Quantcast

Cerimonie e green pass, che pasticcio. Tra privacy, controlli e nuove regole parlano i ristoratori: “Chi è senza certificazione lo caccio via?

L'ultimo Dpcm sulle certificazioni verdi Covid-19 affida ai titolari e gestori di sale ricevimento il compito di controllare che gli invitati ai loro eventi siano muniti di green pass: una misura più che mai necessaria a contenere nuovi contagi ma dispendiosa in termini di tempo e denaro. Se fino a ora si è andati avanti con autocertificazioni restano diversi nodi da sciogliere relativi alla gestione dei dati sensibili e della responsabilità penale e personale. Appello del questore: "Ognuno deve fare la sua parte affinché la cerimonia si svolga nel rispetto delle norme sanitarie”.

“Prima di entrare nella sala ricevimento abbiamo fatto una specie di check-in: con la mascherina tirata su ci hanno misurato la temperatura e detto che avremmo potuto abbassarla solo dopo aver preso posto a tavola. I balli? Quasi vietati e comunque solo all’aperto ad eccezione degli sposi. E poi ci hanno chiesto il green pass: tutti noi invitati abbiamo dovuto mandarlo 5 giorni prima del matrimonio ai gestori della struttura che hanno fatto un controllo dalla lista degli invitati”.

E’ il racconto di una coppia di Campobasso che nel weekend scorso ha partecipato ad un matrimonio a Presenzano, comune della provincia di Caserta ma a due passi dagli ultimi comuni isernini del Molise.

La loro testimonianza è simile a quella di tanti ospiti di cerimonie ed eventi che si ritrovano a banchettare in queste settimane post emergenza sanitaria.

Ma come si stanno organizzando titolari e gestori delle sale ricevimento ai quali spetta il compito, per certi versi ingrato, di controllare che gli invitati abbiano la certificazione verde Covid-19? Lo abbiamo chiesto proprio a loro soprattutto alla luce dell’emanazione dell’ultimo Dpcm, quello del 17 giugno scorso, che delinea le regole per partecipare a eventi pubblici, per accedere a residenze sanitarie assistenziali, per spostarsi in entrata e in uscita da territori classificati in “zona rossa” o “zona arancione” e, dal 1 luglio, per viaggiare in tutta Europa.

Matrimoni, senza green pass non si può festeggiare. Gestori dei ristoranti obbligati a controllare le certificazioni

Con la firma del decreto da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi, infatti, i green pass italiani rilasciati già dal 17 giugno scorso sono diventati operativi permettendo a tutti i possessori (vaccinati da almeno 15 giorni, guariti dalla Covid o con tampone negativo nelle ultime 48 ore) di potersi muovere sul territorio dell’Unione, di andare a trovare un proprio parente in una casa di riposo, di prendere parte a matrimoni, battesimi e comunioni.

Ma stare dietro a tutte le novità legislative non è così semplice, sia per chi controlla che per chi dev’essere controllato. Tanto che molte persone non sono già in possesso di certificazione verde e la gestione fai da te, chiamiamola così, dei ristoratori, è quella che sta andando per la maggiore. Aumentando anche il rischio che una giornata di festa si trasformi in un pericoloso focolaio epidemico.

Partiamo dal Coriolis di Ripalimosani gestito da Marcello Damiani che nel capoluogo è una vera istituzione della cerimonia per aver visto centinaia di coppie sposarsi nel suo vecchio locale, l’Eden, riconvertito alcuni anni fa a centro di accoglienza.

“Siamo ripartiti da poco con piccole cerimonie da 15 o 20 invitati quindi, devo ammetterlo, fino a questo momento il problema non si è neppure presentato ma insomma non è che stiamo lì a chiedere il green pass a tutti, ci limitiamo a controllare l’elenco degli invitati dei quali abbiamo il numero di cellulare. Io penso che sia anche un fatto di responsabilità personale, voglio dire, noi li avvisiamo che devono avere il certificato ma cosa dobbiamo fare se qualcuno non lo porta, cacciarli via? Ad ogni modo a luglio ci saranno dei matrimoni e forse anche un po’ di tempo per organizzarsi meglio, per ora abbiamo stabilito che due o tre di noi saranno quelli deputati a queste nuove procedure”.

Si entra con l’autodichiarazione alla mano da Poggio Costantino, a Termoli, dove il suo titolare Biagio Galasso motiva la scelta di una procedura interna “per assenza di chiarimenti normativi”.

Quanto autodichiarato dai partecipanti agli eventi è molto simile a quello che c’è nel green pass: specifica se uno è al banchetto perché il tampone recente era negativo, se ha fatto almeno una dose di vaccino nelle due settimane precedenti o se ha superato la malattia negli ultimi sei mesi.

“Questa dichiarazione ce la consegnano il giorno precedente al matrimonio gli sposi; quando il decreto sarà un po’ più chiaro anche rispetto alla questione della privacy e dei controlli seguiremo la stessa procedura solo che al posto dell’autodichiarazione ci faremo fornire il green pass”.

Più rilassata la gestione a Villa Livia: restando sulla costa termolese il signor Massimo Mastrangelo ammette non solo di essere parzialmente all’oscuro di quanto previsto dall’ultimo decreto (“non siamo obbligati a chiedere il green pass”) ma anche di dover ancora vedere come organizzare il tutto giacché “non ci sono ancora prenotazioni” riferendosi a grosse cerimonie con centinaia di invitati sebbene, lo dice sempre lui, “il locale è aperto”.

Tornando nel capoluogo anche il Grand hotel Rinascimento parla di “autocertificazione degli ospiti a cura degli sposi che ci forniranno l’elenco dei partecipanti di cui vogliamo conoscere la situazione sanitaria. Noi misuriamo la temperatura all’ingresso e seguiamo per ora le vecchie direttive distanziando i tavoli e limitando il numero di commensali, invitandoli a indossare la mascherina quando si alzano. Però questo decreto lo trovo ingiusto, sembra che si voglia far fare un lavoro extra solo alle grandi sale ricevimento ma andassero a vedere anche cosa accade nelle strutture più piccole come gli agriturismi”.

Hanno riaperto il 1 giugno invece alla Piana dei Mulini di Colle d’Anchise, la struttura che, tra quelle contattate, dimostra di adottare il sistema di accoglienza più rigoroso.

La responsabile della comunicazione, Alessandra Capocefalo, ci spiega che “per eventi e cerimonie varie i committenti della festa devono consegnarci (via mail o di persona) il certificato verde dei loro invitati. Il documento sarà scansionato e conservato in archivio, certo è una cosa in più da fare e non è neppure una banalità perché si ha a che fare con la privacy delle persone ma ci siamo adeguati delegando il direttore di sala (non un vero e proprio covid manager) che è l’interfaccia di chi ci commissiona l’evento”.

Qui anche il distanziamento è una cosa seria: i tavoli degli invitati vengono organizzati in maniera che gli ospiti non conviventi stiano a contatto il meno possibile, per fortuna gli spazi sono ampi e tra corte esterna, portico e sala riusciamo a far svolgere in assoluta sicurezza anche più cerimonie contemporaneamente. Ma il rispetto delle indicazioni è senza dubbio molto più impegnativo e oneroso”.

Uno sforzo di non poco conto dopo tanti mesi di inattività che oggi è ancora più necessario per evitare di ripiombare in uno stato di emergenza.

Questore Conticchio polizia Campobasso

A pensarla così è anche il questore di Campobasso Giancarlo Conticchio, che rivolge un appello a 360 gradi indirizzato a ristoratori, agli sposi e a coloro che partecipano alle cerimonie sebbene le maglie larghe del decreto facciano ricadere gran parte di eventuali responsabilità sugli organizzatori e non su committenti o invitati.

“Sicuramente è positivo che siano ripresi banchetti e cerimonie – spiega Conticchio -, quindi godiamoci questo momento. Ma facciamolo con responsabilità: il gestore della sala ricevimenti deve applicare alla norma il protocollo. Anche gli sposi devono pretendere che il protocollo sanitario sia rispettato per non contrarre il virus”. 

Quindi sono tutti responsabili: “In primis è il cittadino a dover rispettare le regole e a dover pretendere che vengano applicate. Ognuno deve fare la sua parte affinché la cerimonia si svolga nel rispetto delle norme sanitarie”.