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La giustizia ai tempi di “U Verru” e del bel Rene’ boss della Comasina

Ha ancora senso oggi parlare di 41-bis? E’ giusto applicare, in una stagione non più emergenziale, un regime carcerario durissimo che impedisce ogni forma di interazione del condannato sia interna che esterna? Ha ancora senso, in quella che fu la patria di Cesare Beccaria, parlare di ergastolo?

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    Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la scarcerazione di Giovanni Brusca detto “u Verru”, sanguinario boss dei corleonesi, braccio armato di Totò Riina, noto alle cronache per l’uccisione efferata del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido ma noto anche per le sue rivelazioni che hanno contribuito allo smantellamento della più efferata organizzazione malavitosa del Dopoguerra: quella dei “corleonesi”.

    Brusca ha goduto della legge voluta dallo stesso Falcone sui benefici concessi dallo Stato ai collaboratori di giustizia che iniziano un percorso di dissociazione e pentimento e soprattutto portano agli inquirenti elementi concreti e fattuali per la lotta senza quartiere alle organizzazioni criminali.

    Il dibattito si è incentrato prevalentemente sulla opportunità di concedere i benefici premiali ad un individuo che si è macchiato di oltre 100 omicidi e che ha lasciato molte ombre nelle sue deposizioni ritenute attendibili dagli inquirenti solo in un secondo momento.

    Chi scrive è garantista da sempre, garantista per formazione universitaria e per convinzioni personali, chi scrive ha sposato le grandi battaglie di Marco Pannella sulle storture del sistema carcerario e giudiziario italiano, ne ha condiviso e condivide con i suoi eredi le idee di riforma della Giustizia in senso paritario tra accusa e difesa, ne sposa la lotta contro l’abuso della carcerazione preventiva e la battaglia per la separazione delle carriere tra magistratura giudicante ed inquirente nell’ambito di una vasta riforma del CSM che liberi gli stessi giudici da quell’etichetta di casta che loro stessi hanno contribuito ad incollarsi.

     

    In questo ampio dibattito dovrebbero prevalere le ragioni del Diritto e non quelle della giustizia sommaria, è difficile perdonare l’uomo Brusca e, ad ogni modo, il perdono non lo concede l’opinione pubblica ma eventualmente è concesso dai parenti delle sue innumerevoli vittime, è impossibile separare il suo pentimento ed il suo aiuto agli inquirenti dalla foto a cavallo del piccolo Giuseppe Di Matteo poi barbaramente trucidato ma…..siamo nella patria di Cesare Beccaria e, per fortuna, è vigente l’articolo 27 della nostra bellissima Costituzione.

    I magistrati hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni di Brusca, la legge vigente ha previsto la protezione di chi si dissocia e collabora e ne ha previsto la possibilità di liberazione anticipata e, un’altra legge, a forte spirito garantista, prevede sconti di pena per chi in carcere adotta un comportamento consono, la cosiddetta buona condotta.

    E’ questo il quadro giuridico di riferimento della scarcerazione di Brusca, il dibattito politico ha quindi poco senso nel momento in cui queste leggi sono vigenti; possiamo discuterne al bar, ne può parlare l’uomo della strada, non si comprende, invece, l’utilità della polemica politica contro la scarcerazione del mafioso siciliano a meno che non si ritenga chiusa per sempre la lotta alla Mafia e vengano eliminati i benefici premiali del pentitismo.

    Mentre pensavo alla scarcerazione di Brusca mi sono imbattuto casualmente in una frase di Philip Roth tratta dal libro “Quando lei era buona”; è la lettera di un detenuto che scrive alla moglie e dice cosi: “….ovviamente dipenderà da quanto vorrà essere vendicativa la presunta giustizia. C’è un punto fino al quale la pena è correttiva, oltre quel punto diventa distruttiva..” e così mi è venuto naturale un parallelismo con Renato Vallanzasca, personaggio noto ai più ma da me riscoperto attraverso la lettura dell’ottimo libro di Massimo Polidoro “Etica criminale- Fatti della banda Vallanzasca”.

    Il Boss della Comasina come non amava farsi chiamare il bel Renè, nasce a Milano nel 1950 e, dal 1970 in poi, passa la quasi totalità dei suoi giorni tra vari istituti di pena dello Stivale.

    Personaggio controverso inizia molto preso la sua carriera criminale che passa attraverso i furti da ragazzino, le prime rapine, gli scontri a fuoco, il sequestro della figlia dell’imprenditore Trapani, le molteplici evasioni, l’amicizia con Francis Turatello, le rivolte carcerarie in un’Italia sotto il giogo del terrorismo rosso e nero fino alla cattura definitiva e ai quei giorni che trascorrono lenti ed implacabili dal 1996 ad oggi.

     

    Vallanzasca non ha mai negato le sue gesta criminali, non le ha rinnegate ma ha invitato più volte le giovani generazioni a tenersi lontano dalla droga e a non ripercorrere i suoi passi, ci sono tanti dubbi (fugati da sentenze definitive ma mai ammessi dall’interessato) sul suo effettivo coinvolgimento personale nei fatti di sangue attribuiti alla sua banda, banda che a sua volta non era un sodalizio criminale stabile e consolidato ma piuttosto un’associazione temporanea di forze a seconda delle necessità e del momento.

    Non è mia intenzione dipingerlo come un eroe romantico o un bandito modello Robin Hood, restano i fatti e le condanne a quattro ergastoli e complessivi 295 anni di carcere, resta il dolore delle vittime, restano i servitori dello Stato caduti per contrastarlo ma….ma Vallanzasca non è un criminale comune e sanguinario, il racconto della sua vita non può ridursi solo a quello.

    Vallanzasca, e questo si evince benissimo dalla monumentale ricostruzione di Massimo Polidoro, è anche quello che alle elementari difese strenuamente un compagno con evidenti problemi relazionali dal maestro fascista che lo picchiava continuamente pagando, per il suo gesto, con l’espulsione da tutte le scuole della Repubblica, è quello che non lasciava mai un amico in difficoltà o che, definitivamente sconfitto dopo la sua ultima cattura, rinunciava per sempre ai suoi tentativi di evasione prendendo atto che fuggire, per andare in un mondo che non riconosceva più, non sarebbe servito.

    Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, così recita l’articolo 27 della nostra Costituzione ed è questo oggi il punto di partenza per una riforma complessiva del sistema giudiziario e carcerario.

    Ha ancora senso oggi parlare di 41-bis? E’ giusto applicare, in una stagione non più emergenziale, un regime carcerario durissimo che impedisce ogni forma di interazione del condannato sia interna che esterna? Ha ancora senso, in quella che fu la patria di Cesare Beccaria, parlare di ergastolo?

    In un sistema davvero garantista, garantista non perché incline al perdono ma perché rende la pena tassativa e certa e la applica con senso di umanità, noi dovremmo chiederci se è stato giusto o meno scarcerare Brusca ma dovremmo, a maggior ragione, chiederci se è giusto o meno tenere ancora in carcere una persona dopo 50 anni, una persona che per forza di cose è totalmente diverso da colui che varcò mezzo secolo prima le porte di un penitenziario.

    Dovremmo ancora di più chiederci se è giusto o meno negare la Speranza ovvero quel traguardo per cui ogni essere vivente cerca di lottare e di combattere per raggiungerlo e, magari, far sì che durante il cammino di pena e di espiazione, il condannato sia trattato con dignità sapendo di avere di fronte un Uomo con le sue paure, i suoi errori, le sue angosce, le sue gioie, i suoi momenti bui, i suoi pensieri e la sua umanità.

    Non è questa l’apologia di Renato Vallanzasca e di quelli come lui condannati a lunghe pene detentive, è solo uno spunto di riflessione teso non a giustificare i crimini commessi o a cancellarne la portata ma solo a mettersi di fronte ad un uomo sapendo di non conoscere nulla del mondo carcerario e di coloro a cui è negato, a ragione o a torto, il bene più prezioso: la Libertà.

    Diceva Oscar Wilde:”Non ho mai veduto l’occhio di un uomo volgersi con lo sguardo così ansioso verso il lembo minuscolo di azzurro che nel carcere è il cielo”…dovremmo ripartire da qui immaginando quanto dolore si può provare guardando quel lembo minuscolo di azzurro in quel modo.

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