chi è pagato (anche tanto) per prendere decisioni e risolvere questi problemi”.

Francesca ha deciso di rivolgersi a un legale perché vuole portare avanti la battaglia per affermare il diritto alla salute. Sanità pubblica, se ci sei batti un colpo.