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La rivolta di camerieri e lavapiatti: “Noi sfruttati, pagati in nero e senza disoccupazione. Il reddito di cittadinanza non c’entra” foto

Le dichiarazioni raccolte da Primonumero fra alcuni gestori della ristorazione a Termoli che hanno puntato il dito contro il reddito di cittadinanza come “disincentivo occupazionale” ha sollevato la reazione amareggiata di decine e decine di giovani e meno giovani che riferiscono di paghe bassissime, turni massacranti e buste paga effettive che non consentono nemmeno di accedere alla disoccupazione. “Ci sono ristoranti a Termoli che pagano 25 o 30 euro al giorno anche per 12 ore”. Non è la regola, perché ci sono anche locali molto seri dove le figure stagionali vengono pagate adeguatamente e viene riconosciuta la professionalità. Ma ci sono anche tante storie di sfruttamento. “E’ questo il vero disincentivo”.

A puntare il dito contro il reddito di cittadinanza erano stati alcuni ristoratori e gestori di locali termolesi che, all’inizio di una stagione estiva improntata alla speranza di ripresa, avevano denunciato la scarsa propensione a lavorare di giovani candidati a fare camerieri, lavapiatti, aiuto cuochi. “Non vogliono fare la stagione per non perdere il sussidio” avevano riferito, in linea peraltro con quanto denunciato pubblicamente da Confesercenti.

Ristorazione in crisi, camerieri e lavapiatti sono introvabili: “Non vogliono perdere il reddito di cittadinanza”

Ma è davvero così? Davvero chi percepisce il reddito di cittadinanza non vuole più lavorare e manda in crisi la ristorazione? L’articolo di Primonumero ha innescato – come accade spesso – un polverone social. Centinaia i commenti, decine anche le lettere arrivate sulla nostra posta elettronica o sul telefonino di redazione: il dibattito è acceso, e sotto accusa, molto più del reddito di cittadinanza, ci sarebbero le condizioni di presunto “sfruttamento” cui gli aspiranti stagionali sostengono di non voler più piegarsi.

“Ma chi è che vuole lavorare per 30 euro al giorno e fare turni di 10 ore? Ma è chiaro che è meglio prendere il reddito di cittadinanza a questo punto” si legge in uno dei tanti commenti su facebook. “A Termoli gli stipendi come camerieri sono di 700 euro al mese per fare troppe ore di lavoro. Non è una condizione accettabile”.

Più o meno questo il tenore delle riflessioni, accompagnate da rabbia per le “condizioni improponibili economiche che da decenni hanno camerieri e aiuto cuochi. Conosco personalmente persone – dice un lettore – che hanno lavorato per anni nella ristorazione con contratti part time, e a causa della differenza presa in nero si sono ritrovati con pessime condizioni contributive e pensionistiche”.

La sintesi: “Il reddito di cittadinanza non c’entra, se i datori di lavoro pagassero in modo equo il proprio personale non si troverebbero in questa situazione”. A parlare è un quarantenne termolese, che per tanti anni ha fatto il cameriere in città durante l’estate (e non solo) e che conosce a menadito pagamenti, turni di lavoro e tipologia di proposte dei ristoranti. “Ci sono le debite eccezione – esordisce – e questo lo voglio premettere. Conosco gestori di ristoranti e lidi balneari che sono corretti, pagano la professionalità e assumono, consentendo ai lavoratori di poter accedere alla disoccupazione quando termina la stagione turistica. Ma ci sono anche quelli che ci provano, che non ne vogliono sapere di pagare il giusto. Spesso i camerieri si pagano a giornata”

E di quali cifre parliamo?

“Tra i 30 e i 50 euro per ogni turno di lavoro, che va dalle 9 e 30 del mattino alle ore 16, con possibilità di allungarsi fino alle 19 in caso di pranzi di cerimonia, e dalle 17 alle 24 o l’una di notte per la cena”

In questo momento la cena non si fa per via del coprifuoco, o comunque l’orario di lavoro è ridotto…

“In questo momento infatti si paga 30 o 50 euro, a secondo dei locali, per il turno unico, dalle 10 di mattina alla chiusura, il che è ancora peggio”.

Alcuni gestori sostengono che sono gli stessi lavoratori a non voler l’assunzione per non perdere il reddito di cittadinanza.

“Ed è falso, o meglio: è una forzatura rispetto a quello che succede realmente. Mi spiego: se tu mi assumi per tre ore al giorno e mi fai una bista paga di 600 o 700 euro, anche se me ne dai 1000 sottobanco, a me non conviene lo stesso perché poi finisce l’estate, il ristorante chiude o riduce il lavoro, io torno a casa e il mio assegno di disoccupazione è ridicolo, è un assegno col quale non faccio nulla. Io preferisco essere pagato con regolare assunzione, perché su quella busta paga si calcola la disoccupazione”.

E’ un problema diffuso anche altrove, secondo la tua esperienza?

“Più che altrove, soprattutto a Termoli e Campomarino. Guardi, ci sono tanti padri di famiglia che ancora oggi prefreiscono andare a fare la stagione a Cesenatico, Rimini eccetera perché lì prendono 1300 euro ma con assunzione regolare, e questo fa la differenza sul resto dell’anno. Qui invece ci sono proposte impossibili…”

Per esempio?

“Per esempio quella fatta a un mio carissimo amico e collega proprio l’altro giorno a Campomarino. Gli sono stati offerti 2mila euro al mese, ma in nero. La busta paga effettiva, gli hanno detto, sarebbe stata di 600 euro perché, anche se avrebbe dovuto lavorare 10 ore al giorno, risultava assunto per 4 ore al giorno”.

E lui?

“Ha rifiutato. Ha provato a contrattare, chiedendo 1300 euro al mese regolari, per poter avere la disoccupazione dignitosa a fine stagione, ma non c’è stato verso. Questo è il modo di fare di alcuni titolari di ristoranti e pizzerie, o di alcuni gestori di lidi balneari. Il reddito di cittadinanza non c’entra, il problema è un altro e mi auguro che il covid, con tutto quello che abbiamo passato, possa servire a migliorare le condizioni lavorative di queste figure, che sono eccessivamente sfruttate e delle quali non si riconosce la professionalità”.