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Le varianti infinite del virus, il microbiologo: “Immunità improbabile, dati in calo di oggi effetto dei vaccini”

Intervista al dottor Massimiliano Scutellà, microbiologo responsabile del Laboratorio di Biologia molecolare del Cardarelli. Dal report redatto e che dà conto del sequenziamento di oltre 1000 campioni è emersa la preponderanza della variante inglese e una piccola percentuale (4 casi) di variante brasiliana. Ma qual è la prospettiva futura? Cosa dobbiamo aspettarci dalle migliaia di mutazioni del virus? E il vaccino può vedere compromessa la sua efficacia?

In Molise predomina la variante inglese – che ormai ha assunto varie forme – mentre non c’è traccia della tanto temuta variante indiana. È quanto emerge dal report di monitoraggio redatto dal Laboratorio di Biologia Molecolare del Cardarelli, quello dove si analizzano tutti i campioni. Ne abbiamo parlato più approfonditamente con il dottor Massimiliano Scutellà, microbiologo responsabile dell’attività di identificazione del virus e sequenziamento dello stesso a Campobasso.

La variante inglese predomina in Molise. 4 casi di brasiliana e nessuna traccia dell’indiana

Dottore, intanto può farci un bilancio dell’attività di sequenziamento sfociata poi nel report?

“Il monitoraggio è partito da febbraio quando ci siamo avvalsi della collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo, poi con l’arrivo del sequenziometro, a metà marzo, abbiamo cominciato a fare sequenziamento del genoma del virus in maniera autonoma. L’attività va avanti in maniera puntuale, tutte le nuove diagnosi vengono monitorate con due diversi sistemi diagnostici ovvero uno screening sulle principali mutazioni in questo momento ricorrenti associato all’individuazione dei casi significativi sottoposti ad analisi di sequenziamento. Sono state monitorate finora più di 1000 nuove diagnosi: il bilancio è positivo dal punto di vista delle procedure diagnostiche di laboratorio. Per quanto riguarda i lineage (vengono chiamate così le varianti in ambito scientifico, ndr) principali l’analisi ha messo in evidenza la preponderanza della variante inglese, responsabile della terza ondata epidemica, evidenziando di contro percentuali minime di nuove varianti attualmente in studio”.

Un report nazionale citato pochi giorni fa dal presidente dell’Iss Brusaferro ha in effetti evidenziato la presenza in Italia al 91% circa della variante inglese, del 4.5% di quella brasiliana e di un residuale 0.6% per quanto riguarda tutte le altre. Una situazione pertanto simile a quella riscontrata in Molise. Ma è destinato a mutare il quadro?

“Una previsione a lungo termine non si può fare, il virus ha una sua tendenza naturale alla mutazione, è un meccanismo attraverso cui sopravvive in un ambiente mutabile. Non è detto naturalmente che queste mutazioni vengano selezionate. Noi sappiamo che a lungo andare il rapporto ospite-parassita deve andare verso l’equilibrio, nessun virus o qualsiasi altro agente microbico instaura un rapporto di aggressività perché non conviene né all’uno né all’altro. Questa però è una tendenza a lungo termine. Noi sappiamo che questo è un virus che viene da un salto di specie (il famoso spillover, ndr), e la patogenicità e la virulenza sono state tali perché il virus non era adattato nell’ospite umano. Ci aspettiamo a lungo termine che questo microrganismo diventi tollerato, come fosse un virus influenzale ricorrente stagionalmente. In questa pandemia siamo stati portati ad esaltare eccezionalmente la figura di questo coronavirus dimenticando però che anche il virus influenzale può dar vita a dei cambiamenti drastici della configurazione del virus che potrebbero determinare una pandemia (ricordiamo la spagnola dei primi del secolo)”.

Dunque i virus a Rna, come questo, mutano per adattarsi all’ambiente e anche per eludere il meccanismo dell’immunità, insomma per una loro strategia di sopravvivenza. Ciò deve preoccuparci?

“In realtà questo meccanismo, valutandolo da un punto di vista virologico, può essere letto come una incompletezza del virus stesso perché le mutazioni, tante, ricorrono proprio perché il virus commette degli errori nella replicazione del suo Rna. Il virus non ha un sistema di correzione degli errori, ed è per questo che si accumula un tasso di mutazione elevato. Infatti ci sono migliaia di varianti che nascono in un lasso di tempo molto breve. Poi chiaramente l’evoluzione di questi lineage dipende dal contesto. Abbiamo come esperienza quella della variante inglese che è stata un lineage inserito tra le ‘variant of concern’ (ovvero di preoccupazione), perché ha impattato in termini di virulenza (misurata in giorni di ospedalizzazione e tasso di mortalità) e di trasmissibilità molto elevate. La virulenza è anzi connessa proprio alla sua alta carica virale trasmessa di volta in volta, quindi ha avuto una capacità di aggressione più elevata rispetto al ceppo originario che oramai non esiste più.

Quello che rappresenta l’incerto in questo momento è l’evoluzione di questi ceppi che cambiando la conformazione della regione Spike possono in qualche modo interferire con l’efficacia di legame con l’anticorpo indotto dal vaccino. Questa è la paura principale in questo momento. Da un punto di vista pratico, quindi, noi dobbiamo garantire il numero maggiore di persone vaccinate, perché solo riducendo il serbatoio (noi siamo il serbatoio del virus, ndr) riduciamo la possibilità che il virus faccia qualche mutazione che va poi a interferire con l’efficacia del vaccino”.

Dobbiamo essere più veloci noi con le vaccinazioni del virus, insomma…

“Assolutamente sì. I dati di oggi ci danno una indicazione: ci dicono che abbiamo messo in sicurezza tutte le persone sensibili, quelle fragili e quelle della classe più anziana. Ciò che è successo in questo periodo, e di cui si trova traccia nel nostro report, è che l’infezione è stata trasmessa soprattutto ai giovani adolescenti. Abbiamo trovato nella nostra casistica una elevata trasmissione che ha riguardato maschi adolescenti tra 10 e 18 anni. Conseguentemente si sono infettati i soggetti della classe di età 50-60 anni, dunque i genitori di questi giovani. Questo ci dà una interpretazione importante: vaccinare è la cosa più utile che adesso possiamo fare per ridurre il serbatoio del virus”.

Molti sono preoccupati della proliferazione di varianti diverse. Si è parlato anche di vaccini polivalenti, che agirebbero su più ceppi virali.

“Le aziende farmaceutiche stanno adeguando (sono ancora in fase di studio) l’ampliamento della sensibilizzazione del vaccino ai lineage più diffusi. Pfizer ad esempio sta già anticipando la possibilità di eseguire una 3° dose. E stanno già prevedendo delle modifiche nella composizione del vaccino. Sottolineiamo che la possibilità di modificare il vaccino ce l’hanno soprattutto quei farmaci anti-Covid a inserzione di mRrna (ovvero Pfizer e Moderna, ndr) piuttosto che quelli come AstraZeneca e Janssen, che utilizzano un virus attenuato”.

L’attenzione mediatica ora è tutta sulla variante indiana. Che attualmente è una variante non già di preoccupazione ma ‘sotto investigazione’. È cosi?

“Sì. Solo laddove c’è una constatazione di evidenza che dimostra che un ceppo si rende responsabile di epidemie e di cluster ad elevata contagiosità, con una virulenza elevata, il lineage cambia. Attualmente ci sono pochi dati a disposizione ma credo che questa variante indiana, che si è resa responsabile di una elevata epidemia in quel Paese, per fortuna è rimasta circoscritta. Allo stato attuale la sorveglianza ci permette di valutarne l’identificazione precoce”.

A proposito di identificazione e sorveglianza, pochi giorni fa l’Istituto Zooprofilattico di Puglia e Basilicata ha individuato due casi di questa variante in Salento, di cui erano portatori due soggetti provenienti dall’India. Succederà quel che ci ha detto: i soggetti infetti verranno isolati e il virus studiato. In Molise si fa abbastanza da questo punto di vista?

“Il sequenziamento e la successiva sorveglianza epidemiologica sono armi fondamentali, noi ora in Molise ce l’abbiamo. Dobbiamo pensare al Molise come a un territorio con una popolazione di 250mila abitanti (le stime ufficiali parlano di 296mila ma è chiaro che i residenti effettivi siano di meno, ndr). Quindi il Molise ha a disposizione tutti gli strumenti per effettuare una sorveglianza sulla propria popolazione. Ovviamente altre regioni hanno altre densità di popolazione e hanno diversi centri/strutture abilitate a questo tipo di attività. In questo caso invece la centralizzazione riferita a una popolazione così piccola è a mio parere uno strumento fondamentale per osservare tutti i casi di nuova diagnosi da Sars-CoV-2. E per circoscrivere eventuali focolai”.

Tornando all’India, sappiamo poco come detto su quella variante ma sappiamo bene quali sono le condizioni di vita in quel Paese e, in particolare appunto, mi riferisco alla densità di popolazione. Una situazione opposta è invece quella del Molise.

La densità di popolazione è sempre il meccanismo con cui circola meglio questo virus, essendo un virus a trasmissione aero-diffusiva. Più c’è densità popolazione più è facile che un virus circoli anche in maniera più aggressiva. L’India dalla sua ha proprio questo aspetto critico”.

Dobbiamo abituarci alla prospettiva dell’arrivo di nuove varianti? È solo questione di tempo?

Io credo che gli strumenti messi in atto dal Governo, dal Ministero della Salute e dall’Istituto superiore di Sanità mirano proprio ad una sorveglianza attiva, e questo ha permesso in effetto che varianti diffuse come la P1, cosiddetta brasiliana, avessero una diffusione abbastanza circoscritta. Il 4.5% di cui dicevamo prima vuol dire che questa variante è stata ben circoscritta e che probabilmente non sono stati commessi gli errori fatti con la variante inglese, che ci ha sorpreso in una fase in cui pensavamo che l’epidemia fosse in calo e che invece poi ha sostituito in maniera implacabile il virus originario”.

Variante inglese che ormai ha tantissime mutazioni…

“Quella in effetti sta subendo moltissime mutazioni, si parla infatti di ‘nuove varianti inglesi’, definite ancora come ‘under investigation’ perché si stanno valutando le rispettive capacità”.

Come interpreta i dati dell’ultimo periodo?

“Abbiamo chiaramente la curva del contagio in calo, possiamo interpretare questo dato con due spiegazioni: la prima è che la stagione calda che sopraggiunge è un fattore che influisce sulla diffusione dell’infezione perché le infezioni a trasmissione aero-diffusiva con il caldo calano in maniera naturale. La seconda spiegazione è che i contagi calano perché aumentano i vaccinati (dunque diminuisce il serbatoio dell’infezione). Questo ovviamente non ci deve illudere perché anche da vaccinati bisogna osservare scrupolosamente le regole, dal distanziamento all’utilizzo delle mascherine. Siamo ancora in pandemia e se aumentiamo i contatti interpersonali il virus si ri-trasmette, lo abbiamo sperimentato ogni volta. I dati evidenziano proprio questo: il post-Pasqua per esempio è stato un fattore predisponente e c’è stato un aumento dei contagi, e ciò nonostante fosse stata indetta la zona rossa. Se continuiamo con una estate come quella dell’anno scorso, senza regole e in cui vige una sorta di liberi tutti, andremo incontro alla fine dell’estate a una nuova ondata epidemica”.

Essere vaccinati, chiariamolo, non comporta la non infezione.

“Questo le persone lo devono sapere. Essere vaccinati non ci dà la sicurezza di non contrarre il virus. Il virus si trasmette anche nei soggetti vaccinati. Quello che il vaccino impedisce è la progressione della malattia e dunque le conseguenze più gravi che portano al ricovero in terapia intensiva e in alcuni casi alla morte. Il vaccino non impedisce né il contagio né la conseguente trasmissione dell’infezione ad altri. Va detto però che nel soggetto vaccinato il virus attecchisce meno perché il vaccinato ha degli anticorpi sulla base dei quali attiva una risposta neutralizzante nei confronti del virus. Diminuisce così la capacità invasiva e di replicazione del virus, che rimane una infezione localizzata nelle vie aeree superiori, quindi con sintomi blandi, simil-influenzali”.

L’immunità di gregge, messa in discussione da diversi esperti dato il quadro descritto, è un miraggio?

“La tendenza di tutte le malattie infettive è questa: dopo la vaccinazione protettiva c’è l’eradicazione dell’infezione. Ma per questo tipo di infezione a trasmissione respiratoria non si arriverà probabilmente a una completa eradicazione”.

Lei rimane comunque ottimista?

“Bisogna esserlo sempre, non è scoraggiandoci che possiamo affrontare una pandemia così che, con queste caratteristiche, capita ogni 100 anni. Nessuno di noi ne aveva avuto esperienza, e nessuno di noi era preparato. Io credo però che tutti noi abbiamo imparato tanto non solo dal punto di vista professionale – di noi addetti ai lavori – ma proprio come sensibilità del cittadino. Credo che le persone siano consapevoli e coscienziose di ciò che comporta la trasmissione di una simile infezione. Un po’ di superficialità sicuramente c’è ma credo che per molti non sia così perché tanti di noi hanno avuto una esperienza di dolore legata a questa malattia. Importante però ribadire che il rispetto per gli altri deve essere massimo. Ciò che a noi può non dare effetti negativi può darli alle persone più deboli e fragili”.