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Notebook della settimana – Se arriva la Scoxit, Destra e Sinistra e Usa

Se arriva la Scoxit – La politica può avere aspetti affascinanti, quindi se v’interessasse sapere quel che succede anche a nord del Trigno, delle Alpi e della Manica, ecco una vicenda da non farsi sfuggire.

Giovedì prossimo 6 maggio la Scozia è chiamata a eleggere il suo nuovo Parlamento e la data può essere storica come quel 23 giugno 2016, quando fu votata la Brexit. L’esito favorevole è dato per scontato allo Scottish National Party (SNP), il principale partito indipendentista guidato dalla premier Nicola Sturgeon, a cui i sondaggi danno una maggioranza assoluta mentre laburisti e conservatori sono staccati di oltre trenta punti.

La Scozia è alle prese con uno storico dilemma indipendentista da più di tre secoli e se gli indipendentisti, da sempre contrari alla Brexit, conseguissero un consenso di grandi dimensioni sarebbe l’inizio di una seconda “guerra di secessione” dal Regno Unito che potrebbe comportare un ritorno della Scozia nell’Unione Europea.

In effetti una prospettiva del genere è abbastanza realistica se si tiene conto di due importanti fattori. Il primo si regge sulla personalità della 50enne Nicola Sturgeon, premier da sette anni, percepita come leader rassicurante, seria e forte e che gode di largo consenso femminile. Una che ripete: «Il nostro nazionalismo è buono, non come quello di destra».

L’altro fattore è quello dei giovani indipendentisti che accusano gli anziani unionisti di aver “sequestrato” il loro futuro. È un grave solco generazionale confermato da sondaggi che danno un 72% a chi, tra i 16 e i 34 anni, sostiene il divorzio da Londra, contro un 38% degli over 55.

Naturalmente il governo di Londra è atterrito dalle conseguenze, si dichiara irremovibile a concedere una consultazione referendaria e sostiene che le ragioni di una “Scoxit” sono insostenibili oltre che economicamente disastrose. In effetti la Scozia perderebbe aiuti davvero robusti da parte dei Londra, ma a Edimburgo c’è chi sostiene che l’EU e il suo mezzo miliardo di consumatori finirebbe col rimettere in bilico i suoi bilanci.

 

Destra/Sinistra –  Ogni tanto spunta qualcuno che, forse per incompetenza politica o per apparire equidistante, si definisce “né di destra né di sinistra” (di solito lo dice chi in fondo è di destra). Poi c’è il furbo che adotta un alibi più chic e si proclama “post ideologico”. Sta tuttavia di fatto che quando irrompe l’attualità, ecco che la realtà ci disegna con estrema semplicità i termini del problema.

Prendiamo allora quello che sta succedendo negli Stati Uniti dove il successore di Donald Trump, Joe Biden, sta per varare in tre manovre una spaventosa spesa pubblica per un totale di 5.700 miliardi di dollari che verranno rastrellati mettendo mano al sistema fiscale.

Trump aveva abbassato il sistema dal 39,6% al 37% l’ultimo scaglione di reddito, oltre i 500 mila dollari all’anno. Al contrario Biden non solo vuole tornare al 39,6% di Obama mantenendo la sovrattassa del 3,8% che introdusse per la riforma sanitaria, ma aumenta l’aliquota sugli utili di impresa, dal 21 al 28% con un prelievo sui redditi superiori a un milione di dollari l’anno.

Dunque ad essere tassati sono i “ceti più abbienti” cioè, per dirla in soldoni, i Ricchi. Ergo. La politica americana ha questo di bello: non si deve disquisire sulle tendenze pre o post ideologiche per sapere se uno è di destra o di sinistra