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La variante inglese predomina in Molise. 4 casi di brasiliana e nessuna traccia dell’indiana

I risultati dell'indagine di monitoraggio redatta dal laboratorio di Biologia Molecolare del Cardarelli che, attraverso il sequenziometro, analizza la sequenza genica del virus rilevato dai tamponi molecolari.

La variante cosiddetta inglese continua ad essere quella prevalente in Molise, così come nel resto d’Italia. Lo si evince sulla base delle risultanze del report di monitoraggio redatto dal Laboratorio di Biologia Molecolare del Cardarelli, guidato dal microbiologo Massimiliano Scutellà, dotato da metà marzo dello strumento idoneo a sequenziare il genoma del virus.

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“Sequenziare il genoma di un virus significa riconoscere l’emergere di varianti virali che possono modificare l’andamento e l’impatto dell’epidemia” si legge nella survey riferita al periodo febbraio-aprile 2021. Già, perché parlare di virus implica parlare di mutazioni, specie se si parla di virus a Rna come nel caso del coronavirus, e quindi del Sars-Cov-2., che non fanno che variare al fine di adattarsi.

Sono migliaia le varianti in circolazione, poche delle quali hanno un proprio identikit anche perché il sequenziamento non è un’operazione semplice. Oggi la stampa e l’opinione pubblica – di rimando – sono tutte concentrate sulla variante cosiddetta ‘indiana’ che però, nel report molisano, non è stata individuata.

Nel periodo indicato sono stati analizzati dal laboratorio del Cardarelli 1.067 campioni “relativi ad altrettante nuove diagnosi sottoposte a screening molecolare e sequenziamento genico”. Della totalità dei campioni rilevati 568 (oltre il 53%) erano relativi a soggetti di sesso maschile e i restanti 499 a soggetti di sesso femminile. Una nota sull’età: “Gli adulti di età compresa tra 50-59 anni, con una prevalenza maggiore nei maschi, hanno contratto l’infezione in numero maggiore nel periodo monitorato”.

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Ma veniamo alle varianti. Lo screening attuato ha permesso di evidenziare le mutazioni della proteina Spike più diffuse in questa fase epidemica. Ebbene, 903 campioni (pari all’84.6%) sono stati associati alla variante VOC UK, ovvero la variante inglese originaria, predominante in Molise come altrove nel Paese. Altri 20 campioni (l’1.87%) sono riferiti a una delle tante variazioni della variante inglese. Così come altri residuali campioni, associati a mutazioni ulteriori della variante dapprima identificata in Gran Bretagna. Si tratta in sostanza di variazioni del gene originario, molte delle quali definite ‘varianti di preoccupazione’ dalla comunità scientifica. E preoccupano essenzialmente per una serie di motivi: l’aumentata trasmissività, la severità della malattia (che porta a maggiori ospedalizzazioni e decessi), la significativa riduzione di efficacia degli anticorpi neutralizzanti (ovvero delle vaccinazioni) e infine della riduzione – o fallimento – della capacità diagnostica dei test molecolari.

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Da rilevare come ci siano ancora tante varianti ‘sotto investigazione’ rispetto alle quali la virulenza e l’efficacia di legame con gli anticorpi neutralizzanti è in corso di valutazione. Ancora presto per analizzarne le caratteristiche anche perché – come si legge nel report – “in questa fase pandemica rappresentano solo una quota di sequenziamenti molto ristretta”.

Per concludere, il report molisano riporta 4 casi associati alla variante cosiddetta ‘brasiliana’ (P.1). I primi 3 casi – ricorderete – erano stati identificati circa un mese fa (a fine marzo) in territorio di Venafro.

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