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Intrappolati in un canyon d’acqua gelata per ore: “Non avremmo superato la notte. Poi è arrivato quel bagliore”

Uno dei tre escursionisti salvati sabato sera alle cascate del torrente Quirino racconta quell’esperienza da brividi: “Come un film. Ma quando arriva il buio la paura ti assale. Abbiamo commesso degli errori ma non siamo sprovveduti”

L’adrenalina ormai è andata. La paura si è dissolta, ma i ricordi sono ancora vivi. E soprattutto sono vivi loro, i tre escursionisti che sabato sono rimasti intrappolati alla cascata di San Nicola di Guardieregia, una delle gole più profonde d’Europa, all’interno della Riserva Naturale e Oasi WWF. Un canyon d’acqua gelata, una cascata dopo l’altra su pareti di roccia che sembrano la scenografia di un film di Hollywood.

escursionisti salvati gole quirino cascate

Viene in mente ‘The Revenant’, pellicola con Leonardo Di Caprio da Oscar nei panni del redivivo, a sentire il racconto di uno dei tre, il termolese Tony Vincelli, 51 anni e una lunga esperienza da speleologo nel gruppo Speleopop.

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Gli altri due sono campobassani, super esperti anche loro: uno è speleologo, l’altro istruttore Saf dei Vigili del fuoco. Non esattamente tre improvvisati come ha tentato di farli passare qualche leone da tastiera, con la consueta superficialità.

Tony, cos’ha di tanto speciale quel posto?

“La cascata di San Nicola è tra le più imponenti d’Europa con i suoi 100 metri di altezza, quindi è da fare, provare, studiare ed affrontare. È una di quelle toste, non puoi improvvisare”.

Raccontaci com’è andata.

“Su 100 metri di cascata avevamo 200 metri di corda, più che sufficienti. Io ero capocorda e gli altri due dietro di me. Abbiamo fatto il primo salto che ti porta in una sorta di vasca naturale scavata nell’acqua. Quindi abbiamo fatto il secondo e ci siamo preparati per il terzo salto, il più imponente: 37 metri di acqua gelata, una colonna d’acqua che ti schiaffeggia e fa paura. Lì abbiamo avuto un problema”.

Quale?

“Sono rimasto in bilico a due metri dalla fine della cascata. È successo perché la misurazione della lunghezza della corda che occorre si fa a occhio. Mi mancavano un paio di metri per arrivare all’acqua. Così sono rimasto appeso e al freddo. Il secondo, non vedendo il segnale, ha atteso un po’ ed è sceso. Quando mi ha visto gli ho chiesto il coltello per tagliare la corda, ma non ce l’aveva. Era ancora su nello zaino. È dovuto risalire, non so come abbia fatto. Quindi è risceso col coltello e mi sono liberato. Ero libero, vivo, stremato ma felicissimo”.

A quel punto cos’è successo?

“Avevamo due corde inutilizzabili e una terza da 50 metri ma ci mancavano solo un pozzo da 5 metri e un altro da 25. A quel punto forse la stanchezza, la mancanza di lucidità ci ha fatto commettere un errore. Abbiamo tagliato la corda troppo corta, sbagliando il calcolo. Ma lì non hai il laser, fai tutto con le mani. Quando siamo andati a verificare, ci mancavano 4 o 5 metri per arrivare giù. Allora abbiamo desistito, sarebbe stato troppo rischioso”.

Non c’era modo di chiedere aiuto però, visto che è impensabile utilizzare un cellulare per mancanza di rete.

“Esatto, lì non prende nulla. Per fortuna dei nostri amici amanti del trekking, con cui ci eravamo incontrati quella mattina, sapevano che se non ci avessero visti rientrare alla base per le 15 avrebbero dovuto dare l’allarme. E così hanno fatto. Per noi l’unica soluzione era fermarsi lì e attendere i soccorsi. Dalle 14,30 siamo rimasti ad aspettare che arrivassero. Sapevamo che la velocità del soccorso avrebbe determinato il risultato in quelle condizioni estreme”.

“Avevate dei rifornimenti? Cibo, acqua?

“No, nulla. Forse anche quella è stata una negligenza, però quando fai escursioni di questo tipo ti porti dietro meno roba possibile che faccia peso. Ma il vero problema era il freddo”.

Anche perché sono trascorse diverse ore.

“Ci chiedevamo se ce l’avremmo fatta a passare la notte. Il più esperto di noi era convinto di sì ma non si sa in che condizioni. Avevamo molto freddo, con le mute addosso, in un posto sempre umido. Abbiamo costruito un letto di foglie per stare più asciutti, tipo Isola dei Famosi (ride, ndr). Sembrava davvero un film”.

Invece era tutto vero.

“Sì e la temperatura stava calando. Eravamo vicini all’ipotermia e credo che nelle prime ore del mattino saremmo arrivati allo zero termico”.

Cos’hai provato in quei momenti?

“Ti scorre la vita davanti agli occhi. Ho pensato ai miei figli, ai miei cari. Ma devo dire che ci sono quasi abituato”.

In che senso?

“È la terza volta che mi capita. Una volta in grotta, come speleologo. Venni coperto fino al collo da un fiume sotterraneo, ma per fortuna mi tirarono fuori. La seconda volta ebbi una sindrome da imbraco durante una scalata. Il cuore andava a mille, pensavo fosse finita per me. Poi per fortuna riuscii a poggiare le gambe e andò meglio”.

Anche stavolta hai pensato al peggio.

“All’inizio no, ma quando arriva la notte la paura ti assale, inutile girarci attorno. Poi attorno alle 22,15 abbiamo visto un bagliore. Abbiamo visto che movimenti di luci, quasi non ci credevamo per paura di illuderci. Invece le luci si avvicinavamo e ho capito che eravamo salvi. Uno di noi li ha chiamati Angeli apparsi tra le tenebre”.

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Come vi hanno tirato fuori di lì?

“Noi pensavamo a un elicottero, ma arrivato il buio eravamo convinti che arrivassero all’alba. Invece sono scesi dalla cascata. Hanno fatto la prima, poi la seconda e alla terza mi sono spaventato nel vedere un soccorritore scendere a faccia in avanti. Impressionante la loro padronanza nel fare tutto in quel momento freddo, buio e tempestoso sotto quella cascata. Ci hanno subito chiesto come stavamo e appena hanno capito che l’ipotermia era il nostro peggior nemico ci hanno fatto bere un thé caldo. È stata una botta di vita”.

La macchina dei soccorsi ha funzionato alla perfezione.

“È stata spaventosa. Oltre 50 persone fra Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico Molise e Campania, Vigili del fuoco, Saf, Unità cinofile, Carabinieri, unità mobile del 118. Mi sento di dire loro un grazie infinito. E dobbiamo dire grazie anche agli amici del trekking che non vedendoci rientrare hanno allertato le autorità competenti”.

Dopo questa disavventura cambierà il tuo modo di approcciarti all’escursionismo?

“Non credo proprio. Vorrei far capire che non siamo tre sprovveduti. Ci sono stati degli errori, ma siamo persone esperte e non siamo i primi che hanno degli infortuni e hanno bisogno dei soccorsi alla cascata di San Nicola”.

Pensi di tornarci un giorno?

“Assolutamente sì. Non può finire così. Ora superiamo questa botta, poi ci riproveremo”.

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